
La scure di Meta si abbatte su Alessandro Barbero, uno dei personaggi più popolari nel mondo della comunicazione. Il suo video è finito nei bassifondi del news feed. E a chi lo ripropone, Meta lo correda con la dicitura «informazione falsa».
Si grida allo scandalo. In realtà, a gridare è soltanto una minoranza, ma piuttosto rumorosa, che è poi la stessa che uscirà malconcia dalle urne di marzo, e che non accetta che al proprio neoeletto idolo venga impedito di esercitare una libertà che nessun ordinamento si sognerebbe di garantire.
Si parla di «censura», il cui significato sfugge alla suddetta minoranza, nelle cui menti si annida un’ignoranza che pare quasi non aspetti altro che farsi ostentare con dubbio orgoglio.
La censura è l’atto di un organo pubblico, che impedisce una manifestazione del pensiero. Meta non incarna un potere pubblico. E buona parte di quel video non consiste in una manifestazione del pensiero, ma in un clamoroso stravolgimento dei fatti.
Come ormai noto, in quel video Barbero afferma che il Governo, e non il Parlamento, nominerà i membri laici dei due rami del nuovo CSM e dell’Alta Corte disciplinare. E nemmeno estraendoli a sorte da un nutrito elenco di giuristi di comprovata competenza ed esperienza, come prevede la riforma, ma scegliendoli arbitrariamente.
Qualsiasi persona avvezza a fare uso della ragione si accorgerebbe dell’enorme divario tra la realtà normativa e quanto raccontato da Barbero, che solo l’estrema indulgenza del Fatto Quotidiano è riuscita a derubricare a «piccole imprecisioni tecniche». Molti, nel dubbio, sono andati a leggersi gli articoli 3 e 4 della riforma, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale.
Loro no. Uno addirittura mi ha scritto dicendo che si fida molto più di Barbero, che non della Gazzetta Ufficiale (toccano questi livelli, quelli del NO). E quando sulla pagina Facebook dell’avvocata Cathy La Torre si legge che quella di Barbero è un’opinione, condivisibile o meno, ma che si è liberi di esprimere, significa non solo che si è disposti a rinunciare alla propria dignità, ma che si è anche superata la linea rossa.
Sostenere genericamente che questa riforma assoggetterà la magistratura all’Esecutivo, può considerarsi un’opinione. Magari errata, ma pur sempre un’opinione, quindi libera. Ma se la stessa opinione la si fonda su fatti palesemente falsi, per giunta enunciandoli, come ha fatto Barbero, diventa un’opinione che nessun ordinamento tutelerebbe.
Per fare un esempio, se per motivi di decenza un preside si limita a vietare agli studenti di presentarsi a scuola con i jeans strappati, ma lo si accusa di imporre alle ragazze la gonna sotto il ginocchio, non si esprime un’opinione, ma si stravolge la realtà. Nessun ordinamento può tutelare il diritto di dire ‘cazzate’. A maggior ragione quando a dire ‘cazzate’ è un personaggio pubblico influente come Alessandro Barbero, per giunta su una materia delicata e polarizzante come quella del referendum sulla giustizia.
C’è una cosa strana, però. A Barbero, tanto più ai vari comitati per il NO, di certo non mancherebbero i mezzi per ricorrere d’urgenza al tribunale contro una siffatta inaccettabile, vergognosa, turpe e ripugnante ingiustizia commessa da Meta. Se una cosa simile l’ha fatta Gratteri, per quale motivo non potrebbe farla anche Barbero? Semplicemente perché sarebbe come abbaiare alla luna.
In verità, anche Gratteri ha scelto di abbaiare alla luna. Ma probabilmente Gratteri, in questo frangente, ha molto meno da perdere di Barbero.





