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IL PD E IL SOGNO DI TORNARE AL GOVERNO CON L’INCIUCIO

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di Giuseppe Augieri

Il Pd è al 21,6 per cento, dice l’ultimo sondaggio di Ipsos datato 12 settembre. Eppure margini e spazi per crescere – sfruttando il caos interno al M5s e i guai della maggioranza – ce ne sarebbero pure. Ma il partito di Elly Schlein non riesce a far cassa. Anzi riesce a farsi notare perlopiù per gli inciampi. Tanti. Troppi.
Come nel caso del voto in ordine sparso sulla risoluzione sul sostegno all’Ucraina, giovedì all’Europarlamento. In particolare sulla questione dell’utilizzo delle armi su territorio russo, c’è chi vota si, chi vota no e chi “si assenta momentaneamente”. Vedremo poi sul voto per i commissari designati. Il PD lo sa di essere in un cul de sac: qualsiasi decisione prenderà, sarà “sbagliata”.
C’è poi la questione Renzi. Giuseppe Conte non vuole Renzi («e Conte è come Massimo D’Alema: capotavola è dove si siede lui») ma neanche la base del Pd lo vuole: circa due terzi dice no. Eppure per il campo largo, come ipotizzato dai maggiorenti PD, ogni voto è utile. Che si fa? Soluzione ad oggi? Imbarazzo, e assenza di scelte.
L’esecutivo, che pure combina pasticci e mostra un grosso problema di selezione della classe dirigente, e con “incidenti” gravi (con punte quali la vicenda Boccia-Sangiuliano), non viene seriamente contestato. Il Pd mantiene un assenza di controproposte credibili sugli aspetti di gestione politica, ed una “indignazione permanente” sugli aspetti “morali”, condita questa da un “vergogna!” esibito come patente di legittimazione a sinistra, in una gara con il solito puro – più puro di te – che alla fine ti epura. Infatti il M5S, pure impelagato in una faida interna di dimensioni colossali, cresce: perché se si tratta di fare demagogia, populismo, tante contestazioni e niente idee, chi si ritrova in questo schema sceglie l’originale e non chi copia.
Eppure la maggioranza è alle prese con un problema politico grossissimo. Ciononostante il consenso passa dal 43 al 44%: perché quel problema viene ignorato. Se invece delle stucchevoli discussioni se Fitto abbia ottenuto o meno un ruolo importante in Europa, ovvero quanta vittoria di Meloni c’è in questa nomina (con connesso imbarazzo sul come votare da parte PD) se invece di questo si guardasse a cosa accade in FI, una linea politica di attacco – certo tattica e non strategica, ma almeno chiara – vi sarebbe.
Tajani che è sotto osservazione, lui e la sua leadership. Gli esaminatori sono una inedita coppia: i due Berlusconi Juniors da un lato e Letta dall’altra con l’aggiunta di un Draghi, recentemente sempre più in luce. La richiesta – esplicita da parte dei fratellini – di una sterzata per navigare meno a destra è foriera di un chiarimento dentro FdI – che un’anima di destra ce l’ha, ma essa convive con una ipotesi di atteggiamento conservatore meglio delineato – ed un allontanamento dalla Lega, a sua volta spinta da Vannacci a prendere posizioni più di destra. E FI vale il 9%: indispensabile per questa maggioranza. E con posizioni centriste, queste senza dubbio.
Capisco che l’idea di pensare ad un futuro centro-sinistra che veda partecipe Forza Italia, e forse un pezzo dei meloniani, fa rabbrividire i “puri di pensiero” nel PD. Ma questo non sarebbe un passo avanti rispetto ad oggi? E le questioni dirimenti su Renzi – e Calenda – non diventerebbero così solo un corollario? E la necessaria mediazione del PD di oggi con la cultura politica di FI non potrebbe diventare un solco verso un riformismo che – lo dice Schlein – è nel mirino della proposta politica del PD di domani?
In ogni caso, perché rinunciare?

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  • Redazione

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