
di Giuseppe Augieri
«500.000 morti accertati; 7,5 Milioni di bambini che necessitano di assistenza umanitaria; 20 milioni di persone costrette ad abbandonare le proprie case; 600.000 bambini vittime di malnutrizione cronica; il 90% della popolazione che vive sotto la soglia di povertà ….. Dobbiamo salvare i 7,5 milioni di bambini a rischio. Di chi sto parlando? Di Gaza, Israele, Hamas? No. Parlo della Siria, dove arabi uccidono e deportano altri arabi inermi. …… Possiamo raccontare tutte le fandonie che vogliamo. Il dato di fatto incontrovertibile è che nel Medio Oriente c’è Israele, paese democratico. Tutto il resto dell’area è governato da dittatori, teocrati, corrotti, terroristi. Dove la libertà è un mito. Dove le donne non valgono niente.»
Ho riportato lo stralcio di un post che ho letto. Aggiungerei: Paesi dove la vita umana dipende dall’aver seguito o meno le regole di una religione, spiegata al popolo e resa vincolante nella versione che fa comodo ai dittatori. Che non sono oggetto di contestazione ed anzi sono gli interlocutori di affari quasi essenziali per il nostro vivere. E senza mostrare alcuna vergogna.
Difficile non condividere tutto. A meno di una questione. Che è poi quella centrale.
Se i dittatori – ed il caso Siriano è solo uno dei tanti possibili da citare – si macchiano di atrocità, l’essere Israele un Paese democratico non lo autorizza a muoversi, per altre ragioni, sullo stesso binario. E chi, i Palestinesi, provoca questa risposta – sbagliata sul piano umano, politicamente difficile da contestare – non può approfittare del fatto che il suo interlocutore non è un popolo sotto dittatura, analoga a quelle che fanno stragi, per pretenderne una soggiacenza.
Le ragioni dell’uno giustificano le ragioni dell’altro? Porre questa domanda significa allontanarsi, divergendo profondamente, dalla questione che va invece posta come centrale ed unica: come fare a riportare la pace? Perché la pace è l’obiettivo: non solo perché l’area infuocata può degenerare, ma perché la pace è l’obiettivo. Meglio ripeterlo mille volte. Obiettivo: pace.
Per questo mi sento di domandare se ha senso schierarsi, come si sta facendo, pro-Israele o pro-Palestina. E, talvolta, con azioni pacifiche solo nel senso che non sono armate: ma con l’uso di modalità che feriscono il patto sociale sul quale si fonda la nostra democrazia. E lo domando soprattutto ai giovani ed agli studenti, quelli delle occupazioni, quelli dei cortei non autorizzati, quelli del “diritto al divieto di far parlare” chi direbbe cose diverse da quelle che loro dicono. Al di là di vicende storiche più o meno antiche, molto tortuose, complesse e non semplificabili, sulle quali discutere è giusto, meglio se nelle sedi opportune, con i tempi opportuni, con le modalità di discussione opportune, con la pienezza di conoscenze da confrontare senza usarle come clave, pensano davvero che così si aiuta una causa? Pensano davvero che rinfocolare i contrasti sia un modo per far cessare lo stillicidio di morte? Che alla fine avrà ragione chi urla più forte di altri? E che questo si trasformerà in più giustizia? Che il vociare dei tanti equivale a voce del popolo?
E, per quanto riguarda le forme da loro utilizzate, chiassose e appariscenti ma senza poi costrutto, e che sono tuttavia segnali di messa al confino della democrazia, è questo il mondo che vogliono? Quello nel quale, non noi ma loro, vivranno? Quello in cui è bello far vedere che…, ovvero dimostrare ma alla fine concedere di lasciare tutto com’è?
Chiedo solo questo: una riflessione su quello che è successo in queste ultime settimane, con ancora qualche focolaio che si attizza. Vicende che mi danno tristezza per quei morti e per quelli che hanno perso tutto, che chiederebbero invece molte parole in meno e qualche soluzione in più. Comportamenti che, purtroppo, si ripeteranno perché andiamo verso il ripetersi, nel nostro mondo, di vicende analoghe ed anche peggiori.
E la pace come sfondo sempre più annebbiato.





