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Il silenzio di Tulsi Gabbard agita Washington

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Washington

Cosa si cela davvero dietro le dimissioni dell’ex Direttrice dell’Intelligence Nazionale?

Torniamo a parlare di Tulsi Gabbard perché le sue dimissioni, nonostante siano state motivate ufficialmente da ragioni familiari, restano ancora molto annebbiate sul piano politico e strategico.

Gabbard era già di per sé una figura anomala dentro Washington, ex democratica, militare, critica verso le guerre infinite, diffidente nei confronti del complesso militare-industriale e spesso osteggiata sia dai neocon repubblicani sia dall’apparato liberal-interventista americano.

Eppure, Donald Trump le aveva affidato uno degli incarichi più delicati e potenti degli Stati Uniti, la guida dell’intera comunità d’intelligence americana, cioè il coordinamento di diciotto agenzie federali tra CIA, NSA, DIA e intelligence militare.

Un ruolo che non è soltanto operativo, ma profondamente politico, perché il Director of National Intelligence è il punto di raccordo tra informazioni strategiche, sicurezza nazionale e Presidenza degli Stati Uniti.

Il suo posto verrà assunto temporaneamente dal vice Aaron Lukas, figura molto diversa da Gabbard. Lukas proviene infatti direttamente dall’establishment dell’intelligence tradizionale, ex CIA, già station chief all’estero, con oltre vent’anni dentro gli apparati di sicurezza americani e precedenti incarichi al National Security Council sull’asse Europa – Russia.

Ed è importante comprendere anche il significato del termine “acting DNI”.

Non si tratta di una nomina definitiva, ma di una guida ad interim, in pratica Lukas manterrà la continuità operativa della macchina intelligence fino a quando la Casa Bianca non deciderà se confermarlo, sostituirlo oppure ridefinire completamente gli equilibri interni dell’apparato strategico americano. Proprio questo elemento rende la vicenda estremamente interessante.

La scelta di Lukas come il segnale di un ritorno di peso dell’intelligence classica americana dopo una fase in cui Trump aveva tentato di inserire figure meno organiche al sistema tradizionale di Washington.

Ed è qui che entra in gioco il ruolo dello stesso Trump. Per anni il presidente americano ha costruito parte della propria narrativa politica contro quello che definiva il “deep state”, accusando settori dell’intelligence di aver interferito nella politica interna americana, soprattutto sul Russiagate e sulle dinamiche elettorali.

Gabbard, sotto questo profilo, era perfettamente compatibile con la sua visione, anti-establishment, favorevole a una revisione critica delle agenzie federali e sostenitrice della necessità di “ripulire” gli apparati di sicurezza.

Non a caso, durante il suo mandato, Gabbard aveva promosso gruppi investigativi interni per riesaminare temi altamente sensibili come le origini del Covid, i dossier Russiagate e alcuni programmi classificati legati ai laboratori biologici e alla sicurezza sanitaria globale.

Ma proprio qui potrebbe essersi aperta la frattura. Perché una cosa è utilizzare l’intelligence come leva politica contro il vecchio establishment, un’altra è gestire concretamente gli equilibri geopolitici nel momento in cui il mondo entra in una nuova fase di escalation militare e strategica.

Negli ultimi mesi Gabbard sarebbe stata progressivamente marginalizzata dai dossier più delicati, soprattutto quelli legati all’Iran e al Medio Oriente. Alcune sue posizioni prudenti sul rischio di una nuova guerra regionale sarebbero entrate in collisione con le componenti più aggressive dell’apparato di sicurezza nazionale americano.

Ed è, forse, questo il vero nodo della vicenda: capire se le dimissioni di Tulsi Gabbard siano davvero soltanto personali oppure il segnale di un riequilibrio molto più profondo dentro il potere americano, dove Trump continua a muoversi tra due esigenze opposte, mantenere la propria narrativa anti-establishment e, allo stesso tempo, affidarsi, inevitabilmente, alle strutture permanenti dell’intelligence e della sicurezza nazionale per governare una fase internazionale sempre più instabile.

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