Home Opinioni Il ragazzo, la colpa e la nostra silenziosa viltà

Il ragazzo, la colpa e la nostra silenziosa viltà

0
Il ragazzo, la colpa e la nostra silenziosa viltà

Il “rovesciamento” di ogni valore della modernità

C’è qualcosa di più grave del fatto – grave, gravissimo – che ha occupato per qualche giorno le cronache. Ed è il modo in cui lo abbiamo raccontato. O, per essere più precisi, il modo in cui lo abbiamo cancellato.

Perché ciò che colpisce non è soltanto la violenza di un gesto freddamente compiuto. È la rapidità con cui quel gesto è stato svuotato, smontato, dissolto in una serie di spiegazioni che tutto dicono e nulla spiegano.

Il colpevole si è rarefatto fino quasi a sparire; la vittima è scivolata sullo sfondo; e al centro è rimasto un simulacro: il minore vittima del contesto.

Il contesto – questa divinità moderna, invisibile e onnipotente, che tutto determina e nulla giudica.

Si è parlato di famiglia, di scuola, di social, di fragilità. Parole legittime, certo. Ma usate come si usano le formule magiche: non per comprendere, bensì per esorcizzare. Per evitare, soprattutto, due parole che un tempo costituivano l’ossatura stessa della nostra civiltà e che oggi sembrano diventate impronunciabili: il male e la coscienza.

Non solo come fondante e disturbante categoria teologica, dalle origini del pensiero cristiano – le pere di Agostino – o letteraria in giganti come Dante, Manzoni o Dostoevskij. Ma come realtà concreta, quotidiana, scandalosamente semplice e insieme radicale.

L’idea che un essere umano – sia pure giovane – possa volere il male e compierlo non malgrado sia male ma, anzi, proprio perchè è male. E più ancora senza esservi stato costretto da una minaccia o da un ricatto, senza essere stato ridotto a terminale passivo di una qualche catena causale presente nel sottomondo della delinquenza.

E poi la coscienza.

Quella voce interna, imperfetta quanto si vuole, ma reale; quella capacità elementare di distinguere tra ciò che si deve e ciò che non si deve fare. Si può discutere quanto essa sia sviluppata in un tredicenne. Ma negarne l’esistenza significa negare l’uomo.

E tuttavia è esattamente questo che accade. Il ragazzo non è più un soggetto che agisce, ma un oggetto che reagisce. Non sceglie: accade. Non decide: è deciso. Non è responsabile: è spiegabile.

È una visione rassicurante. E come tutte le visioni rassicuranti, è falsa.

Perché elimina il punto più scomodo, quello che nessuna sociologia potrà mai del tutto assorbire: che anche una libertà acerba è pur sempre libertà. Che anche una coscienza immatura è pur sempre coscienza. E che, dunque, anche un giovane può – entro i limiti della sua età, ma realmente – volere il male.

A questo si aggiunge, quasi a suggello, una forma di buonismo che rasenta l’irrealtà.

La vittima stessa – dall’ospedale – si affretta a dichiarare che «forse il ragazzo non sa neppure perché mi ha accoltellata».

È una frase che commuove, certo. Ma è anche il segno di una resa culturale. Perché il movente, invece, è fin troppo chiaro.

Quel ragazzo la odiava. La odiava perché lei faceva, con serietà e con piglio, il suo mestiere. Perché rappresentava un limite, un’autorità, una misura – tutte cose che il nostro tempo ha insegnato a percepire come insopportabili.

Dire questo non significa indulgere alla durezza. Significa restituire alla realtà il suo nome.
Ma parlar così oggi è considerato una forma di crudeltà. Si preferisce una pietà senza verità, un umanitarismo che assolve prima ancora di comprendere. Ma è una pietà che umilia proprio coloro che pretende di difendere, perché li priva di ciò che li rende uomini: la responsabilità.

Un ragazzo non è un adulto, e nessuno vuole sostenerlo. Ma non è neppure una foglia trascinata dal vento del “contesto”. Tra queste due caricature – il piccolo innocente e il colpevole assoluto, che peraltro aveva concepito con fredda lucidità il suo piano, ben conscio di non esser perseguibile – si estende una terra più difficile, che richiede giudizio e coraggio. È la terra della responsabilità e della colpa

Noi, invece, abbiamo scelto la via più comoda: abolire il problema.

Così, nel tentativo di “rimanere umani” – un’espressione non a caso così in voga in certi ambienti sinistri – abbiamo smesso di esserlo.

E questa non è soltanto una sconfitta. È, più propriamente – così la chiamava Del Noce – la “catastrofe” – il “rovesciamento” di ogni valore – della modernità.

Autore

  • Biagio Buonomo

    Biagio Buonomo, napoletano, Dottore di Ricerca in Storia e a lungo professore a contratto di Letteratura Italiana presso l'UNISOB, è stato per ventitré anni notista culturale dell'Osservatore Romano. Scrive saggi di letteratura che pubblica e romanzi che, almeno fino a ora, tiene ben chiusi nel cassetto.

Ricevi i nostri articoli via mail!

Ogni giorno i contenuti del Nuovo Giornale Nazionale sulla tua casella di posta elettronica

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui