
L’ex segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen, ha avanzato la proposta di consentire l’adesione dell’Ucraina alla Nato senza i territori attualmente occupati dalla Russia. A riportarlo il quotidiano britannico “The Guardian”.
L’immaginifica idea dell’ex segretario della Nato segue quella del funzionario dell’Alleanza Atlantica, Stian Jenssen, il quale aveva detto le stesse cose all’incirca un mese fa, poi smentito dal segretario della Nato Jens Stoltemberg.
Potremmo dire, annunci di fuga, dopo migliaia di morti per “nuland”.
Per “nuland”, perché l’attuale vicenda, che si avvia ad un finale con fuga, è stata innescata da Victoria Nuland, diplomatica americana che ha rivestito numerosi incarichi nel perimetro politico delle “porte girevoli” tra democratici (Clinton, Obama, Biden) e Rino (repubblicans in name only) e che ha guidato, in perfetta sintonia con George Soros, la rivoluzione arancione che ha dato avvio al processo politico che ha portato, in seguito, alla presidenza Zelensky.
L’idea di fondo, nemmeno tanto segreta, della Nuland, era di costringere la Russia a divenire, come ha teorizzato Obama, una potenza regionale sfiancata, circondata dalla Nato.
La signora è la stessa che disse: “Fuck the Eu”, letteralmente “l’Unione europea si fotta“. La frase è sfuggita, nel 2014, nel corso di una telefonata con l’ambasciatore americano a Kiev, Geoffrey Pyatt, in cui si è discussa la possibilità di trovare un accordo tra il governo ucraino di Viktor Ianukovich e l’opposizione guidata dall’ex pugile Vitali Klitschko.
Ora è del tutto chiaro che l’Unione Europea è stata “fottuta” dalla guerra in Ucraina e che ad essere “fottuta” è la stessa Ucraina, perché, dopo 400 mila morti, l’eliminazione di intere generazioni, con un Paese ridotto da 40 milioni a 20 milioni di cittadini (tra morti, fuggiti all’estero e abitanti nei territori occupati dai russi), Kiev è alla canna del gas, con un esercito che è costretto a reclutare le donne e un’economia ormai totalmente inesistente e dipendente.
L’Europa, come aveva previsto la signora Nuland, è in crisi profonda, non solo economica, essendo ormai una sorta di inutile burosauro che non conta nulla, salvo vessare i cittadini degli Stati aderenti con idee demenziali, indotte da pensatoi della finanza e del globalismo mondiale, a sua volta in caduta libera.
Insomma, la strategia della Nuland e di chi l’ha ispirata, è stata ed è un disastro, così come sono stati disastri quelli dell’Afghanistan e dell’Iraq.
Se da Kabul Biden se ne è andato lasciando sul terreno armi e bagagli e, soprattutto, collaboratori e amici (quanto meno questi poveretti si ritenevano tali), a Kiev non c’è bisogno di ritirare le truppe, ma di annunciare il ritiro all’attore che sulla scena della guerra ha guidato l’Ucraina al massacro oltre ogni possibilità di vittoria.
La guerra è in stallo e questo significa semplicemente che hanno vinto i russi, i quali si sono stabilmente insediati nel Donbass e in Crimea, dove stanno fortificando i confini e ricostruendo.
Il comandante delle forze armate di Kiev, il generale Valery Zaluzhny, ha evidenziato la situazione dalle colonne del settimanale britannico The Economist, affermando che in oltre cinque mesi di controffensiva l‘avanzata delle truppe ucraine è stata di 17 km, la guerra è in una fase di stallo che rischia di avvantaggiare la Russia e ci vorrebbe un cambiamento imponente nel campo delle forniture militari e tecnologiche, che al momento non si vede, per superare l’impasse.
Secondo il presidente ucraino Voldymyr Zelensky, che ha ammesso comunque nelle settimane passate che la velocità delle operazioni sul fronte non ha corrisposto le attese, la situazione si sta invece sviluppando favorevolmente e gli obbiettivi ucraini rimangono dunque sempre gli stessi, vale a dire la vittoria sulla Russia e la riconquista dei territori occupati dalla Russia sin dal 2014, Donbass e Crimea compresi.
E’ del tutto evidente che Voldymyr Zelensky sta sostenendo una tesi propagandistica ormai non più fondata sulla realtà.
Secondo quanto afferma la NBC ci sarebbero pressioni americane ed europee sulla leadership a Kiev perché si cominci a trattare con Mosca, seppure in una situazione di netto svantaggio, con la Russia che occupa circa un quinto del territorio dell’Ucraina.
In questo confronto tra propaganda autodifensiva del presidente ucraino e realtà descritta dai militari vanno letti il siluramento di uno dei delfini del generale, il capo delle forze speciali Victor Horenko, sostituito da Sergei Lupanchuk e il caso di Gennady Chastiakov, collaboratore di Zaluzhny, morto la scorsa settimana, secondo la versione ufficiale a causa di una granata maneggiata inavvertitamente, mentre per lo stesso Zahluzhny vittima di un attentato con un pacco bomba.
Nel confronto tra i due, l’opposizione dell’ex presidente Petro Poroshenko ha preso le parti di Zaluzhny e Zelensky è stato definito un dittatore dal suo ex consigliere Olexy Arestovich.
In questo quadro di lacerazione interna, si introduce quanto riferisce il Washington Post, per il quale il sabotaggio al Nord Stream 2 fu eseguito dai militari ucraini.
Secondo le fonti del giornale americano l’operazione è stata gestita da Roman Chervinsky, un alto ufficiale legato all’intelligence ucraina, ma diretta dal generale Valery Zaluzhny, il comandante in capo delle forze armate di Kiev.
L’attacco all’importante infrastruttura energetica europea, che ha messo in ginocchio l’approvvigionamento energetico europeo di gas e ha disastrato, in primo luogo, l’economia tedesca, sembra tanto rientrare nella logica di quel “Fuck the Eu” declamato telefonicamente dalla Nuland. L’Europa, in effetti, è stata fottuta. Detto, fatto.
In particolare, scrive il Washington Post, il militare avrebbe gestito la logistica e il supporto ad un team di circa sei persone che, affittando con false generalità una barca a vela e utilizzando attrezzature per sub, ha piazzato le cariche esplosive sotto i gasdotti. L’attacco, con le sue tre diverse esplosioni, ha provocato gravi danni il 26 settembre dell’anno scorso e causato enormi perdite nei gasdotti Nord Stream 1 e 2, che corrono dalla Russia alla Germania sotto il Mar Baltico, lasciando intatto solo uno dei quattro collegamenti della rete.
Chervinsky non ha agito ne pianificato l’operazione da solo, riferiscono le fonti, ma ha preso ordini da funzionari ucraini più alti in grado che riferivano e agivano sotto la guida diretta del generale Valery Zaluzhny, il comandante in capo delle forze armate di Kiev. D’altra parte l’operazione Nord Stream, secondo le fonti, sarebbe stata progettata per tenere il presidente ucraino Zelensky all’oscuro di tutto.
Da parte sua l’alto ufficiale ucraino ha negato ogni coinvolgimento attraverso il suo avvocato: “Tutte le speculazioni sul mio coinvolgimento nell’attacco al Nord Stream sono state diffuse dalla propaganda russa senza alcuna base”, ha detto in una dichiarazione scritta al Washington Post e a Der Spiegel, che hanno investigato congiuntamente sul caso Nord Stream.
Se stiamo alla logica, l’interesse russo, in questo momento, non è quello di concludere un accordo, ma di logorare ulteriormente un Paese ormai sfiancato, le cui condizioni non possono più essere nascoste dalla propaganda. Se le notizie relative al Nord Stream 1 e 2 fossero di origine russa, ciò significherebbe che i russi giocano a delegittimare Valery Zaluzhny, in quanto parte possibilmente dialogante e lo stesso andrebbe detto per chi ha diffuso la notizia in Occidente.
Chervinsky, che dal luglio del 2022 è in carcere a Kiev con l’accusa di abuso di potere, per aver agito, secondo le autorità senza permesso, in un complotto destinato a incoraggiare un pilota russo a disertare in Ucraina nel luglio 2022, ha definito il suo arresto e il suo processo una punizione politica per le sue critiche al presidente ucraino Volodymyr Zelensky e alla sua amministrazione che, secondo lui, avrebbero fatto poco per preparare il Paese a un attacco russo. Critiche ben più pesanti il militare ucraino le aveva poi indirizzate contro uno dei più importanti consiglieri di Zelensky, Andriy Yermak da lui in passato definito “talpa” dei russi dopo un’operazione militare segreta fallita.
Le informazioni del Washington Post (giornale di area liberal-democratica) mettono in luce un insieme di tensioni interne al potere ucraino e, al contempo, scaricano ogni responsabilità per la questione del Nord Stream 1 e 2 su Kiev.
Il messaggio è chiaro: gli Usa non hanno nulla a che fare con la vicenda e non è colpa loro se l’importante infrastruttura è stata distrutta.
In buona sostanza, si tratta di un ulteriore avvertimento, tra i tanti, che in America sono pronti a mollare.
E torniamo a Rasmussen, il quale ha detto che la causa dell’adesione dell’Ucraina alla Nato non può essere rinviata all’anno prossimo. “È giunto il momento di fare il passo successivo ed estendere un invito all’Ucraina ad aderire alla Nato. Abbiamo bisogno di una nuova architettura di sicurezza europea in cui l’Ucraina sia nel cuore della Nato”, ha aggiunto Rasmussen.
Il messaggio chiaro è: la guerra deve finire.
E allora come si fa? Si chiude la vicenda lasciando alla Russia Crimea e Donbass con tanti saluti a Zelensky. Insomma, kose di skappa, Kiev come Kabul?
A un Paese in guerra non viene concessa l’adesione a causa della clausola di autodifesa collettiva dell’articolo 5 della Nato secondo cui tutti gli Stati membri sono tenuti a difendere attivamente uno degli altri Paesi dell’Alleanza in caso di aggressione militare.
L’adesione alla Nato per l’intero territorio dell’Ucraina ora significherebbe, in effetti, un messaggio alla Russia sul fatto che l’Alleanza starebbe per entrare in guerra. Ma, secondo l’immaginifico Rasmussen, escludendo dall’adesione alla Nato i territori controllati dalla Russia, la minaccia di un conflitto verrebbe ridotta.
Piccolo particolare che toglie i veli ad una bugia gigantesca: la Russia ha invaso l’Ucraina proprio perché non voleva avere la Nato sui suoi confini e anche la cessione del Donbass e della Crimea non eliminerebbe il problema, in quanto un’Ucraina nella Nato metterebbe l’Alleanza Atlantica a guardia del mar Nero a Odessa e ai confini settentrionali ucraini con la Russia.
L’ex segretario generale, con un salto mortale triplo della logica, ha respinto le perplessità sul fatto che tale mossa congelerebbe il conflitto, cedendo il territorio ucraino alla Russia. “L’assoluta credibilità delle garanzie previste dall’articolo 5 dissuaderebbe la Russia dal lanciare attacchi contro il territorio ucraino facente parte della Nato e quindi consentirebbe alle forze ucraine di andare in prima linea”. “Per rendere credibile l’articolo 5 dovrebbe esserci un messaggio chiaro alla Russia secondo cui qualsiasi violazione del territorio della Nato riceverebbe una risposta”, ha aggiunto Rasmussen. Secondo l’ex segretario generale, in un certo senso, tale proposta si può considerare simile all’imposizione di una no-fly zone alla Russia in modo che non possa sorvolare il territorio ucraino o lanciare missili.
La confusione appare massima in un cervellotico scenario, ma al netto delle chiacchiere senza costrutto e di scenari immaginifici senza alcuna logica, quello che conta nel messaggio di Rasmussen, che sicuramente non è giunto a caso, è che più prima che poi la guerra per procura tra Usa e Russia sta per finire e che chi sta al potere in Ucraina deve ingoiare il rospo.
Il messaggio agisce chiaramente all’interno del potere di Kiev, aprendo le contraddizioni.
Se la signora Victoria Nuland, in compagnia con George Soros, immaginava di fiaccare la Russia ha sbagliato di grosso. Se la signora Victoria Nuland, quella del “si fotta l’Unione Europa”, immaginava proprio di fottere l’Europa c’è riuscita benissimo, al punto tale che Josep Borrell, contento di quanto è accaduto (il masochismo è entrato nel Dna del Pse), continua a dire che noi europei sosterremo l’Ucraina anche se gli Usano scappano a gambe levate. La crisi energetica ci è costata 681 miliardi, altri 83 sono andati per gli aiuti, se viene meno il sostegno Usa che vogliamo fare?
“Ue sia pronta a rimpiazzare sostegno Usa”, ha detto Borrell qualche giorno fa a Malaga.
“La prospettiva di una vittoria” dell’Ucraina sulla “Russia, non è immediata”, “noi europei, che abbiamo le risorse, dobbiamo aiutare” Kiev a continuare nella lotta contro Mosca e a “prendere il posto degli Usa se il loro appoggio diminuirà”.
Così Josep Borrell, altro immaginifico propositore di scenari fuori dalla realtà, in un videomessaggio inviato al Congresso del Partito del socialismo europeo (Pse) a Malaga. Borrell ha avvertito che la guerra sarà lunga perché per il regime di Putin questa rappresenta un fattore di “sopravvivenza politica”. Secondo l’Alto rappresentante la maggior sicurezza che l’Europa può dare all’Ucraina è quella di “farla entrare nell’Ue”.
Piccolo particolare. Il Trattato di Lisbona (2009) stabilisce, all’articolo 42: “Qualora uno Stato membro subisca un’aggressione armata nel suo territorio, gli altri Stati membri sono tenuti a prestargli aiuto e assistenza con tutti i mezzi in loro possesso, in conformità dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite. Ciò non pregiudica il carattere specifico della politica di sicurezza e di difesa di taluni Stati membri”.
Ergo, se l’Ucraina entra in Unione Europea mentre è in guerra, gli Stati membri dovranno prestarle aiuto e assistenza con tutti i mezzi in loro possesso.
In buona sostanza, se gli Usa scappano il cerino rimane in mano all’Europa.
Del resto, se lette in controluce, le affermazioni di Borrell sono la conferma che gli Usa stanno lasciando la presa.
Kose di skappa, dunque, con Kiev nella parte di Kabul. Riguardo alla guerra con la Russia, tanto sangue ucraino per “nuland” e per quanto riguarda noi europei pronto il cerino con il quale scottarci le mani.





