Il Paese del Nordafrica parteciperà alla ISF a Gaza
Tra le tante notizie che passano quasi inosservate ce n’è una che, a mio avviso, potrebbe avere conseguenze molto importanti.
Il 15 luglio, il Marocco ha firmato a Rabat un accordo per partecipare alla Forza Internazionale di Stabilizzazione (ISF) destinata a operare a Gaza.
Può sembrare una notizia tecnica. In realtà non lo è affatto.
La vera domanda che il mondo dovrà affrontare, infatti, è questa: chi governerà Gaza dopo Hamas?
Chi impedirà che Hamas torni a ricostruire il proprio apparato militare?
Chi garantirà la sicurezza della popolazione palestinese e, contemporaneamente, impedirà nuovi attacchi contro Israele?
Sono domande alle quali finora quasi nessuno aveva dato una risposta concreta.
Con questo accordo, invece, il Marocco sceglie di assumersi una parte di questa responsabilità.
Non si parla soltanto di aiuti umanitari.
L’intesa prevede la partecipazione di ufficiali militari, personale della Gendarmeria Reale, forze di polizia e la realizzazione di un ospedale militare da campo.
In altre parole, il Marocco entra nella struttura che dovrebbe contribuire alla sicurezza e alla futura amministrazione di Gaza.
Naturalmente questo non significa che domani migliaia di soldati marocchini entreranno nella Striscia.
L’accordo rappresenta il quadro politico e giuridico della futura missione.
È un primo passo concreto, ma il lavoro vero deve ancora cominciare.
L’obiettivo dichiarato della Forza Internazionale è contribuire alla sicurezza, proteggere la popolazione civile, addestrare una nuova polizia palestinese, favorire la ricostruzione e impedire il ritorno delle organizzazioni terroristiche.
Ed è proprio qui che nasce la questione più difficile.
Una forza internazionale può mantenere la pace quando la pace esiste già.
Molto più complicato è imporre la sicurezza se un’organizzazione armata come Hamas decidesse di non consegnare le armi.
Per questo motivo molti analisti sostengono che il disarmo di Hamas rappresenti la vera condizione indispensabile perché qualsiasi progetto di ricostruzione possa avere successo.
C’è, poi, un altro aspetto che considero molto interessante.
Il Marocco è un Paese arabo e musulmano, ma mantiene rapporti diplomatici con Israele e conserva, nello stesso tempo, un ruolo riconosciuto nel mondo arabo.
Questo gli consente di presentarsi come un interlocutore credibile sia nei confronti di Israele sia verso una parte del mondo palestinese.
È una posizione che pochi altri Paesi possiedono.
Questa notizia, inoltre, mette il mondo arabo davanti a una responsabilità concreta.
Per anni abbiamo sentito dichiarazioni, condanne, conferenze e slogan.
Molto più difficile è accettare di inviare uomini, poliziotti, ufficiali e risorse per impedire che Gaza ricada nuovamente nelle mani di Hamas.
Il Marocco ha deciso di fare questo primo passo.
Resta naturalmente da capire quanti altri Paesi saranno disposti a seguirlo.
Perché una cosa è chiedere la pace.
Un’altra è assumersi la responsabilità di costruirla, garantendo sicurezza, ordine pubblico e ricostruzione in uno dei luoghi più difficili e instabili del mondo.
È una notizia che probabilmente verrà ignorata da chi preferisce limitarsi agli slogan.
Io, invece, credo che sia una delle notizie più importanti di queste settimane, perché il futuro di Gaza non dipenderà soltanto dalla fine della guerra, ma soprattutto da ciò che accadrà il giorno dopo.
Ed è proprio quel “giorno dopo” che, finalmente, qualcuno sta iniziando a preparare.





