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ISRAELE E GLI EBREI DELLA DIASPORA USA

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Paolo Raffone, nel suo articolo pubblicato ieri sul Nuovo Giornale Nazionale (Titolo: “Qualcosa si sta muovendo….senza di noi”), a proposito degli Usa, scrive che i “tre cavalieri dell’apocalisse, i neoconservatori Anthony Blinken (Segretario di Stato), Jake Sullivan (Consigliere per la Sicurezza Nazionale) e Victoria Nuland (acting Vice Segretario di Stato), si trovano nell’infelice situazione di dover giustificare al “commander in chief”, il neo candidato presidenziale Joe Biden, i simultanei fallimenti delle loro politiche”.

Blinken, ci dice Raffone, che “è l’architetto delle pie illusioni americane che immaginano di contenere la Cina, ridurre la Russia a innocua potenza regionale, e mantenere l’egemonia americana in Europa e nel mondo, è discendente di una ricca famiglia ebraica di banchieri ucraini”.

Victoria Nuland, ci dice sempre Raffone, è “discendente di una famiglia ebraica di medici russi”, è “l’architetto del cambio di regime antirusso in Ucraina nel 2014 che ci ha portato fino ai fatti odierni, ed è l’insaziabile sostenitrice del “nuovo secolo americano” (delineato nel 1998 dal marito Robert Kagan)”.

Robert Kagan, ebreo di origine lituana, ex repubblicano, passato a sostenere Hillary Clinton, è uno storico e politologo statunitense, esperto di politica estera, membro del think tank Brookings Institution. Cofondatore del Progetto per un nuovo secolo americano, è membro del Council on Foreign Relations, con sede a New York.

Perché sottolineare l’origine ebraica di Blinken, Nuland e di Kagan e di un ebraismo di origine europea russa, ucraina, lituana?

Perché la diaspora ebraica Usa, in gran parte askenazita progressista, conta all’incirca 6 milioni di persone a fronte delle 7 delle quali è costituito Israele e perché la diaspora Usa è nella sua maggioranza di sinistra e propende per uno Stato laico liberale in un momento storico che vede Israele diviso da tensioni interne che solo i soliti sciocchi della propaganda tendono a ridurre al contrasto tra Bibi Netanyahu e la Corte Suprema.

La questione è ben più complicata.

“La società israeliana – scrive Cesare Pavoncello (Limes 3/2023) – è fortemente divisa. Al di là degli schieramenti politici, troviamo una spaccatura tra ebrei ashkenaziti (con radici occidentali) e sefarditi (provenienti dal Nord Africa, Yemen e altri Paesi arabi). C’è poi la scissione tra laici e religiosi e quella tra popolazione ebraica e araba”.

Al momento della fondazione, nel 1948, lo Stato di Israele era figlio del movimento laburista e dell’élite ashkenazita, mentre, come spiega il giornalista Wlodek Goldkorn, “fin dalla fine dell’Ottocento l’ebraismo ortodosso era per lo più ostile al sionismo perché lo Stato degli ebrei e il Terzo Tempio sarebbero sorti con l’avvento del Messia e accelerare quel processo era considerato un atto sacrilego”.

Il Likud, il partito di Bibi Netanyahu, fondato nel 1973, si basa su un evidente anti elitismo, che si traduce in un anti ashkenazismo, in quanto gli ashkenaziti rappresentano, anche nell’esercito, l’élite, mentre ai sefarditi rimane di essere la parte del popolo meno protetta e meno potente. La narrazione del Likud, sostiene Fabrizio Maronta (Limes 3/2023) è la seguente: “Un’élite ashkenazita, razzista ed esclusiva, opprime ed emargina sistematicamente un’ampia sottoclasse sefardita per tutelare il proprio status privilegiato”.

“La destra – scrive Maronta – ha sempre perseguito il libero mercato come mezzo di benessere e di modernizzazione dello Stato, a differenza di una sinistra (ashkenazita) di tendenze a tratti staliniste, ritrovatasi, al pari dei suoi omologhi europei, dalla parte sbagliata della storia”. Il fatto è che, scrive sempre Maronta, “la destra, nelle sue varie incarnazioni (Likud e alleati), ha vinto una decina di elezioni ma «non ha mai detenuto il potere nel vero senso della parola, perché attraverso la magistratura, la burocrazia, gli apparati di difesa, le università, il mondo della cultura, i media e l’economia, la dottrina della sinistra ha seguitato a dominare l’orientamento del paese»”.

Sembra di leggere, in controluce, la storia europea e quella Usa del secondo dopoguerra.

La qual cosa ci porta anche a considerare come è schierata la più importante diaspora ebraica, ossia quella degli Stati Uniti.

Peter Beinart, docente alla Scuola di giornalismo della City University of New York, intervistato da Limes (3/2023) afferma: “In Israele esiste una contraddizione fondamentale tra il principio dello Stato liberale-democratico e il principio dello Stato ebraico. Il primo significa uguaglianza di tutti davanti alla legge. Il secondo significa supremazia del gruppo etno-religioso, cioè istituzioni statali costruite per gli ebrei”. E aggiunge: “Il sionismo come progetto geopolitico non è in crisi. Non è più impugnato dagli ashkenaziti, ma il testimone è passato ai mizrahim”.

La comunità ebraica della diaspora Usa, secondo Beinart, sarebbe divisa tra un 20 per cento che considera Israele uno Stato di apartheid e preferirebbe l’eguaglianza per tutti, da un 40 per cento che supporta Israele qualunque cosa esso faccia e un 40 per cento che supporta la soluzione dei due Stati.

I sionisti tradizionali, ossia quel 40 per cento che supporta Israele qualunque cosa faccia è, negli Usa, alleato degli evangelici, che hanno una forte influenza sui repubblicani.

Dietro la riforma che vorrebbe limitare i poteri della Corte Suprema, secondo Sergio Della Pargola, professore emerito dell’Università ebraica di Gerusalemme, si “trova un centro studi finanziato da circoli ultraconservatori e libertari americani, il Kohelet Policy Forum”. (Limes 3/2’23).

La questione del confronto tra Bibi Netanyahu e la Corte Suprema è, dunque, assai complessa e non semplificabile in una sorta di braccio di ferro del leader del Likud per sfuggire alla giustizia.

Cosa ha a che fare tutto questo con gli assetti internazionali e con Israele?

In primo luogo ha a che fare con il fatto che la politica dei vertici Usa dell’Amministrazione Biden è fallimentare e che il fallimento è evidente su tutto il quadrante mondiale ma, soprattutto, nella totale perdita di influenza nel Medio Oriente e in Africa, dove, nei giorni scorsi il Brics ha incamerato altri sei Stati, mettendo di fatto Israele in una situazione che lo vede circondato da ogni parte da realtà statuali che non rispondono più agli Stati Uniti d’America. Cosa, questa, che riduce al lumicino la possibilità Usa di avere voce in capitolo nell’area.

Non solo, mentre Trump, con l’impegno e il lavoro di relazioni del genero, ebreo tradizionalista, ha costruito le condizioni per gli Accordi di Abramo, l’amministrazione Biden, grazie alla sua imperizia e anche alla sua distanza ideologica dal governo di Israele, ha operato nell’area favorendo la presenza della Russia e della Cina. Presenza che ora si consolida con l’entrata nel Brics di Arabia Saudita, Iran, Egitto, Emirati ed Etiopia.

Il recente ristabilimento dei rapporti tra Arabia Saudita e Iran, mediato dalla Cina, pone Israele in difficoltà.

Se gli ashkenaziti della diaspora Usa, che sono in maggioranza contrari alla politica di Bibi Netanyahu, continueranno a marcare le distanze e a sostenere chi avversa il governo, non è impossibile che Israele possa volgere la sua attenzione alla Russia, la quale è in grado di tenere a bada la Siria e l’Iran.

Se le cose dovessero davvero andare per questo verso, Anthony Blinken e Victoria Nuland dovranno aggiungere un’altra medaglia nera all’ormai ampio medagliere dei loro fallimenti.

Per l’Italia, che sembra destinata ad avere un ruolo crescente nel Mediterraneo, un rapporto chiaro di collaborazione con Israele è più che mai necessario.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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