
Quando il NO scopre improvvisamente l’amore per il calendario.
C’è un improvviso risveglio di zelo costituzionale attorno al referendum sulla Giustizia.
Strano, perché arriva solo ora. E guarda caso solo da chi è sotto nei sondaggi.
I promotori del NO oggi chiedono di “bloccare” la data del referendum. Ufficialmente per nobili ragioni procedurali. Ufficiosamente per due motivi molto più semplici, e molto meno nobili.
Primo motivo: il tempo. Far slittare il voto da marzo ad aprile significa allungare il brodo.
Quando sei sotto, ogni settimana in più è ossigeno. Non per i cittadini, ma per la propaganda.
Secondo motivo: i soldi. Ed è qui che una eventuale ironia non fa più ridere, allorché si inizia a fare chiarezza.
La legge è chiarissima:
Legge 25 maggio 1970, n. 352 – Articolo 53.
Il quale in sintesi estrema dice che se sei promotore del referendum, hai diritto al rimborso delle spese. Se non lo sei, le spese te le paghi da solo.
Non è un’opinione. Non è una concessione politica. Non è una gentilezza dello Stato. È la legge.
Allora il giochino diventa evidente:
se il referendum parte come iniziativa altrui, il NO paga. Se invece riesce a intestarselo o a bloccarne la data, il NO incassa.
Altro che difesa della Costituzione. Qui siamo alla contabilità creativa della democrazia.
La Costituzione, quella vera (art. 75), serve a garantire la partecipazione dei cittadini.
Non a trasformare il calendario elettorale in uno strumento tattico, né il referendum in un bancomat politico.
Dire che tutto questo avviene “per rispetto delle regole” è offensivo per l’intelligenza di chi legge. È politica di basso livello, mascherata da tecnicismo.
La verità è semplice, e fa paura solo a chi la conosce bene:
se sei promotore, hai diritto al rimborso;
se non lo sei, paghi.
Tutto il resto è rumore. E il rumore, alla lunga, non copre i fatti.
E’ bene che tutti i cittadini sia consapevoli, almeno per non essere presi in giro. Anche perchè si chiede di indire un referendum già indetto.





