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ITALIA AMBIENTE RESO FAVOREVOLE ALLE INFILTRAZIONI TERRORISTICHE

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La scoperta del traffico dei passaporti italiani dati agli Hezbollah viene come il cacio sui maccheroni a dimostrare una questione evidente da tempo, ma esorcizzata: l’Italia (e con il Bel Paese anche l’Europa), ha schiacciato mille occhi, come sta facendo l’Unifil da 18 anni, nei confronti del terrorismo arabo per garantirsi il quieto vivere.

E’ dai tempi del cosiddetto «lodo Moro», patto segreto di non belligeranza tra lo Stato italiano e il Fonte popolare per la Liberazione della palestina (FPLP), membro dell’Olp, che il terrorismo arabo vive indisturbato sul suolo del Bel Paese.

Il lodo Moro fu conosciuto pubblicamente per la prima volta in prossimità della caduta del muro di Berlino, a partire da un’inchiesta del giudice Mastelloni su traffici d’armi tra OLP e Brigate Rosse e, successivamente, grazie ai lavori della commissione parlamentare Mitrokhin.

E’ del tutto chiaro che, al di là di singole truffe e di singoli atti criminosi, c’è un ambiente favorevole, un lago amico nel quale nuotano i pesci, che coinvolge Ong, consolati, ambienti dello Stato, proclivi non solo a giustificare, ma ad aiutare, nella convinzione che tutto questo eviti che l’Italia sia oggetto di attacchi terroristici.

E’ una posizione vile, che fa del Bel Paese un corridoio sicuro e delle sue istituzioni ambienti tolleranti, mentre questo  laissez faire, laissez passer, in chiave istituzionale, consente che altri Paesi siano oggetto di attacchi che ne mettono in discussione la sicurezza, quando non la stessa esistenza.

Ora, una denuncia, arrivata provvidenzialmente con una tempistica perfetta, ha fatto sì che il ministro degli Esteri Antonio Taiani, abbia potuto dire che “abbiamo addirittura scoperto cinque Hezbollah che erano riusciti ad avere il passaporto italiano e ora stiamo revocando la cittadinanza perché essere italiani è una cosa seria”.

Durante l’incontro Tajani ha spiegato che la vicenda risale a “un paio di mesi fa” e la Farnesina sta già approfondendo la posizione dei cinque miliziani di origini libanesi per i quali è stata chiesta la revoca della cittadinanza “perché essere italiani è una cosa seria”. 

Il ministro degli Esteri ha denunciato l’esistenza di “troppe truffe” e di “troppi personaggi che organizzano agenzie per regalare la cittadinanza italiana con finti avi italiani, perché il passaporto italiano è comunitario e serve per entrare in Europa e negli Stati Uniti”.

Se è così è necessaria una pulizia radicale fuori e dentro lo Stato.

La domanda che nasce spontanea è: quanti Hezbollah, quanti terroristi viaggiano per il mondo con passaporto italiano?

Nell’occhio del ciclone il consolato italiano a Caracas, che il deputato di FdI eletto nella circoscrizione, Andrea Di Giuseppe, afferma essere al centro di trame ben poco chiare.

Sono state ben ottomila le richieste di passaporto italiano transitate tramite quel consolato.

Ottomila richieste a Caracas. E altrove?

La situazione è talmente grave che il Console è stato richiamato e la sede ha ricevuto una visita da parte degli ispettori.

Chi ottiene il passaporto falso presenta dei certificati di nascita falsificati, spesso tramite identità rubate, e quasi sempre si tratta di personaggi che poi risultano nelle liste dei personaggi sanzionati o sotto controllo da parte degli USA.

La situazione è molto complessa e coinvolge diversi livelli nell’ambasciata italiana.

Ora il Ministero cancellerà queste cittadinanze false, ma il danno è fatto.

L’utilizzo di documenti falsi da parte di Hezbollah rappresenta una minaccia seria per diversi motivi. Può consentire ai miliziani di infiltrarsi inosservati in Israele o in altri paesi, eludendo i controlli di sicurezza e preparando attentati.

Grazie a identità fittizie, Hezbollah può creare reti di supporto logistico per trasportare armi, denaro e combattenti.

La presenza di miliziani con passaporti italiani aumenta il rischio di attentati terroristici anche in Europa, mettendo a repentaglio la sicurezza dei cittadini.

Le modalità con cui questi passaporti sono stati ottenuti rivelano falle nel sistema di controllo e nel rilascio della cittadinanza.

Il quotidiano “Il Tempo” parla addirittura di un vero e proprio “business dei documenti falsi”, con agenzie specializzate nel fornire certificati di nascita e altri documenti contraffatti a cittadini stranieri che desiderano ottenere la cittadinanza italiana.

Che in Sud America ci fosse qualcosa di sporco attorno alle ambasciate si sapeva, ma il livello di corruzione appare fuori controllo.

Era il 7 maggio quando Il Tempo raccontava di un magnate libanese che, sfruttando l’amicizia con il premier venezuelano Maduro e le sue strane relazioni in qualche nostro consolato, riusciva a ottenere passaporti per sé e per la sua famiglia, aiutando, nei fatti, persone vicine alla rinomata organizzazione paramilitare islamista.

La questione dei passaporti, che rappresenta solo la punta dell’iceberg, necessita di una svolta decisa da un punto di vista politico e culturale, a cominciare dagli apparati dello Stato, che devono essere riconvertiti ad una logica che non può più essere quella del laissez faire, laissez passer.

Diventa grottesco fare la predica a Israele quando migliaia di soldati italiani dell’Unifil, nel corso degli anni (ben 18 dall’ultima Risoluzione dell’Onu) hanno lasciato impunemente insediare i militanti di Hezbollah in una zona che doveva essere smilitarizzata e quando il Bel Paese addirittura, grazie alla connivenza dei suoi consolati, distribuisce ai terroristi passaporti che ne certificano la cittadinanza italiana.

In tutto questo ci sono responsabilità politiche enormi che l’attuale governo non può e non deve tollerare e perpetuare.

Questa volta non ce la caviamo con le bugie dei giornali del camerierato, soprattutto se comperati per garantire le fughe dall’Italia di interi comparti economici.

Israele non è un Paese di fessi ai quali si possono raccontare fanfaronate.

E’ ora di fare i conti con la verità.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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