
Dopo un decennio (2014-2024), si fanno i conti, si tracciano le linee e non v’è dubbio che per gli Usa le somme siano negative, in quanto hanno perso tutte le guerre che hanno avviato sulla base delle teorie neo con e con le amministrazioni Bush e Clinton; le hanno perse e hanno perso, nonostante la propaganda e gli estremi tentativi di nascondere la realtà, anche quella innescata in Europa contro la Russia e combattuta, per interposta pelle, dagli ucraini.
Una cosa è chiara, al di là di ogni chiacchiera. La guerra in Ucraina è persa (ne affronteremo i motivi più a vanti) e chi l’ha persa è l’America della signora Victoria Nuland, di George Soros, di Joe Biden e di chi ha pensato di ridurre la Russia ai minimi termini, ossia i Clinton, gli Obama.
Sono gli stessi che in compagnia dei Bush hanno innescato le guerre in Afghanistan e in Iraq, che si sono dimostrate un fallimento.
L’annuncio è di questi giorni.
Dopo l’Afghanistan e il Niger, le forze statunitensi lasceranno anche l’Iraq ponendo fine all’Operazione Inherent Resolve, varata nel 2014 dalla Coalizione a guida statunitense per contrastare lo Stato Islamico e sopravvissuta con alterne fortune e tra molte polemiche anche dopo la sconfitta del Califfato.
Il consigliere per la Sicurezza nazionale iracheno, Qasim al Araji, ha incontrato l’8 settembre l’ambasciatrice degli Stati Uniti a Baghdad, Alina Romanowski, per discutere della conclusione della missione della coalizione internazionale in Iraq, da tempo caldeggiata da Baghdad anche a causa degli scontri tra forze statunitensi e milizie scite peraltro integrate a pieno titolo nelle forze armate irachene.
La presenza delle milizie sciite è il segno più evidente della sconfitta americana, in quanto con le guerra a Saddam è stato consegnato l’Iraq all’influenza di Teheran.
“Gli Stati Uniti – scrive Analisi Difesa – schierano ancora 2.500 militari in Iraq e quasi 900 in Siria dove la loro presenza è resa possibile dalle basi in Iraq ma è totalmente illegittima per il diritto internazionale. Damasco infatti parla di “occupazione” americana di quattro aree: una al confine giordano dove sono presenti formazioni ribelli e tre nella Siria Orientale in un’area controllata dalle milizie curde”.
Il ritiro dalla grande base di al-Asad entro settembre 2025, fa notare Analisi Difesa, complicherà già nei prossimi mesi il supporto alla presenza statunitense nei presidi situati nella Siria Orientale.

Cartina ripresa da Analisi Difesa
Il ritiro dall’Iraq mette in difficoltà ulteriore l’assetto del Medio Oriente, oggi attraversato da un conflitto che, in gran parte, è dovuto alla politica altalenante degli Usa nei confronti dell’Iran e dei Fratelli Musulmani.
Il ritiro dal Niger mette allo scoperto l’incapacità degli Usa a fronteggiare la Russia e la Cina nel continente africano.
E veniamo alla guerra in Ucraina che, in altri e diversi termini, possiamo considerare come la terza guerra europea, dopo quelle del 15-18 e del 40-45.
Nei primi due casi gli Usa hanno vinto, appoggiando alleanze europee, contro la Germania e i suoi alleati.
In questo caso, ossia in questa terza guerra europea, l’obiettivo Usa era, ed è, il rapporto che si era instaurato tra Russia e Germania, con Berlino che si avvantaggiava del gas russo e che, nei fatti e con le infrastrutture, teneva Mosca in rapporto stretto con l’Europa.
L’effetto più eclatante e significativo, economicamente e geopoliticamente, della guerra in Ucraina è reso in modo emblematico dalla distruzione del gasdotto che collegava direttamente la Russia alla Germania, evitando l’Ucraina.
Massacrata economicamente dalla guerra, la Germania è ora costretta a chiedere la fine del conflitto per non finire in una recessione disastrosa che, tra l’altro, coinvolgerebbe le economie di molti paesi europei.
Il cancelliere tedesco Olaf Scholz ha infatti rinnovato il suo appello per l’organizzazione di una nuova conferenza di pace sull’Ucraina con la presenza di Mosca.
“Abbiamo bisogno – ha detto – di una nuova conferenza di pace e la Russia dovrà essere presente al tavolo. Questa è la sfida da affrontare adesso: esplorare cosa è possibile fare”.
Il cancelliere ha ribadito la correttezza della decisione di sostenere l’Ucraina “per tutto il tempo necessario”, ma allo stesso tempo, ha assicurato che si farà “tutto il possibile affinché si colgano sempre le opportunità di raggiungere una pace giusta, che non sia una pace imposta o una resa, ma che rispetti l’integrità e la sovranità dell’Ucraina come nazione aggredita”.
Ovviamente, sulla questione di avviare trattative o di proseguire la guerra si scontrano idee diverse all’interno dell’Amministrazione Usa, come è dimostrato dalle inusuali esternazioni sul Financial Times del capo della Cia in compagnia con quello dell’MI6.
Zelensky fa la sua parte, ossia sogna e afferma che “la Crimea va liberata, in quanto è parte della nostra anima”.
“Oggi [ieri per chi legge], nell’ambito del quarto vertice della Piattaforma internazionale della Crimea – ha detto Zelensky – inauguriamo un memoriale nazionale ucraino per commemorare la tragedia del popolo tataro di Crimea. E un giorno, un monumento simile apparirà sicuramente nella nostra Crimea libera”.
Rimane il fatto, al di là delle solite dichiarazioni di leader europei e non solo, che la dura realtà fa capire che, o si avvia una trattativa che comporterà, inevitabilmente, una cessione di territorio, o gli Stati Uniti dovranno entrare direttamente in guerra con la Russia, trascinandoci in un conflitto davvero mondiale, con il rischio concreto di uscirne con le ossa rotte.
La guerra simmetrica che si svolge in Ucraina ha sicuramente messo a nudo le debolezze russe, ma ha squadernato davanti al mondo (che non è riassumibile nell’Occidente), le debolezze degli Usa e, soprattutto, quelle dei paesi europei.
Impossibile, nell’economia di un articolo, mettere a fuoco quanto, con grande perizia, precisione, dovizia di dati, ha analizzato Mirko Campochiari con le sue live di Parabellum.
Dall’insieme delle analisi sue e di vari analisti esce un quadro sconfortante.
In ogni caso, anche la sortita in territorio russo degli ucraini si sta rivelando un flop.
Le forze russe, da martedi sera, hanno iniziato un contrattacco e hanno liberato circa 10 insediamenti nella regione di Kursk, occupata in parte dall’esercito ucraino ad agosto.
Il contrattacco è in corso e non ha comportato alcun utilizzo di forze russe impegnate su altri fronti.
L’esercito del Cremlino è riuscito ad attraversare il fiume Seym, e questo nonostante tutte le infrastrutture di collegamento fossero state precedentemente distrutte dai bombardamenti di Kiev. Il comandante delle forze speciali Akhmat e vicedirettore del dipartimento politico-militare del ministero della Difesa russo, il maggiore generale Apti Alaudinov, ha spiegato che Mosca ha riconquistato circa dieci insediamenti nella regione, prendendo anche dei prigionieri di guerra.
L’esercito russo ha dichiarato martedi di aver conquistato altri quattro villaggi nella regione ucraina orientale di Donetsk.
Il ministero della Difesa russo ha precisato che sono stati presi Krasnohorivka, Vodyan, Halytsynivka e Hryhorivka.
A parte quest’ultima, gli osservatori militari ucraini hanno confermato che gli altri insediamenti sono stati occupate.
L’Ucraina è sotto forte pressione sul fronte orientale del Paese. La situazione è più grave nella zona tra le città di Pokrovsk e Kurakhove.
Le truppe russe hanno ottenuto significativi guadagni territoriali in seguito alla caduta di Avdiivka all’inizio dell’anno.
Le truppe ucraine corrono il rischio di essere circondate o di dover cedere ulteriore territorio in un arco tra Krasnohorivka e la città di Ukrayinsk, a ovest della città di Halyzynivka, ora conquistata dopo la ritirata.
Le truppe russe sono già avanzate verso la città mineraria di Hyrnik in questo arco frontale.
Krasnogorivka, che aveva una popolazione di circa 16 mila abitanti prima dell’inizio del conflitto, era diventata più vulnerabile dall’inizio dell’anno con la caduta di Marinka e Avdiivka, altre due città vicine. Da tempo roccaforte, si trova a circa venti chilometri a ovest di Donetsk, sotto il controllo delle truppe russe.
Nelle ultime settimane i soldati di Mosca sono avanzati rapidamente nella regione di Donetsk. In particolare, si stanno avvicinando alla città di Pokrovsk, un importante centro logistico per l’esercito ucraino.
Il problema dell’Ucraina, al netto di tutti i ragionamenti sulle armi, sulla possibilità di usarle in profondità contro la Russia è, in primo luogo, che è senza soldati.
Ci sono 14 milioni di cittadini all’estero e 80 mila renitenti alla leva.
Il problema non è solo numerico. Quando i soldati scappano o si nascondono per non essere arruolati, significa che il consenso sulla guerra è ai minimi termini.
L’altro problema è che nessun popolo di nessun paese europeo, al di là delle chiacchiere dei leader, è disposto ad andare a morire in Ucraina per far vincere la guerra all’America. Inoltre nessun americano è disponibile ad andare a fare la guerra alla Russia per dare ragione alla Nuland, a Soros, a Biden e alla compagnia cantante dei guerrafondai neo con.
Quindi, al di là delle chiacchiere, la terza guerra europea, combattuta in terra ucraina, gli Stati Uniti d’America l’hanno persa.
Ora il problema è l’exit strategy senza perdere la faccia.
Ed ecco che i due capi dei servizi ormai poco segreti (Cia e MI6), sul Financial Times hanno fatto sapere che loro con la sconfitta non c’entrano. Problema dei politici.
Dulcis in fundo.
Vinca Trump o vinca Harris, la guerra per procura in Ucraina gli Usa l’hanno persa.
La parola passa agli apparati interni al vasto mondo del cosiddetto deep state.
Quante sconfitte può ancora sopportare l’America prima di capire che all’ordine del giorno c’è la ridefinizione delle zone d’influenza e che gli Usa non sono l’unica potenza del mondo?
L’Europa, in tutto questo, si occupa di quel che dice Mario Draghi, ossia ha perso di vista la realtà.





