La scaramanzia italiana è contrattazione col destino
Venerdì 17 aprile, ore nove del mattino, via Sistina.
Un uomo in giacca e cravatta cammina spedito verso l’ufficio. All’altezza della farmacia un gatto nero attraversa la strada, pigro, senza fretta, con la sprezzatura di chi sa di essere temuto. L’uomo si ferma di colpo. Tre passi indietro.
Attende. Un passante lo supera ignaro, taglia per primo il punto maledetto e si porta via il malocchio come un corriere inconsapevole. Soltanto allora il nostro eroe riprende il cammino, salvato dal sacrificio di un estraneo che non saprà mai di essersi immolato per lui.
Non è superstizione. È ingegneria.
Gli italiani vengono descritti da secoli come un popolo scaramantico e la descrizione è falsa. Scaramantici sono gli inglesi, che quando vedono un gatto nero lo considerano di buon auspicio e chiudono la pratica.
Noi no. Noi non crediamo alla fortuna né alla sfortuna come forze cieche: crediamo nella trattativa. Crediamo che ogni maleficio abbia una scappatoia, ogni presagio un cavillo, ogni condanna un ricorso in appello.
La scaramanzia italiana non è paura del destino, è contrattazione col destino. E la contrattazione ha una forma precisa: la contromossa.
Lo specchio rotto.
Sette anni di guai, pena durissima per un oggetto che costa quindici euro da Ikea. Ma la sentenza prevede il patteggiamento: si raccolgono i cocci, si seppelliscono sotto la luna oppure si gettano in acqua corrente e la prescrizione scatta in sei secondi. Sette anni cancellati da un gesto. Il più vantaggioso contratto mai stipulato nell’Occidente cristiano.
La scala a pioli.
Chi le passa sotto attira sventura e la contromossa qui è inflessibile: tornare indietro e rifare la strada. L’unica superstizione italiana che imponga una perdita di tempo reale, coerente con un popolo che del tempo ha sempre fatto una divinità minore. Meglio arrivare tardi all’ufficio che puntuali al disastro.
Il sale rovesciato.
Pizzico dietro la spalla sinistra, mai la destra. Perché la sinistra? Nessuno lo sa. Nessuno lo ha mai saputo. Il rito sopravvive da millenni senza aver mai richiesto una spiegazione, che poi è il destino di ogni verità profonda: viene eseguita, non compresa.
L’olio rovesciato.
Qui la dialettica diventa sublime: si versa il sale sopra. Una disgrazia annulla l’altra, due mali fanno un bene, la compensazione algebrica dell’infelicità domestica. Hegel in dispensa.
L’ombrello aperto in casa.
Chiuderlo immediatamente, con l’urgenza dell’artificiere davanti a un ordigno innescato. Nessuna spiegazione razionale, nessuna richiesta di spiegazione razionale. Si chiude e basta, poi si passa oltre, fingendo che non sia accaduto.
Il cappello sul letto.
Qui la tradizione si fa cupa e la maggioranza delle scuole conviene che non vi sia rimedio. La contromossa più terribile è l’assenza di contromossa: il cappello sul letto è l’infarto della scaramanzia, l’evento per cui non esiste pronto soccorso. Si prega, si spera, si rimanda ogni decisione importante di qualche settimana.
Tredici a tavola.
Ultima Cena, Giuda tredicesimo commensale, numero maledetto. E qui gli italiani hanno partorito il loro capolavoro assoluto, la contromossa che da sola vale un trattato di antropologia nazionale: si apparecchia un posto in più per un ospite invisibile. Nessuno viene aggiunto realmente, nessuno viene cacciato, il numero resta tredici ma la tavola ne conta quattordici.
E ogni tanto, durante la cena, il padrone di casa si rivolge alla sedia vuota con un commento, un brindisi, un cenno di cortesia. Gli altri commensali non battono ciglio, passano il pane nella direzione del fantasma, ridono a una battuta che nessuno ha detto.
È teatro puro. È Pirandello a tavola. È la convinzione profonda, iscritta nel midollo di questo popolo, che la realtà si pieghi alla rappresentazione purché la rappresentazione sia convincente.
Qui sta il punto che eleva la scaramanzia da folclore a codice genetico. Gli italiani non cercano di evitare il tredici, lo trasformano in quattordici con un gesto mimico. Non rimuovono il gatto nero dalla strada, inventano i tre passi indietro.
Non chiedono che le scale vengano spostate, cambiano strada. Non aboliscono il venerdì 17, si toccano il ferro e proseguono. Non curano il male, lo neutralizzano con un controgesto laterale che ne devia la traiettoria senza affrontarlo mai di petto.
La contromossa è il paradigma italiano. Vale per la scaramanzia e vale per tutto il resto. Non si riforma la burocrazia, si inventa il faccendiere. Non si semplifica il fisco, si inventa il commercialista.
Non si cambia la legge, si trova il cavillo. Non si rimuove il conflitto di interessi, si apparecchia il posto all’ospite invisibile e si finge di parlare con lui. Dalla tavola al Codice Civile, dal sale dietro la spalla al condono edilizio, siamo la civiltà del rimedio laterale, mai frontale, mai risolutivo, sempre efficace quel tanto che basta per tirare avanti fino al prossimo venerdì 17.
Nel frattempo, torniamo all’uomo di via Sistina. Ha fatto i tre passi indietro, ha lasciato passare il malocchio sulle spalle del passante ignaro, riprende il cammino verso la riunione.
Non saprà mai che durante quei sei secondi di attesa, a pochi isolati di distanza, qualcuno ha approvato un emendamento, firmato una nomina, spostato un miliardo di fondi pubblici.
Quella è la vera contromossa italiana, quella definitiva, quella senza formula nota: mentre noi ci guardiamo dal gatto nero, loro attraversano la strada indisturbati.





