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ISIDE E OSIRIDE

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di Angelo Giubileo

Iside e Osiride (un brevissimo accenno)

Iside è l’inconoscibile secondo la più antica conoscenza e tradizione, che è l’epoche.

Infatti, scrive Plutarco nell’adversus Colotem: Neanche coloro che trattarono lungamente dell’epoche, scrissero trattati e discorsi per confutarla riuscirono poi a scuoterla. Ma alla fine costoro la vietarono, adducendo dalla Stoa l’accusa secondo la quale essa avrebbe portato come la testa della Gorgona all’inattività. Nonostante essi la assalirono e la misero completamente sottosopra, l’impulso si rifiutava di diventare assenso e non ammetteva la sensazione come asse della bilancia, ma si manifestava di per se stesso come guida delle azioni, non avendo bisogno di nulla che fosse aggiunto dal di fuori.

Iside rappresenta pertanto l’invisibile nascosto sotto il suo velo, che nessun sedicente mortale, e cioè nessun uomo potrà mai sollevare (o squarciare come alcuni dicono sia invece accaduto al tempio di Gerusalemme), ciò che necessariamente (τὸ χρεὼν) non può apparire agli occhi umani, e cioè nell’ordine sia sensibile che intellegibile ai quali, entrambi, si richiama Parmenide.

Iside è anche la Luna, principio femminile.

Ma, essenzialmente, è l’essere – di cui dice Heidegger, in scia a Parmenide – che mantiene, cioè tiene nelle proprie mani il de-stino (l’essere dello stare e lo stare dell’essere medesimo) di ogni ente o cosa che sia, è stata, è e forse sarà. Così che, dice Plutarco, “se la conoscenza e il pensiero (siffatti) della realtà venissero meno, l’immortalità non sarebbe più vita, ma tempo“. L’immortalità è l’epoche.

Osiride è Sirio. Sirio è il principio maschile (o-sir-i-de), la stella più luminosa e quindi più visibile, che nel mito della narrazione è anche il Sole.

E tuttavia esso è innanzitutto Pan, che si scompone e ricompone nei suoi diversi el/e/m(en)-ti.

Ma è anche la “nuova” via intrapresa da Gilgamesh, che tuttavia non credo sia stato il primo. Dopo aver abbattuto insieme al suo fratello Enkidu i cedri della Foresta nera (toponimo che assume lo stesso Heidegger), Gilgamesh oltrepassa i confini dell’A(l’inizio)-de o presunto invisibile nel tentativo di riportare in vita lo stesso Enkidu. Ma al mortale, in quanto definito tale, ovvero all’uomo in quanto tale (termine la cui radice semantica risale al sanscrito man, mna da cui mente, pensare, calcolare, ricordare, etc.), e cioè legato alla propria condizione “naturale” o essenza, sappiamo che non è possibile accedere alla conoscenza definitiva dell’essere che tutto man-tiene.

E tuttavia sappiamo anche che un modo comunque esiste, per raggiungere una sedicente forma d’immortalità, che per l’appunto è l’epoche. Pertanto, conclude Heidegger: (se) l’essere, nella sua stessa essenza, mantiene l’essenza dell’uomo (allora) all’uomo non resta che poetare (dal greco poieo=creare, fare) l’enigma dell’essere

Se l’essere non dovesse mantenere l’essenza dell’uomo, l’ordine naturale sarebbe sconvolto, il diluvio precipiterebbe sulla terra, e l’uomo rischierebbe la propria fine. Cosa che sembra sia già accaduta ad altre specie.

 

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  • Redazione

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