di Giorgio Cattaneo
Riecco i tagliagole in Siria, che si riprendono Aleppo: sono «reduci di Al-Qaeda che trattano con l’Occidente», ci informa “Repubblica”, sfoderando un irresistibile senso dell’umorismo. E com’è che ricompaiono proprio adesso, i barbuti macellai che “trattano con l’Occidente”? Semplice: è bastato tenere impegnata la Russia nel Donbass e minacciare l’Iran, sfoltendone i vertici a colpi di graziosi omicidi mirati. Ultimo passo: sventrare in Libano la struttura dell’altro alleato dei siriani, Hezbollah, dopo aver ridotto Gaza a un cumulo di macerie, mentre il mondo stava a guardare.
Certo, in un paese come l’Italia resistono sacche di autentico romanticismo ottocentesco: come quello di chi brucia in piazza le foto di Giorgia Meloni. Vaste aree del pianeta sono ridotte a cimiteri, sotto cieli affollati di missili (quindi la colpa è di Salvini: non fa una grinza). L’ideologo ispiratore di cotanto pensiero risponde al nome di Maurizio Landini. Curioso sindacalista: fece la guerra a Marchionne, l’unico manager che giurava di voler resuscitare l’auto italiana. Ora ha sfoderato l’arma spuntata dello “siòpero” (lo sciopero politicamente corretto) contro un governo finora dimostratosi il meno servile, di fronte agli oligarchi Agnelli-Elkann. Una dinastia che il futuro della Fiat l’ha ormai ceduto ai francesi, dopo aver salassato per decenni i bilanci italiani per poi fuggire, fiscalmente, in Olanda.
Tutto questo accadeva, evidentemente, mentre Landini viveva nel suo piccolo mondo antico, dove i mulini erano bianchi e le fabbriche ancora rosse, mentre i padroni universali si mostravano benevoli e paterni quanto il megadirettore galattico di Fantozzi. Memorabile, sempre il compagno Landini, il giorno che si fece consolare nientemeno che da sua santità, il venerabile Mario Draghi Rockefeller, dopo il saccheggio degli uffici sindacali da parte di teppisti guardati a vista dalla polizia. La prodezza servì a oscurare la denuncia dei manifestanti veri, che in piazza protestavano contro l’introduzione dell’inquietante lasciapassare sanitario.
Laddove dilagano sofferenze sociali e ci si aspetta un intervento riparatore nel segno della giustizia, i tizi alla Landini si segnalano prontamente: schierandosi dalla parte opposta. Lo scrisse in tempi non sospetti Paolo Barnard: proprio la sinistra sindacale porta sulle proprie spalle il peso di un grande tradimento. Si fece silenziosamente cooptare dal neoliberismo, che – per introdurre misure impopolari, fino alla macelleria sociale – aveva bisogno di portare dalla sua parte la sinistra, che godeva della fiducia dei lavoratori sindacalizzati e dunque, un tempo, potenzialmente temibili.
Oggi, la recita di Landini (che inscena il ruolo dell’esponente “di sinistra”) si rivela pateticamente sgangherata, quanto quella dei portavoce governativi (che si dipingono diversi da Landini o dalla Schlein, in quanto “di destra”). Al di là del teatro: tutti questi soggetti la pensano allo stesso modo, sulle questioni fondamentali. E anche se non lo dicono, sanno benissimo che non sono più i governi, a decidere: l’agenda sovranazionale è intangibile. Ai poteri locali, nazionali, restano solo le sfumature interpretative, le briciole, a prescindere dal loro dichiarato orientamento politico.
I governi contano ancora solo in un caso: se disobbediscono ai poteri superiori, quelli di fronte a cui si inchinano sia la Meloni che Landini. Governi semi-ribelli e politici ancora autonomi, rispetto alla sacra agenda mondialista? Sì, ma solo in Est Europa. Uno di questi, il presidente serbo Aleksandar Vučić, disapprova l’ostilità della Nato verso la Russia. È su posizioni analoghe il premier slovacco Robert Fico: vivo per miracolo, dopo che una pallottola gli ha sfiorato il cuore lo scorso 15 maggio. Semaforo rosso anche per il sodale rumeno Călin Georgescu: potrebbe vedersi annullato l’esito del voto delle presidenziali; al primo turno ha appena conquistato la pole position in vista del ballottaggio.
Guai, se nel Libero Occidente si impongono voci indesiderabili tramite regolari elezioni: i brogli si denunciano in Georgia, dove ha stravinto la formazione che non ama l’Ue, mentre i maneggi vengono bellamente ignorati in Moldavia, dove sarebbe stata “scippata” la vittoria degli elettori non allineati alla Nato. Figurarsi se anche la Romania dovesse sfuggire di mano: potrebbe emergere una diversa narrazione dei fatti, molto lontana dalle euro-frottole belliche, le storielle a cui fingono di credere Meloni, Landini e replicanti vari.
L’aspetto più deprimente, del malinconico “siòpero” landiniano? Il fatto che le due parti, sindacato e governo, fingessero entrambe di non sapere come stanno davvero le cose. È devastante, il gioco crudele dei tagli sociali, visto che la coperta è davvero troppo corta? Certo. Ma è ancora più deprimente non voler vedere che lo stillicidio si ripete da decenni, con l’avvento della moneta unica privatizzata. Peccato originale: lo storico divorzio fra Tesoro e Bankitalia, la banca centrale che fino al 1980 fungeva da bancomat a costo zero (prestatore di ultima istanza).
Che fare, quindi? Azzerare l’austerity trasformando la Bce in un’istituzione finalmente sottoposta alla sovranità politica dei governi? Prima però occorrerebbe rottamare l’attuale Ue delle tecno-oligarchie, facendola rinascere come soggetto realmente democratico. Impensabile? Un economista come Antonino Galloni (e con lui l’associazione Moneta Positiva, guidata da Fabio Conditi) spiega che, intanto, la semplice creazione di una moneta parallela, tecnicamente ammissibile anche secondo i trattati europei, darebbe subito al paese una forza inimmaginabile.
Galloni parla di una moneta solo nazionale, non spendibile all’estero, non convertibile in oro, in euro o in valute straniere. Moneta che lo Stato userebbe per pagare stipendi e prestazioni. Idem le tasse: versamenti effettuabili utilizzando la nuova moneta, valida anche per fare la spesa. Tra pubblico impiego e sostegno all’occupazione privata, secondo una rapida stima, si otterrebbero milioni di posti di lavoro in settori chiave, dai servizi alla persona (assistenza sociale) alla manutenzione idrogeologica del territorio. Stipendi: cioè consumi, indotto, Pil, economia reale, assunzioni. E alla fine, entrate fiscali.
Senza soluzioni strutturali di questa portata – magari proprio una moneta parallela emessa non a debito, in attesa dell’eventuale euro “democratico” – la coperta resta corta. Lo sanno a memoria sia Meloni che Landini, anche se continuano ad alimentare la mitologia di un’Italia immaginaria: un’Italia raccontata come raddrizzabile con riforme radicali alla portata dei governi, quando invece ormai scarseggiano i soldi per l’ordinaria amministrazione. Il fatto che nessuno dica la verità (né l’inconcludente Giorgia nazionale, né l’esilarante condottiero dei pensionati Cgil) la dice lunga sul menù in programma.
Farà freddo, molto freddo. E non sapendo affrontare il vero, grande tabù che trasforma il gigante europeo in un vero e proprio nanetto, i nostri eroi di cartapesta ricicleranno ancora la fiaba eterna, “destra contro sinistra”, perfetta per continuare ad obbedire all’infinito ai poteri che stabiliscono che cosa sarà di noi, esattamente. La loro volontà sarà imposta al governo in carica, non importa da quale partito sia espresso. L’hanno ben compreso gli elettori, che ormai – persino alle regionali, addirittura in Emilia – hanno iniziato a disertare in massa le urne.




