Rene’ Girard aveva previsto il 202 guerre, nemici invisibili e un sistema senza valvole di sfogo
Il libro il capro espiatorio di René Girard consegna una chiave interpretativa che oggi, in questo complesso gennaio 2026, appare sorprendentemente più attuale dell’anno della sua prima pubblicazione. La sua teoria mimetica rovescia l’idea consolidata che la violenza nasca dalle differenze, a muovere il conflitto non è ciò che ci distingue, ma ciò che ci rende simili.
Gli uomini desiderano ciò che desiderano gli altri, imitano gli stessi modelli, entrano in rivalità e, quando la tensione cresce oltre la soglia sostenibile, la comunità cerca un meccanismo di decompressione. Quel meccanismo, antico quanto l’uomo, è la selezione di un capro espiatorio. La società individua un individuo o un gruppo marginale, lo carica delle colpe di tutti e lo sacrifica fisicamente o simbolicamente. L’ordine si ristabilisce, la violenza si placa, la comunità ritrova pace e coesione. Non perché la colpa sia reale, ma perché il sacrificio funziona. Girard però aggiunge un elemento decisivo, la modernità non ha eliminato il bisogno del capro espiatorio, lo ha smascherato. Nell’epoca premoderna, la vittima era ritenuta davvero colpevole. Nell’epoca post-cristiana, sappiamo che è innocente, questa rivelazione produce un paradosso: la violenza continua, ma senza più riuscire a giustificarsi. Le società oscillano tra la tentazione di sacrificare e la consapevolezza di non avere più un alibi rituale per farlo. La pace diventa fragile perché il dispositivo sacrificale non garantisce più stabilità politica né solidarietà collettiva.
Applicare questo schema al mondo di oggi significa leggere la geopolitica con un vocabolario diverso. La fine dell’ordine del 1991 non è solo il tramonto di un equilibrio di potenza, è la dissoluzione di un sistema di imitazioni controllate. Gli Stati non si confrontano più da posizioni gerarchicamente definite. Cina, Stati Uniti, Russia, NATO, Iran, Turchia, Arabia Saudita inseguono la stessa forma di autorità, l’egemonia tecnologica, il controllo informativo, la capacità di plasmare il senso comune globale. Non si moltiplicano i modelli, si affollano aspiranti allo stesso trono. Il multipolarismo non è pluralità armonica, ma concorrenza mimetica. Ognuno vede nell’altro un doppio da imitare o contenere.
Nel contesto domestico, questo schema si fa ancora più evidente, soprattutto negli Stati Uniti. Negli ultimi quindici anni, le fasi di instabilità economica e sociale hanno prodotto una sequenza di capri espiatori, ciascuno utile a ricompattare comunità interne spaccate. Gli immigrati al confine, i globalisti e la Silicon Valley, i non vaccinati, i ceti popolari bianchi accusati di populismo, e oggi la burocrazia federale dipinta come nemico interno, ogni crisi ha generato la propria vittima simbolica da sacrificare nello spazio mediatico e retorico per ripristinare l’identità del gruppo. La polarizzazione è, nella sostanza, una competizione per designare chi sia il vero perseguitato e chi il colpevole. Progressisti e conservatori non si contendono la verità, ma il monopolio della sofferenza legittima.
Che allievi di Girard come Peter Thiel e figure politiche come J.D. Vance abbiano incorporato questo impianto teorico non è un dettaglio biografico, ma un fatto sistemico. Una parte dell’élite americana ha capito che il problema non è l’assenza di nemici, ma il fatto che il vecchio schema sacrificale non funziona più. La risposta politica è stata invertire il bersaglio, non più gruppi marginali, ma il potere istituzionale stesso. La burocrazia federale, le agenzie amministrative, il “deep state” sono diventati la nuova vittima designata per ricompattare la base e ridefinire la comunità come popolo contro apparato. Girard avrebbe visto in questo un capovolgimento del mito, non la sua negazione: anche quando la vittima non è più debole, la logica rimane la stessa.
Il nodo più drammatico del presente è che, una volta crollato il potere pacificante del sacrificio, la violenza non si estingue si frantuma. Senza una vittima condivisa, emergono infinite micro-persecuzioni. Populisti contro élite, élite contro masse digitali, nazioni contro globalismo, identità contro identità, algoritmi contro istituzioni. Il dissenso si atomizza, la conflittualità non trova più una valvola di sfogo ritualizzata. Anche sul piano internazionale, lo si vede chiaramente: la guerra non produce più riconciliazioni ma proliferazione di fronti. Ucraina, Caucaso, Mar Rosso, Nigeria settentrionale, saranno seguiti da nuove linee di frattura perché la logica del sacrificio non stabilizza più il sistema, lo moltiplica. Girard parla di epoca post-sacrificale, il mondo sa di non poter più uccidere un solo colpevole per riottenere ordine. Ma non sa ancora come costruire ordine senza quel gesto simbolico. La pace, oggi, emerge non come un trattato imposto dall’alto ma come un fragile equilibrio narrativo, c’è chi accetta la colpa, chi la trasferisce, chi riesce a trasformare una parte della rivalità in riconoscimento reciproco. È il terreno più instabile della storia contemporanea, non regge sulla deterrenza militare o sulla superiorità tecnologica, ma sulla capacità di gestire un mondo che scopre la vittima innocente e nondimeno continua a cercarne una.
In questa fase, comprendere Girard significa capire perché l’ordine unipolare è crollato e perché quello multipolare appare così febbrile, siamo in un sistema che imita senza coordinare, accusa senza riconciliare, punisce senza pacificare. È per questo che ogni conflitto oggi ha un’eco globale e ogni crisi interna sembra contagiare l’intero pianeta. La teoria mimetica, più che spiegare il passato, illumina l’incertezza del presente e la sfida del futuro, pensare la politica senza sacrificio, costruire ordine senza vittime designate. Solo allora il mondo post-1991 smetterà di dissolversi e potrà finalmente costruire qualcosa che non sia il riflesso del suo doppio.




