Home Politica estera Il petrolio apre le porte del Venezuela agli Usa

Il petrolio apre le porte del Venezuela agli Usa

0

La sorpresa del secolo lo shale oil apre la porta del Venezuela agli Stati Uniti

Per decenni gli Stati Uniti sono stati il più grande importatore di petrolio al mondo e hanno costruito la propria politica estera attorno a questa vulnerabilità strutturale. La necessità di garantire accesso stabile e sicuro al greggio ha determinato guerre, alleanze, crisi diplomatiche, presidi militari e la creazione stessa del petrodollaro, il meccanismo finanziario nato negli anni Settanta quando Washington convinse l’Arabia Saudita ad accettare pagamenti esclusivamente in dollari in cambio della protezione americana. Da quel momento, acquistare energia significò quasi ovunque acquistare dollari, e la supremazia della valuta americana si legò direttamente alla supremazia degli Stati Uniti nel sistema petrolifero globale.

Questo quadro, che ha retto per oltre mezzo secolo, ha iniziato a incrinarsi quando una tecnologia allora sperimentale è diventata matura. La rivoluzione è passata attraverso la fratturazione idraulica e la perforazione orizzontale, due innovazioni capaci di trasformare rocce sedimentarie considerate per decenni inutilizzabili in vere riserve energetiche. Le formazioni di scisto americane contengono petrolio intrappolato nel tessuto stesso della roccia. Era tecnicamente irraggiungibile finché l’industria non ha sviluppato metodi per fratturare la roccia in profondità, iniettando fluidi ad altissima pressione e seguendo con perforazioni laterali che attraversano gli strati petroliferi in orizzontale.

Da quel momento, ciò che era potenziale geologico si è trasformato in produzione industriale. Tra il 2017 e il 2020 gli Stati Uniti sono passati dall’essere dipendenti dal petrolio del Golfo Persico a diventare esportatori netti. Era la prima volta in settant’anni. Nel giro di pochi anni si sono ritrovati non solo energeticamente autosufficienti, ma il primo produttore mondiale di petrolio e gas, superando Arabia Saudita e Russia. Il cambiamento non è solo quantitativo, ma qualitativo. I pozzi di scisto non richiedono infrastrutture monumentali: sono piccoli, rapidi da attivare o spegnere, e permettono all’industria americana di reagire al mercato con una flessibilità sconosciuta ai produttori tradizionali.

A questo punto si pone una domanda inevitabile: queste rocce ricche di idrocarburi esistono solo negli Stati Uniti? La risposta è no. Le formazioni di scisto sono presenti in molti paesi, dall’Argentina alla Cina, dal Canada all’Australia, passando per Messico, Sudafrica e perfino parti d’Europa come Polonia e Regno Unito. La differenza non è nel sottosuolo, ma nel sistema che sta sopra. Negli Stati Uniti i diritti minerari appartengono ai proprietari dei terreni, che hanno un incentivo diretto a permettere la perforazione e a beneficiare dei profitti. Il fracking è così diventato terreno di competizione tra migliaia di aziende private dotate di capitali, tecnologia e rapidità decisionale. Nella maggior parte del mondo il sottosuolo appartiene allo Stato, le autorizzazioni sono lente, la resistenza sociale è alta e le compagnie energetiche sono spesso monopolistiche o poco inclini al rischio. La conseguenza è che molti paesi possiedono shale, ma solo gli Stati Uniti hanno trovato le condizioni industriali, economiche e politiche per trasformarlo in produzione su larga scala.

La conseguenza geopolitica è stata una trasformazione radicale della postura strategica americana. Non dovendo più garantire la sicurezza del petrolio altrui, gli Stati Uniti hanno potuto ridurre il coinvolgimento diretto in Medio Oriente, ridefinire alleanze, applicare sanzioni più aggressive a rivali come Iran, Russia e Venezuela e tollerare turbolenze nel mercato energetico globale senza pagarne il costo politico interno. L’equilibrio tra potere militare, diplomazia e imperativi energetici si è spostato. Se l’America del dopoguerra era legata mani e piedi all’oro nero straniero, l’America dell’olio di scisto ha recuperato margini di manovra, autonomia strategica e libertà diplomatica.

Ed è proprio qui che entra in scena il Venezuela. Perché un paese che produce da solo più petrolio di qualsiasi altro oggi ha interesse verso un greggio pesante e difficoltoso da trattare? La risposta riguarda il mix energetico. Il petrolio di scisto americano è leggero, ottimo per benzina, nafta e produzione flessibile. Le raffinerie statunitensi del Golfo, però, sono nate per processare greggi pesanti come quelli venezuelani. Lo shale, da solo, non basta a rifornire la filiera industriale. Inoltre, i pozzi di scisto declinano rapidamente, richiedono perforazioni continue e capitali crescenti. Washington non può contare solo sul Permiano per i prossimi vent’anni.

Venezuela significa riserve gigantesche, vicinanza geografica e la possibilità di sottrarre a Russia e Cina un bacino strategico. È una polizza assicurativa energetica, e allo stesso tempo una mossa di influenza geopolitica in un’area che gli Stati Uniti considerano ancora parte della loro sfera naturale.

Questa rivoluzione profonda nella base materiale della potenza statunitense ha provocato conseguenze a catena, un riposizionamento delle potenze del Golfo, una maggiore assertività degli Stati Uniti nell’emisfero occidentale, un incremento della concorrenza con Cina e India sul mercato delle materie prime, e la crescita di nuove tensioni tra modelli energetici differenti. Se in passato il petrolio era la leva che costringeva Washington a muoversi nel mondo, oggi è la leva che permette agli Stati Uniti di scegliere con maggiore autonomia dove e quando intervenire.

Lo shale oil, con tecnologia che sembrava marginale, ha riscritto la geografia del potere americano e, paradossalmente, riportato attenzione su un territorio che sembrava perso: il Sud America. È qui che si deciderà se l’autonomia ottenuta sul gas e sul petrolio diventerà vantaggio di lungo periodo, o se il prossimo ciclo energetico rimetterà in discussione tutto.

Autore

  • Redazione

    Nuovo Giornale Nazionale è una testata Online totalmente indipendente, di proprietà dell’associazione Libera Stampa e Libera Comunicazione LIBERCOM.

Ricevi i nostri articoli via mail!

Ogni giorno i contenuti del Nuovo Giornale Nazionale sulla tua casella di posta elettronica

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui