
di Marco Della Luna
Per capire il presente rapporto tra potere monetario e ordinamento politico, occorre un salto nel passato. In epoca tardo-rinascimentale gli Stati (regni di Spagna, Francia, Inghilterra), per le loro spese di guerra, opere pubbliche etc., emettevano troppo denaro, troppi biglietti di Stato, in rapporto alle riserve auree che possedevano e ai loro introiti; perciò, essi fecero ripetutamente bancarotta, ossia insolvenza (parziale o totale, temporanea o definitiva, sul capitale, sugli interessi o su entrambi) nei confronti dei loro creditori (banchieri toscani, genovesi, poi anche tedeschi e olandesi). Subentrò allora, dalla fine del XVII secolo in poi, una vera rivoluzione del sistema di potere e della struttura dello Stato, la quale configura lo Stato come oggi noi lo troviamo.
Successe, in sostanza, che le aristocrazie regnanti nei vari paesi europei si allearono con i banchieri creditori di questi paesi, fondarono banche private in società con loro e trasferirono in queste anche il potere sovrano di emettere denaro – potere che prima veniva esercitato dallo Stato, dal Re. Lo trasferirono a queste banche in via quasi sempre esclusiva – ossia queste banche divennero monopoliste dell’emissione del denaro legale e del suo prestito, ciascuna entro il suo Stato. La prima a sorgere, sotto la pressione del crescente indebitamento dello Stato per le guerre in corso, fu la Bank of England, nel 1694, sotto Guglielmo III di Orange, ispirato dal banchiere scozzese William Paterson; essa acquisì le prerogative suddette nel corso di pochi lustri dalla sua fondazione. Divenne la finanziatrice del debito pubblico.
L’importanza di questa trasformazione è unica nella storia dell’umanità. Essa è la più grande e, soprattutto, la più stabile di tutte le rivoluzioni. La Rivoluzione Francese è poca cosa al confronto con essa. Persino l’URSS, in origine, aveva una banca centrale gestita privatamente da un finanziere ebreo americano. Basti pensare che, prima di questa trasformazione, il sovrano che spende soldi per costruirsi una reggia sfarzosa o per fare una guerra con cui allargare i propri dominii indebita lo Stato, ossia se stesso, verso le banche; mentre, dopo di essa, è il sovrano stesso, assieme ai suoi soci finanzieri, a fungere da banchiere verso lo Stato, attraverso la banca centrale controllata da lui, dall’alta nobiltà e dall’alta finanza – cioè a prestare soldi allo Stato (al popolo) per fare le medesime cose nell’interesse del sovrano e dei suoi soci. Quindi, grazie a questa rivoluzione, il sovrano, quando fa una guerra per aumentare la propria potenza (e quella della classe dirigente che lo sostiene), non solo fa la guerra senza più indebitare se stesso, ma grazie a essa va a credito di capitale e interesse verso lo Stato e i cittadini per le spese di guerra. Ossia, può fare i propri interessi a spese del popolo, e per giunta guadagnandoci sopra. Chi autorizza queste spese pubbliche e l’esazione delle tasse per pagarle, è tipicamente il parlamento, col voto della legge di bilancio.
Il sovrano, il potere politico, guadagna indipendentemente da chi vinca la guerra. Si produce una triangolazione tra oligarchia, Stato e nazione: l’oligarchia, per arricchirsi e consolidare il proprio potere, indebita lo Stato verso di sé onde prelevare tasse dal popolo col pretesto del debito pubblico. La spesa pubblica (dalla guerra all’assistenzialismo) e l’indebitamento pubblico che da essa origina, diventano un inesauribile affare per il sovrano e i suoi soci. Anche perché il debito pubblico dà il pretesto allo Stato per imporre alte tasse, approvate dal parlamento; quindi crea per i governanti e per i politici e gli amministratori dei livelli intermedi grandi opportunità di arricchirsi maneggiando molto denaro dei cittadini, di distribuire molto denaro per comperare consensi e clientele, nonché di alzare i tassi d’interesse e mandare in rovina per debiti molte imprese e rilevare così per poco le loro aziende e proprietà. Questo business è l’essenza stessa della politica come praticata da allora a oggi perlomeno in Occidente. E oggi oltre alle guerre, come buone ragioni per accrescere la spesa pubblica e la tassazione o l’emissione inflazionista di nuovo denaro, si usano le emergenze finanziarie (le bolle), le emergenze ecologiche, le emergenze sanitarie. Ovviamente, nessuno ne parla.
In questo modo la classe governante dei vari paesi, come pure la casta parlamentare, dissocia i propri interessi e le proprie fortune da quelli della nazione stessa, rendendoli indipendenti e perlopiù contrapposti. I suoi interessi vanno a collocarsi e a muoversi su un piano sovranazionale, al di sopra dei confini territoriali e dei popoli che governa e degli Stati attraverso cui li governa. Gli stati si riducono a strumenti attraverso i quali essa fa i propri interessi. Lo stato non è una creazione per servire il popolo, ma per servirsi del popolo.
Oggi siamo in regime di capitalismo non più industriale, non più finanziario, ma monetario. In linea con quanto testé spiegato, non esiste oggi un pericolo fascista o comunista o sovranista: tutti i politici al governo o in area di governo sono interni alla logica e alle suddette strategie del capitalismo finanziario, anzi monetario. Le sinistre sono saldamente filo-bancarie. Le destre non sono anti-sistema, come non lo è l’ideologia woke (o gender o cancel culture), però vengono fatte passare come tali dal centro e della sinistra e dai mass media che le dipingono come estreme affinché sembri che ci sia un dissenso politico reale ed organizzato, una possibile scelta per l’elettore, addirittura una minaccia per la libertà. Chiunque vinca nelle elezioni occidentali, e anche quando nessuno vince, si forma sempre un governo conforme agli interessi e alle direttive dell’oligarchia finanziaria e bancaria anglo-americana. Sempre aderente al suo modello macroeconomico. Sostanzialmente al governo sono sempre i padroni del dollaro e delle bolle finanziarie.
Parliamo di sovragestione, cioè di una regia superiore che allestisce le fazioni ideologiche opposte e guida i loro scontri per eseguire i propri piani. Il mondo descritto da George Orwell nella sua novella 1984 è un mondo multipolare, composto da poche grandi potenze in permanente guerra tra di loro. Questa multipolarità e questa guerra continua servono a imporre e a mantenere in tutte quelle potenze un unico e medesimo modello sociale, cioè lo stato di controllo sociale orwelliano, attraverso la continua mobilitazione (propaganda, restrizioni etc.) richiesta dalle guerre, che sono orchestrate tra i governanti delle varie potenze. Questo è un caso di sovragestione. Può benissimo essere che l’attuale insieme di conflitti, col multipolarismo verso cui si dirige il mondo, e da cui molti si aspettano grandi cose, servirà a questo scopo: totalitarismo cinese dappertutto con guerre croniche, senza fine.
In passato il nemico era uno stato che attaccava il nostro stato. Oggi lo stesso stato dipende da finanziatori privati per nutrire il proprio bilancio, ed è inevitabile la privatizzazione di tutte le funzioni pubbliche e conseguentemente la fine della dimensione pubblica, come nel 2005 spiegava Colin Crouch in Postdemocrazia (2005). Per costituzione, una repubblica dovrebbe potersi indebitare solamente con i propri cittadini, perché se si indebita con i banchieri o con gli stranieri viene espropriata e privatizzata, e cessa così di essere una repubblica. O meglio ancora dovrebbe finanziarsi emettendo moneta positiva, cioè creata senza indebitarsi, anziché comprarla da una banca a gestione privata come Bankitalia o BCE o Fed.





