Home Opinioni Giustizia, quando non ci siamo

Giustizia, quando non ci siamo

0

“Il sistema giudiziario alla fine funziona e ha portato alla mia piena assoluzione. Per questo non mi ritengo una vittima della giustizia o un simbolo della malagiustizia. La giustizia funziona ma necessita di correttivi, in primis su carcerazione preventiva e tempi dei processi”.

Lo dice Pietro Tatarella, 42 anni, ex consigliere comunale di Forza Italia, assolto dopo sette anni dall’arresto del 7 maggio 2019, 46 giorni di isolamento, quattro mesi di carcere e due mesi ai domiciliari, uscito pulito dalle accuse che gli avevano riversato addosso i PM dell’inchiesta “Mensa dei poveri“: finanziamento illecito, corruzione e associazione per delinquere con sospetti contatti con la ’ndrangheta. Dopo l’assoluzione in primo grado, la conferma in Appello: non ha commesso reati.
La vicenda giudiziaria che lo riguardava, comprendeva tantissime altre persone. Si è conclusa con 11 patteggiamenti, 4 condanne e 58 assoluzioni. Vite interrotte, rimaste in un limbo di angoscia ed incertezza. Carriere spezzate. Per alcuni la famiglia che non ha retto all’impatto.
Di “scusate, abbiamo sbagliato” da parte dei giudici inquirenti, per quel minimo che vale, neanche l’ombra. Avrei piacere di vedere la carriera di quei PM che sbagliarono. E quanto ci costerà. Ma non basta. La sua vicenda è stata raccontata dalla stampa in un modo che, assieme alle dinamiche interne alla Procura, Tatarella definisce “marketing giudiziario”: “E’ stata la tempesta perfetta, oggi non penso che Report renderà conto per quella puntata in cui mi sputtanarono senza diritto di replica”. Ed anche “trovo inaccettabile il modo con cui il PM convocò in Procura i giornalisti, fornendo filmati e fotografie editate pronte all’uso. Tutto materiale approntato in modo da solleticare la pancia delle persone. A partire dal nome dell’inchiesta, “Mensa dei poveri”. Sembrava suggerire che ci fossero dei politici che si fossero arricchiti sottraendo soldi alle persone bisognose.”
Tra queste, alcune foto che lo ritraevano in manette. Come Salis, ma stavolta senza sommosse e ‘commosse’ sollevazioni popolari. Come per Enzo Carra 33 anni fa. Anni passati a difendere non l’autonomia della magistratura ma i raid giudiziari a origine e valenza politica. E il diritto di cronaca di una stampa che lo si considera come tale, anche quando ha caratteristiche di gossip, anche quando si sfiora il reato di falso e di diffamazione. Sono troppi i casi di vendita della dignità umana al populismo dei forcaioli.
Tutto questo non dovrebb esistere, ed invece è. Inaccettabile.

Autore

  • Redazione

    Nuovo Giornale Nazionale è una testata Online totalmente indipendente, di proprietà dell’associazione Libera Stampa e Libera Comunicazione LIBERCOM.

Ricevi i nostri articoli via mail!

Ogni giorno i contenuti del Nuovo Giornale Nazionale sulla tua casella di posta elettronica

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui