La morte della politica
Facebook mi ripropone con “Accadde oggi” i miei post di anni fa.
Li rileggo spesso: perché la negatività alla quale giungono alcune mie analisi di oggi mi sconforta; ed è talmente pesante questo sconforto che vorrei poter pensare che esse siano dovute ad un momento di sfiducia che qualche anno fa non c’era.
Non è così. Posso ovviamente continuare a sbagliare, ma quello che provo e vedo e scrivo oggi è assolutamente coincidente con le mie analisi di 3, 5, 11 anni fa, cioè con quello che provavo, vedevo e scrivevo, facendo inoltre previsioni che vedo confermate da quello che è oggi politica e vita sociale. E chi, all’epoca, mi era solidale, lo è anche oggi.
È cambiato solo il numero, in aumento, in chi ha deciso che io sono “fuori le righe”. Che è, appunto, uno delle negatività di comportamento, una semplificazione del ragionamento politico ridotto a schemi ed etichette, che vedevo crescere e che denunciavo come la morte della politica stessa.
Rifiuto categoricamente l’idea di essere “più bravo”, e con me chi condivideva le mie analisi. Venivamo tutti, o quasi, da una scuola politica socialista/laica/cristiano sociale, che chiedeva rispetto per chi doveva essere informato e dunque di separare i fatti dalle opinioni; e queste ultime, anche stracciandosi il cuore, ispirate alla concretezza ed alla logica delle cose anziché alla “fede” e alla militanza.
Non quello che speravamo fosse, ma quello che era realtà. E, forse ancora di più, molti di noi, dalla grande scuola della UIL di Giorgio Benvenuto.
Una genìa che sta finendo. La scuola di oggi è la piazza, gli umori e non il raziocinio, quello che appare e non quello che è. Non sono le donne e gli uomini ad essere cambiati, secondo me in peggio. Non abbiamo saputo costruire un mondo migliore di quello che ci troviamo a vivere oggi. E qualcuno vi si è addirittura appoggiato.
Dunque, non traggo alcun conforto nel rileggermi. Anzi, se rivedo quello che scrivevo sullo spostamento del mondo verso regimi autoritari, sul futuro del PD 5 anni fa, sul nefasto ruolo di quello che oggi è il M5S, sulla deriva giustizialista in Italia, sul pericoloso convergere di magistrati e parte della stampa, mi viene una rabbia incredibile.
Tutto era già chiaro e tutto si è voluto ignorare.
Resta solo la malinconia di rivedere firme di compagni a me cari e che non ci sono più. Per esempio, ho potuto rivedere la fitta conversazione e la sintonia sugli argomenti che trattavo, con Arnaldo Plateroti.
Chiunque abbia fatto sindacato negli anni dal 70 al 90, ricorda questo grande giornalista, che su RAI2, seguiva soprattutto le cronache sindacali.
Mi piace qui cogliere l’occasione per ricordarlo. E capisco che ormai sono vecchio.





