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IL PARADISO PERDUTO

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di Filippo M. Leonardi

L’interpretazione delle Sacre Scritture deve affrontare non soltanto l’ostacolo della lingua, dal punto di vista strettamente lessicale, ma anche il problema della deformazione semantica. Infatti, essendo il linguaggio per sua natura polisemico, vale a dire che ogni parola può avere diversi significati, non è possibile tradurre il testo in modo univoco, ma occorre saper selezionare il senso vero della scrittura, superando i pregiudizi culturali, ideologici e tutte le distorsioni tipiche della mentalità moderna. Un caso esemplare di traduzione fuorviante è rappresentato da Genesi 3,8.

Secondo la versione CEI 2008: “Il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l’uomo che aveva plasmato”. Ebbene, questa traduzione, oltre che errata è anche abbastanza recente. Si basa infatti sulla Nova Vulgata, che è la moderna revisione del testo latino della Bibbia, commissionata da papa Paolo VI nel 1965 e completata nel 1979. Questa versione in pratica deriva dal Concilio Vaticano II e ne riflette inevitabilmente l’impostazione modernista: “Et plantavit Dominus Deus paradisum in Eden ad orientem”. Eppure, ancora nel 1980 una ormai rara edizione della Bibbia riporta la traduzione di Mons. Antonio Martini, biblista del XVIII sec. secondo cui invece: “il Signore aveva piantato da principio un paradiso di delizie”. Infatti ‘eden in ebraico non è il nome proprio di un luogo, ma significa “piacere”. Questa versione si basa sulla traduzione in latino di San Gerolamo, mentre la Nova Vulgata riprende la traduzione greca. Ma per capire quale sia la versione più attendibile, dobbiamo risalire necessariamente alla fonte.

Ebbene, il testo originale della Genesi è stato tramandato in ebraico con il nome di Sepher Bereshit. Già in epoca ellenistica l’Antico Testamento fu tradotto in greco nella versione cosiddetta dei Settanta. Si tratta, a tutti gli effetti, di una pessima traduzione che predilige esclusivamente il senso letterale, tagliando tutte le sfumature semantiche tipiche della lingua ebraica. D’altra parte all’epoca di Gesù gli stessi Ebrei usavano correntemente l’aramaico per cui le Scritture dovevano essere tradotte e spiegate per i più che non intendevano l’ebraico.

Verso la fine del IV sec., a fronte di numerose traduzioni fra loro discordanti, San Gerolamo fu incaricato di redigere una versione ufficiale del testo ad uso dei Cristiani di lingua latina, la cosiddetta Vulgata. Egli, molto correttamente, invece di basarsi sulla traduzione greca dei Settanta, andò a recuperare il testo originale della Bibbia applicandosi allo studio della lingua ebraica. Questo approccio gli permise di tradurre più fedelmente il senso della scrittura riproducendo in alcuni casi anche i giochi di parole presenti nel testo originale.

Per esempio in ebraico (Gn 2:7) il nome dell’uomo adam è legato a quello del terreno adamah da cui fu plasmato, cosicché San Gerolamo, per rendere lo stesso rapporto in latino, ricorre alla paretimologia poi riportata anche da S. Isidoro di Siviglia: Homo dictus, quia ex humo est factus. Bisogna notare che per quanto la traduzione sia migliore, si tratta comunque di un compromesso in cui si perde completamente il significato originale di adam, che in ebraico non significa “uomo” ma propriamente “rosso”, così come ricordato anche da Flavio Giuseppe.

In un altro passo della Genesi (Gn 2:23), poiché in ebraico è detto che la donna isshah fu così chiamata in quanto tratta dall’uomo ish, San Gerolamo cerca di riprodurre lo stesso rapporto con virago e vir, anche se l’effetto non è felicissimo dato che virago in latino indica una donna mascolina. In altri casi la traduzione di San Gerolamo è molto calzante, sia per fedeltà al testo originale, sia nella prospettiva cristiana secondo cui l’Antico Testamento prefigura il Nuovo. Per esempio, nel tradurre la parola ‘ets non utilizza arbor ma lignum. Infatti l’ebraico ‘ets si riferisce all’albero più nel senso della sostanza che della forma, inoltre il termine lignum rievoca il legno della croce di Cristo e il suo legame simbolico con l’Albero della Vita.

Ritornando a Genesi 2:8 in ebraico leggiamo wa-yittha’ YHWH elohim gan be-‘eden mi-qedem wa-yashem sham et-ha-adam asher yatsar. La parola gan designa in ebraico uno spazio chiuso come un orto o un giardino. In questo caso Gerolamo non se la sente di contraddire la Settanta e la tradizione ormai consolidata del cosiddetto parádeisos “Paradiso”, termine già presente nel libro sacro dell’Avestā nella forma pairi-daêzã che significa appunto “luogo recintato”. Perciò si limita a trasporre il termine greco nella forma latinizzata precisando che “pro paradisum in hebraeo hortum habet“. Da notare che questa parola di origine iranica, cioè indoeuropea, è entrata nelle lingue semitiche tramite l’accadico pardēsu ed è presente anche nella Bibbia nella forma ebraica pardes, come ad esempio nel Cantico dei Cantici 4:13 dove indica un giardino recintato o un frutteto, tradotto nella Settanta sempre con parádeisos.

La questione si fa ancora più interessante se si considera che il tema del pardes come luogo mistico entra già dal I sec. d.C. nella tradizione della mishnah ebraica e in seguito nella qabbalah. Il termine pardes era considerato nella tradizione ebraica come acronimo PRDS dei quattro livelli di interpretazione delle Sacre Scritture: il significato letterale Peshat, il significato allegorico Remez, il significato comparativo Derash e il significato esoterico Sod. Questa impostazione fu ripresa anche dagli esegeti cristiani ed è tuttora citata nel Catechismo della Chiesa Cattolica: “Secondo un’antica tradizione, si possono distinguere due sensi della Scrittura: il senso letterale e quello spirituale, suddiviso quest’ultimo in senso allegorico, morale e anagogico. La piena concordanza dei quattro sensi assicura alla lettura viva della Scrittura nella Chiesa tutta la sua ricchezza”.

Forse proprio per rispetto alla tradizione già consolidata del Paradiso, San Gerolamo non cambiò questo termine, ma riguardo alla parola ‘eden, che nella Settanta era considerata il nome di un luogo, egli la considerò correttamente nel suo significato ebraico di “delizia” perciò tradusse gan be-‘eden con l’espressione paradisum voluptatis spiegando che: “Porro edem deliciae interpretantur. Pro quo Symmachus transtulit, paradisum florentem“.

Inoltre, anche l’espressione mi-qedem viene interpretata, come già da altri autori, in senso cronologico piuttosto che spaziale, e quindi “dal principio” invece che “in oriente”. Infatti dalla radice ebraica QDM, similmente al latino orior, deriva sia il significato di “origine” che quello di “oriente”.

Anzi, per meglio dire, questo principio deve essere inteso simbolicamente non tanto in senso cronologico, quanto ontologico. Il paradiso rappresenta infatti la condizione dell’uomo nel suo stato di perfezione primordiale, o più precisamente “universale”, che la qabbalah chiama appunto adam qadmon con riferimento proprio al significato della termine qedem. Knorr Von Rosenroth lo traduce con homo anterior o supremus.

In definitiva, secondo l’interpretazione esoterica, il giardino in cui fu collocato l’uomo non è un luogo fisico ma la rappresentazione del processo di manifestazione del prototipo umano nel mondo corporeo. Il giardino in quanto luogo recintato rappresenta allegoricamente lo stesso corpo umano o più precisamente, il suo organismo. Fabre d’Olivet lo chiama “circonferenza organica” proponendo un gioco di parole tra l’ebraico gan e il francese organe. Lo stesso autore spiega che ‘eden indica la “sfera sensibile e temporale” cioè lo stato di esistenza terrena dell’uomo. Così, utilizzando la stessa chiave di interpretazione, la Genesi disvela le fasi del processo di implementazione del prototipo umano che si riveste di involucri successivi nella sua discesa attraverso la materialità: il perizoma di foglie rappresenta l’anima vegetativa, le pelli di animali l’anima sensibile. Così analogamente, l’albero della vita che sta al centro del giardino rappresenta il cuore che sta al centro del corpo, secondo la tradizione che è riportata da Filone di Alessandria. E così via.

Ma la caduta dell’uomo, ovvero la sua decadenza morale e intellettuale, gli ha precluso il paradiso. Ciò lo possiamo intendere nel senso che l’uomo moderno si è esteriorizzato e non è più in grado di tornare al suo principio interiore. Ma poiché il Paradiso, secondo la tradizione ebraica del pardes, rappresenta anche i quattro livelli di interpretazione delle Sacre Scritture, possiamo altresì considerare la cacciata dell’uomo dal Paradiso, come la perdita della capacità di interpretazione del simbolismo biblico per progressivo allontanamento dalla propria sorgente spirituale. E le pessime traduzioni della Bibbia lo dimostrano: per l’uomo moderno il paradiso è perduto.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:

– Flavio Giuseppe, Antichità giudaiche 1,1 > Flavii Iosephi opera, B. Niese, Weidmann, Berlin, 1892.

– Filone di Alessandria, Legum Allegoria, XVIII [59].

– S. Gerolamo > S. Eusebii Hieronymi Stridonensis Presbiteri, Liber Hebraicarum Qaestionum in Genesim, 306.

– Isidoro di Siviglia, Etymologiae > Isidori Hispalensis Episcopi Etymologiarum Sive Originum Liber XI, I, 4.

Avestā, 3, 18-19; 5, 49; > traduzione di Arnaldo Alberti, in Avestā, Utet, Torino, 2008, p. 447 e p. 465.

– Christian Knorr von Rosenroth, Kabbala Denudata seu Doctrina Hebraeorum Trascendentalis et Metaphysica atque Theologia, Abraham Lichtenthaler, Sulzbach, 1677.

– Antoine Fabre d’Olivet, La langue hébraïque restituée, 1815 > Ed. L’Age d’Homme, Lausanne, 1985.

– Filippo M. Leonardi, Arbor Inversa Microcosmica, Urbania, 2020.

Catechismo della Chiesa Cattolica, 115-119.

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  • Redazione

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