Le dichiarazioni dei redditi rese nel 2024, con il 72,59% degli italiani che dichiarano fino a 29mila euro pagando solo il 23,13% dell’IRPEF complessiva, sembrano sconfessare quella narrazione che vorrebbe la maggior parte dei nostri concittadini come oppressi dalle tasse. Si può allora piuttosto dire che siamo un Paese povero? Dati su consumi, occupazione ed evasione parrebbero in verità suggerire ben altro…
A sentire le affermazioni di alcuni sindacalisti e di una parte della politica noi italiani saremmo un popolo oppresso dalle tasse che a fatica arriva alla fine del mese con i prezzi che rincarano spesso. Sembrerebbe la fotografia dell’Argentina prima dell’arrivo di Javier Milei, ma è proprio così?
Dall’ultimo Osservatorio sulle dichiarazioni dei redditi ai fini IRPEF realizzato dal Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali su dati MEF e Agenzia delle Entrate relativi ai redditi prodotti nel 2023, dichiarati nel 2024 e resi disponibili qualche mese fa, emerge che su una popolazione di 58.997.201 cittadini residenti quelli che hanno presentato una dichiarazione dei redditi sono stati 42.570.078, per cui a ogni dichiarante corrispondono 1,386 abitanti. Tra i dichiaranti, 1.184.272 (+170mila unità sullo scorso anno) denunciano un reddito nullo o negativo e, quindi, non pagano né tasse né contributi; a versare almeno 1 euro di IRPEF sono solo in 33.540.428, vale a dire poco più della metà degli italiani. Dunque, malgrado il miglioramento di PIL e occupazione, il 43,15% degli italiani non ha redditi, non paga tasse e vive a carico di qualcun altro o della collettività e, tuttavia, beneficia gratuitamente di tutti i servizi dello Stato e degli enti locali. Già qui appare una realtà molto diversa e con verità scomode per i fautori dell’oppressione…
Proseguendo nell’analisi, tra i dichiaranti che hanno redditi positivi e pagano almeno 1 euro di IRPEF, si scopre che il 72,59% degli italiani che dichiarano redditi fino a 29mila euro pagano solo il 23,13% dell’importo IRPEF complessivo, un’imposta neppure sufficiente a coprire le prime tre funzioni di welfare (sanità, assistenza sociale e istruzione). Ma c’è di più: se si sommano i primi 4 scaglioni di reddito, il dato finale è ancora più eclatante. Nel primo scaglione ci sono i dichiaranti redditi negativi (1.184.272); nel secondo i dichiaranti da 0 a 7.500 euro lordi, pari a 7.288.399, il 17,12% del totale, che pagano in media 26 euro di IRPEF l’anno (19 se rapportati ai cittadini), e anche questi sono a carico dell’intera collettività.
Nella terza fascia, i contribuenti che dichiarano redditi tra i 7.500 e i 15mila euro lordi l’anno sono 7.696.479: in questo caso, al netto del TIR, l’IRPEF media annua pagata per contribuente è di 296 euro (214 euro per abitante). Nella quarta fascia i dichiaranti tra 15.000 e 20.000 euro di reddito lordo sono 5,072 milioni e pagano un’imposta media annua di 1.817 euro, che si riduce a 1.311 euro per singolo abitante. Queste prime 4 fasce, che comprendono 21.241.435 dichiaranti e a cui corrispondo per il rapporto spiegato sopra, 29.438.170 italiani, versano solo il 6,45% del totale IRPEF pari a 11,69 miliardi. Solo per garantire la sanità a questo quasi 50% della popolazione, considerando una spesa sanitaria pro capite di 2.222 euro e la differenza tra IRPEF versata e costo totale della sanità loro riferita (65,41 miliardi), occorrono ben 53,72 miliardi ogni anno a carico di altri contribuenti o del debito pubblico.
Poi ci sono i contribuenti tra 20 e 29mila euro che sono 9.658.273, la metà dei quali non supera, anche per motivi fiscali e di ISEE, i 25mila euro; e con loro si arriva al fatidico 72,59% degli italiani che paga solo il 23,13% di tutta l’IRPEF.
Ma chi paga allora questa “benedetta” IRPEF?
Sopra i 300.000 euro di reddito si trovano 59.553 italiani che da soli pagano 14,368 miliardi di IRPEF, pari al 6,94% del totale, e con un versamento medio pro capite di 241.275, cioè 438 volte la media IRPEF dei primi 4 scaglioni. In pratica, poco più di 59mila persone pagano di più di oltre 29 milioni di italiani. Quelli che dichiarano tra 200mila a 300mila euro sono 86.279 e pagano 7,58 miliardi di IRPEF, pari al 3,66% del totale, con un’imposta media di 87.890 euro. Tra 100mila e 200mila ci sono 556.548 dichiaranti che versano 24,52 miliardi, pari all’11,84% del totale, e un’imposta media di 44.060 euro. Mancano ancora due scaglioni: il primo da 55.000 a 100.000 euro di reddito annuo, che conta 1.776.374 dichiaranti i quali si sobbarcano 37,032 miliardi di IRPEF, pari al 17,88% del totale, con un versamento medio di 20.847 euro; infine, quelli che dichiarano da 35mila a 55mila euro, che sono 4.832.187, pagano 48,48 miliardi di imposta, pari al 23,40% del totale, e con un versamento medio di 10.032 euro. I dichiaranti di questi scaglioni, che qualcuno definirebbe i “ricchi” ai quali applicare ancora maggiori tasse, sono solo 7,3 milioni di italiani, pari al 17,17%, ma pagano il 63,71% dell’imposta sui redditi delle persone fisiche e oltre il 95% delle altre imposte dirette (IRES, IRAP, addizionali e sostitutive).
Quello che fa specie è che solo poco meno di un sesto della popolazione dichiari redditi da 35mila euro in su che, per inciso, corrispondono a circa 2mila euro netti al mese per 12 mensilità. Inoltre, risulta difficile credere che 11,7 milioni di italiani vivano con redditi da zero a 7.500 euro, cioè con una media di circa 312 euro lordi al mese, che altri 10,6 milioni vivano con meno di 1.000 euro lordi al mese e, infine, che altri 7 milioni vivano con circa 1.450 euro lordi ogni mese.
Siamo così poveri?
È povero un popolo che si gioca 150 miliardi nel 2023 al gioco d’azzardo più altri 25 miliardi gioco irregolare (quasi 3mila euro a testa, neonati compresi)? È povero un popolo che, nelle classifiche internazionali, primeggia per abbonamenti a pay-tv, possesso di smartphone, animali da compagnia, chirurgia estetica e molto altro? No! E, infatti, siamo i primi nella classifica OCSE per evasione fiscale e ultimi per tasso di occupazione e produttività.
Siamo evasori? Sì, ma il “promotore” del sommerso è lo stesso Stato, che ha basato le sue politiche su un falso “sogno” incentrato sul pericoloso binomio “meno dichiari e più avrai”, il cui asse portante è l’ISEE, mentre invece “più dichiari meno agevolazioni, meno bonus e più tasse avrai”. E infatti, meno si dichiara e più agevolazioni e distribuzione di denaro pubblico, tipo AUUF (la paghetta di Stato), sussidi, prestazioni assistenziali e bonus si ottengono, oltre alla generosa (troppo) NASpI.
Il tutto sulla base dell’ISEE, il vero motore di una situazione che incentiva a dichiarare il meno possibile e a lavorare in nero.
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