
di M.R.
È recentissima la notizia che il governo danese ha promulgato un provvedimento che vieta di bruciare il Corano o gli altri testi sacri e simboli religiosi, o anche – è esplicitamente scritto – di calpestarli o di farli oggetto di vilipendio in qualunque altro modo.
Voglio premettere con estrema chiarezza che io non brucerei mai un testo sacro (ma d’altronde non mi sognerei mai di bruciare alcun libro, fosse anche un giallo scadente) né è nella mia cultura e nel mio modo di essere l’idea di essere blasfemo. E, tuttavia, trovo ripugnante questa legge che viola palesemente il principio di libertà. So benissimo di essere il rappresentante di una minoranza in via di estinzione, quella dei libertari a oltranza. Ma credo fermamente che la libertà non si perda una fettina per volta, ma tutta insieme una volta che si comincia a limitarla. E credo inoltre che lo spirito delle leggi debba essere improntato alla garanzia della massima libertà per tutti i cittadini, e non all’idea di imporre delle limitazioni basate su considerazioni etiche.
L’unica limitazione alla libertà dovrebbe essere prevista solo quando questa vada a limitare la libertà altrui. Ripeto: la libertà altrui, non la suscettibilità altrui. Se iniziamo a limitare la libertà in nome delle altrui sensibilità, prima o poi salterà fuori qualcuno che si offende se giriamo in canottiera per un supermercato, se entriamo coi sandali in un luogo pubblico, e così via. Aborro insomma l’idea di uno Stato etico, che costruisca le proprie leggi sulla base di ciò che è giusto o di ciò che è sbagliato: ma poi, giusto o sbagliato sulla base di chi o di che cosa?
E, se comprendo le motivazioni del governo danese, dichiaratamente ed esplicitamente rivolte a non generare atti terroristici di matrice islamica, sto decisamente dalla parte della Corte Suprema svedese che, dopo un analogo provvedimento da parte della polizia di questo paese, ha rimosso tale divieto. E lo ha fatto in nome della Libertà.
Qualche anno fa, dopo l’infame attentato di Charlie Hebdo in cui hanno perso la vita diversi giornalisti e vignettisti (rei di avere vilipeso Maometto), il direttore del giornale rilasciò un’intervista, ancora reperibile in rete, in cui affermò che “la blasfemia è l’ultima frontiera della libertà di espressione”. E io, che pure a mia memoria non ho mai bestemmiato e che sono disturbato da chi lo fa, condivido pienamente questa posizione e lo faccio in nome della Libertà. Io sogno un mondo in cui sia possibile legalmente bruciare simboli religiosi e bestemmiare, ma in cui nessuno lo fa: semplicemente per una decisione autonoma (da auto-nomos, propria di chi si dà le regole da sé) e non per una imposizione legale e quindi eteronoma.
Per inciso, sebbene depenalizzato dal 1999 da reato a illecito amministrativo, in Italia è vietata la bestemmia di qualunque divinità (buon per Zeus, che ne sarà lieto) e di persone venerate dai vari culti (Madonna, Maometto, Buddha, ma immagino anche Confucio, Lao-Tzu e così via).
E la Corte di Cassazione, chiamata a esprimersi sulla questione, non ha saputo che tirar fuori ancora argomenti da stato etico. La bestemmia, secondo la Corte, è vietata in quanto espressione di volgarità, non in quanto espressione di un pensiero (e dunque non si può fare appello alla libertà di pensiero e di espressione sancite dalla Costituzione): “Ciò che, invero, vien sanzionato, con la norma in questione, è il fatto di bestemmiare con invettive e parole oltraggiose: non la manifestazione di un pensiero, ma, una manifestazione pubblica di volgarità”.
Introdurre la volgarità come motivazione di un reato apre la strada a un giudizio etico che domani potrebbe condurre a vietare, tanto per fare un esempio, un maquillage troppo pronunciato in una donna.
Assurdo anche immaginarlo? Forse i più anziani ricorderanno quando Oscar Luigi Scalfaro, già magistrato e all’epoca dei fatti deputato, insultò una donna in un ristorante in quanto, secondo la sua sensibilità, vestita in modo scandaloso (aveva le spalle scoperte, nientemeno!) e – fate attenzione alla parola – volgare: “Ma non si vergogna? Vestita così è una bestia!”.
Il nodo, per chi come me rigetti l’idea di stato etico, non è quello di imporre leggi restrittive, ma semmai quello di educare le persone al rispetto. Anche qui, dunque, valgono le osservazioni valide anche per tanti aspetti della nostra vita civile: la necessità di formare persone dotate di sensibilità ma anche di spirito critico, dotate di autonomia cognitiva, di diritto all’habeas mentem (termine che richiama il più celebre diritto all’habeas corpus).
E i luoghi deputati a tale educazione sono la famiglia e la scuola. È chiaro che il modello familiare sta miseramente fallendo, almeno a quanto le cronache ci raccontano. E allora non resta che la scuola, bistrattata e condannata a vivere di stenti, con docenti pagati in modo infame. Ma nel frattempo, in attesa che qualche governo se ne occupi seriamente (l’attuale pattina sul crinale sottile tra il non fare nulla e il fare danni), io continuo a dire con forza: Je suis Charlie Hebdo.





