
Leggo la solita solfa — questa volta su un giornalone, che ormai non fa più opinione ma compagnia, come una radio lasciata accesa per non sentire il silenzio — in cui l’esperta di turno – un magistrato; e tanto basterebbe per voltar pagina – viene convocata a spiegare gli accoltellamenti tra ragazzi. Il copione è noto: linguaggio tecnico, sguardo addolorato, conclusioni innocue: i responsabili? Psicofarmaci e droghe.
E il colpevole è servito.
Astratto, comodo, irresponsabile. Cause prossime e mai cause ultime
La droga è l’alibi perfetto: non parla, non risponde, non chiede conto. Così il nuovo clero mediatico — psicologi, pedagogisti, sociologi da salotto — può officiare il rito restando alle superfici; come chi descrive il fumo ma evita accuratamente di parlare d’incendio. E di fare il nome dei piromani.
Nessuno dice che quei ragazzi non sono semplicemente fragili, ma inermi davanti al vuoto. Un vuoto che non nasce dalla mancanza di stimoli, bensì dall’assenza di fini; non dalla povertà, ma dalla dissoluzione dei criteri.
Non è colpa di chi assume consapevolmente sostanze, sapendo bene cosa producono.
Non è colpa — naturalmente — di famiglie scompaginate in nome della modernità: padri e madri trasformati in compagni e compagne, presenze a rotazione più che figure stabili. Un’infanzia trascorsa tra nuove convivenze, nuovi equilibri, nuove relazioni da gestire e figli di cui non occuparsi. Case affollate di adulti e povere di autorità, in cui l’amore è sempre dichiarato e praticato in tutte le concepibili declinazioni – “S’ei piace, ei lice” – e l’educazione costantemente rimandata.
Non è colpa di una scuola che ha rinunciato a formare coscienze per non creare traumi; che ha smesso di dire ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, limitandosi a comprendere; che ha scambiato la neutralità morale per progresso civile.
E non è colpa — guai a dirlo — di una Chiesa che ha deciso di parlare solo di accoglienza, dimenticando la salvezza dell’anima.
Da quanto tempo non sentite un sacerdote dire a un ragazzo che certe scelte non sono semplicemente sbagliate, ma mettono a rischio la salvezza dell’anima? Che “A Dio non la si fa.”.
Da quanto tempo non si osa più parlare di dannazione, di sacrificio, di rinuncia come vie necessarie per non perdersi nella “seconda morte”?
La Chiesa ha avuto paura di sembrare severa. E così ha smesso di essere decisiva. Ha preferito non urtare, e ha finito per non salvare.
Il vuoto nasce qui.
Nel momento esatto in cui nessuno osa più dire che la vita ha una forma, che non tutto è lecito, che non ogni desiderio merita di essere seguito.
Il giornalismo, invece di denunciare questa resa, la accompagna. Spiega, giustifica, consola. Fa compagnia, appunto. Come un infermiere gentile che sistema i cuscini mentre il malato muore.
Noi intanto cerchiamo farfalle sotto l’arco di Tito, mentre l’Impero si disfa intrecciando vuoti acrostici dolenti.
L’aria non è drammatica. È esausta.
Sa di fine senza tragedia, di decomposizione ordinata, di un mondo che muore educatamente, spiegando le proprie ragioni fino all’ultimo respiro.
Gli avvoltoi non gridano più. Volano sempre più basso. A loro basta attendere.





