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Il campo Lavrov e la frattura con l’Europa

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frattura con l'Europa

La metamorfosi del progressismo e il bivio riformista

​”La politica estera non si fa con i sentimenti, ma con i fatti e con la ferma difesa dei valori democratici che uniscono i popoli liberi”.
Raymond Aron

​La geopolitica e la complessa gestione delle alleanze interne stanno ridisegnando la mappa della politica italiana, tracciando linee di faglia che vanno ben oltre le normali scaramucce parlamentari.

La recente esplicitazione di quello che gli osservatori più attenti hanno già battezzato come il “campo Lavrov” rappresenta un punto di non ritorno, una frattura ideologica e strategica capace di scuotere le fondamenta stesse del centrosinistra e di ridefinire lo spazio d’azione delle forze europeiste e liberaldemocratiche.

Non si tratta più soltanto di negoziare un programma di governo locale o di trovare una sintesi su riforme economiche interne; la posta in gioco si è spostata sul piano della collocazione internazionale dell’Italia e della tenuta della difesa comune continentale.

​Le parole del direttore de Il Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, hanno squarciato il velo di ipocrisie e ambiguità che da mesi avvolgeva il dialogo tra il Partito Democratico e il Movimento 5 Stelle.

Dichiarare apertamente che un futuro governo guidato da Giuseppe Conte, con un ministro della Difesa della linea opposta al riarmo e al sostegno militare transatlantico, segnerebbe un cambiamento radicale di rotta non è una semplice provocazione giornalistica.

È, a tutti gli effetti, un manifesto politico programmatico. Questa esplicita rivendicazione di disimpegno dagli impegni internazionali assunti dall’Italia pone una seria ipoteca sul futuro del cosiddetto “campo largo”, trasformandolo in una coalizione strutturalmente fragile e geopoliticamente inaffidabile per i partner europei.

​La reazione del Partito Democratico, caratterizzata da un silenzio quasi totale, evidenzia la profonda crisi d’identità che attraversa la leadership di Elly Schlein.

La segretaria dem si trova stretta nella morsa tra la necessità numerica di mantenere saldo l’asse con i contiani e la tutela dei valori storici del riformismo cattolico e della sinistra democratica, tradizionalmente ancorati all’europeismo e alla solidarietà atlantica.

Il timore di compromettere i fragili equilibri interni in vista della composizione delle future liste elettorali sembra aver paralizzato le componenti riformiste del partito, lasciando campo libero alla retorica populista che flirta apertamente con posizioni isolazioniste e, nei fatti, inclini alle narrazioni geopolitiche del Cremlino.

​Tuttavia, il vuoto politico generato da questa paralisi progressista sta accelerando la nascita di dinamiche alternative al di fuori del perimetro del Nazareno.

La netta presa di distanza di Matteo Renzi, leader di Italia Viva, il quale ha ribadito senza giri di parole l’impossibilità di costruire un’alleanza vincente ed affidabile con un blocco strutturato sulle posizioni di M5S e Alleanza Verdi e Sinistra, è solo il primo segnale di una scossa più ampia.

Il vero laboratorio di questa contromossa si sta sviluppando sull’asse tra Carlo Calenda, leader di Azione, e Pina Picierno, esponente di Spazio Pubblico, i quali hanno avviato un percorso comune volto a strutturare un’Alternativa Europeista e Riformatrice (AER).

​Questa nuova prospettiva politica mira a raccogliere tutti quei settori dell’elettorato e della classe dirigente che non intendono abdicare alla difesa dei confini democratici occidentali.

Le parole di Calenda sono state perentorie nel definire le dichiarazioni di Conte non come ordinaria propaganda interna, ma come il superamento di una vera e propria linea rossa.

Il rischio evidenziato dal leader di Azione è concreto: permettere l’ascesa al potere di una coalizione condizionata dal veto dei Cinque Stelle e della sinistra radicale significherebbe gettare le basi per uno slittamento dell’asse di politica estera italiano, favorendo indirettamente le strategie di disgregazione dell’Unione Europea perseguite da Mosca.

​Il terreno di convergenza per questo terzo polo riformista si fonda su tre pilastri invalicabili, che di seguito si elencano.

Europeismo intransigente: inteso non come burocrazia comunitaria, ma come integrazione politica e militare per la costruzione di una vera sovranità continentale.

Antiputinismo militante: il rifiuto categorico di qualsiasi ambiguità di fronte all’aggressione russa in Ucraina e il fermo sostegno alla resistenza democratica.

Superamento del bipopulismo: la volontà di offrire un’opzione di governo razionale e pragmatica, alternativa sia alla destra sovranista di Giorgia Meloni sia al populismo di sinistra filo-moscovita.

​Pina Picierno ha esplicitato chiaramente questa visione, sottolineando come l’opposizione all’attuale governo conservatore non possa in alcun modo legittimare posizioni anti-occidentali.

La costruzione dell’alternativa richiede il coinvolgimento di energie diffuse, dal Partito Liberaldemocratico ai Radicali, fino alle reti civiche di Europeisti.eu.

Il radicamento territoriale di questa proposta sarà il vero banco di prova nei prossimi mesi, misurando la capacità delle forze liberali di intercettare il dissenso profondo di quella base elettorale del centrosinistra che assiste smarrita all’appiattimento del PD sulle posizioni contiane.

​La transizione verso un ordine globale multipolare e instabile non concede il lusso dell’ambiguità.

Se la coalizione guidata dalla destra mantiene una sua postura definita in politica estera, pur con le note contraddizioni interne tra la linea atlantista di Palazzo Chigi e le fascinazioni nostalgiche di alcuni suoi alleati, l’opposizione non può permettersi di presentarsi alle cancellerie internazionali con un programma di disarmo unilaterale e di rottura dei patti comunitari.

Il “manifesto di Napoli” e il conseguente dibattito sul “campo Lavrov” hanno il merito storico di aver chiarito i termini della sfida: la vera discriminante della politica italiana nei prossimi anni non sarà più soltanto la classica divisione tra destra e sinistra, ma la scelta di campo tra democrazia liberale ed autocrazia, tra integrazione europea e isolatismo populista.

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