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Hormuz e l’arte della guerra

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Stretto di Hormuz

Diego Garcia, Hormuz e l’arte della guerra: quando la geografia decide prima delle armi

“I guerrieri vittoriosi prima vincono e poi vanno in guerra” e questo implica la conoscenza approfondita della geografia, scrive Sun Tzu.

È un periodo talmente complesso che richiamare il generale cinese non è un esercizio retorico, ma un atto di lucidità.

Per comprendere ciò che sta accadendo nell’Oceano Indiano, e il suo legame diretto con le tensioni tra Stati Uniti e Iran, è necessario tornare alla mappa geografica  prima ancora che alla cronaca.

La richiesta di restituzione delle isole Chagos a Mauritius introduce un elemento di incertezza in un’architettura strategica che, per sua natura, si fonda sulla stabilità giuridica e politica.

Questo vale soprattutto per gli Stati Uniti, che da decenni usufruiscono dell’arcipelago attraverso un accordo con il Regno Unito, formalmente sovrano del territorio fino alla recente intesa.

Perdere il controllo esclusivo, anche solo sul piano formale, di queste isole non è un dettaglio amministrativo, ma un potenziale fattore di vulnerabilità in una fase di tensione crescente con l’Iran.

Ed è qui che sorge la domanda: cosa c’entrano delle isole sperdute nell’Oceano Indiano con Teheran e con lo Stretto di Hormuz?

Lo Stretto di Hormuz è una linea d’acqua apparentemente esile, ma nella sua ristrettezza concentra una quantità di potere che pochi altri passaggi marittimi al mondo possono vantare.

Attraverso questo corridoio transitano quotidianamente le principali esportazioni energetiche del Golfo Persico. Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Iraq, Kuwait e Qatar affidano a questo tratto di mare la continuità della propria proiezione economica globale.

L’Iran controlla la sponda settentrionale dello Stretto e da anni utilizza questa posizione come leva strategica. Hormuz non è soltanto una via commerciale, è uno strumento di pressione, una minaccia latente capace di influenzare mercati, alleanze e calcoli militari senza che venga sparato un solo colpo.

La distanza geografica non coincide necessariamente con la rilevanza strategica. A oltre 3.500 chilometri a sud-est dello Stretto di Hormuz, nel cuore dell’Oceano Indiano, si trova un’isola che appare marginale solo a uno sguardo superficiale, l’isola Diego Garcia, la principale isola dell’arcipelago delle Chagos.

La sua collocazione è ciò che la rende essenziale, fuori dal raggio immediato delle tensioni costiere del Medio Oriente, ma abbastanza vicina da consentire una proiezione militare rapida e profonda verso il Golfo Persico, l’Asia meridionale e l’Africa orientale.

Diego Garcia è un atollo corallino a forma di ferro di cavallo, con una laguna interna naturale che permette l’attracco e la protezione di grandi unità navali.

Questa conformazione geografica ha reso l’isola, fin dagli anni Sessanta, una scelta strategica per l’installazione di una base militare permanente. Formalmente, l’arcipelago è stato a lungo un territorio britannico, ma dal 1966 Diego Garcia è concessa in uso esclusivo agli Stati Uniti attraverso un accordo bilaterale con Londra.

La base non è un semplice punto d’appoggio logistico, ma una piattaforma strategica integrata che ospita piste in grado di accogliere bombardieri a lungo raggio, inclusi velivoli strategici capaci di operare senza rifornimenti intermedi.

Dispone di infrastrutture navali per sottomarini a propulsione nucleare, depositi di carburante e munizioni preposizionate, sistemi avanzati di comunicazione satellitare e strutture di comando che la collegano direttamente alla rete globale delle forze armate statunitensi.

Da Diego Garcia sono partite le operazioni verso l’Iraq e l’Afghanistan, ma soprattutto missioni di deterrenza, sorveglianza e pianificazione rivolte al Medio Oriente, e in modo particolare all’Iran.

La distanza dallo Stretto di Hormuz consente alla base di operare al riparo da attacchi diretti immediati, inclusi missili balistici a corto e medio raggio, mantenendo al tempo stesso una capacità di intervento rapida sulle principali linee di frizione regionali.

Questo elemento è cruciale, Diego Garcia non è una base di prima linea, ma una retrovia avanzata, difficilmente vulnerabile, pensata per garantire continuità operativa anche in scenari di guerra.

È il perno silenzioso nel velo blu dell’oceano. Non è una base esposta come quelle del Golfo, né un avamposto dichiaratamente offensivo, ma una riserva di potenza che può essere attivata senza preavviso e senza dover negoziare accessi o autorizzazioni con Stati terzi.

In un’eventuale escalation con l’Iran, la sua funzione non sarebbe quella di colpire per prima, ma di assicurare profondità strategica, libertà di manovra e libertà  operativa alle forze statunitensi e alleate.

Ed è proprio qui che una questione politica irrisolta da decenni è tornata con forza al centro del dibattito internazionale. Le Isole Chagos erano abitate da una popolazione locale, i chagossiani, che tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta furono trasferiti forzatamente per consentire la costruzione della base.

Da anni Mauritius rivendica la sovranità sull’arcipelago, sostenendo che la separazione delle Chagos dal proprio territorio, avvenuta durante il periodo coloniale, sia stata illegittima.

La Corte Internazionale di Giustizia e successive risoluzioni delle Nazioni Unite hanno riconosciuto la fondatezza di questa posizione, affermando che l’arcipelago dovrebbe tornare sotto sovranità mauriziana.

Il Regno Unito, pur avendo avviato negoziati, ha a lungo mantenuto una linea prudente, consapevole che qualsiasi cambiamento di status avrebbe potuto avere ripercussioni dirette sugli accordi militari con Washington.

Sull’isola di Diego Garcia non esiste una popolazione civile stabile, non ci sono cittadini americani residenti nel senso tradizionale del termine. La presenza umana è composta da militari statunitensi e da lavoratori civili a contratto, spesso provenienti da Paesi terzi.

La questione dei diritti riguarda piuttosto gli ex abitanti chagossiani, molti dei quali vivono oggi tra Mauritius e Regno Unito e rivendicano il diritto al ritorno, almeno parziale, nelle isole d’origine.

Nel 2025 è stato sottoscritto un accordo che prevede il trasferimento della sovranità formale dell’arcipelago delle Chagos a Mauritius, mentre il Regno Unito mantiene la gestione della base di Diego Garcia attraverso un contratto di locazione di 99 anni, rinnovabile, con obblighi giuridici diretti tra Londra e Port Louis.

Questo accordo, sul piano tecnico, mette in sicurezza la continuità operativa della base nel medio e lungo periodo e dal punto di vista militare, non modifica immediatamente la postura statunitense nell’Oceano Indiano.

In una fase di crescente tensione con l’Iran, nessun cambiamento giuridico può essere considerato del tutto neutro. La presenza di un nuovo soggetto sovrano, anche solo formale, introduce una variabile politica in uno spazio che per decenni è stato caratterizzato da controllo esclusivo e silenzioso.

Diego Garcia resta una roccaforte strategica, ma il contesto in cui opera è diventato più fragile, più osservato, più esposto alle dinamiche diplomatiche globali.

La possibile cessione delle Isole Chagos a Mauritius non è quindi una questione marginale o simbolica, ma un passaggio che può ridisegnare, in modo impercettibile ma profondo, l’equilibrio dell’Oceano Indiano e la postura occidentale nei confronti dell’Iran.

Come insegna Sun Tzu, la vittoria precede lo scontro solo quando la geografia, il diritto e la strategia restano perfettamente allineati. Oggi, quell’allineamento è più delicato che mai.

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