
di Carlo Di Stanislao
“Vorrei che ci fosse un solo giorno in cui io non debba sentirmi così confuso e non debba provare la sensazione di vergognarmi di tutto”
Una frase di Jim Stark (James Dean)
dal film Gioventù bruciata, 1955
Come scrisse il filosofo G. Deleuze: «Il giovane vuole violentemente divenire un uomo, ma è proprio questa stessa violenza che non gli offre come scelta che morire o restare fanciullo, tanto più fanciullo quanto più è violento». Non vi è più nei giovani la voglia di purezza del film che consacrò divo James Dean e sono passati solo poco più di 60 anni.
Oggi l’aggressività giovanile coinvolge la scena pubblica e quella familiare con configurazioni inedite. Chi sono gli autori delle violenze di strada? Chi organizza con messaggi maxi-risse su appuntamento in piazza? Chi, in branco o da solo, si approfitta di una vittima sessuale designata? Chi vende al minuto sostanze psicoattive illegali (anche questa espressione di violenza, sebbene l’imputazione sia di spaccio)? Chi si lascia andare a impulsività esasperate, in reazione a offese reali o presunte? In casa, la violenza e il maltrattamento non sono più un’esclusiva degli uomini sulle donne: sempre più spesso assistiamo ad aggressioni dei figli verso i genitori (con una prevalenza dei maschi verso la madre). L’uso di sostanze psicoattive, legali e illegali, gioca un ruolo importante, ma non ne è la causa.
La violenza giovanile è l’indicatore che più di altri riassume e rivela le contraddizioni dei tempi che si vivono. Il fenomeno chiama in causa l’aumento della povertà; la crescita delle disuguaglianze che ha penalizzato l’ascensore sociale; le lacerazioni dei figli dei migranti, contesi tra gli obblighi tradizionali e familiari e le sollecitazioni libertarie e individualistiche dei compagni italiani, senza dimenticare semplificazioni e strumentalizzazioni politiche che soffiano sul fuoco della rabbia giovanile pronta a esplodere al primo pretesto. Ma la violenza giovanile non può essere liquidata con queste sole dimensioni. C’è innanzitutto una componente narcisistica.
Con lo svoltare del secolo, la problematica narcisistica, inevitabile mediatrice nell’innesco di sofferenze e percorsi di devianza, e da sempre tappa obbligata dell’adolescenza, è stata caricata di un’ansia sociale e di un peso psicologico inediti, che alimentano inadeguatezze e tensioni insostenibili per molti ragazzi. La ricerca di identità di adolescenti e giovani sbatte contro richieste e aspettative vissute come macigni, da cui si difendono fuggendo o contrattaccando. Fuggono quando prendono derive consumistiche o quando si rinchiudono in se stessi. Attaccano quando esprimono ribellione insulsa, con sfoghi di aggressività imprevedibile su facili obiettivi a portata di mano, legittimati dallo stigma della diversità della vittima (lo straniero, il senzatetto).
Ragazzi che fuori casa portano con sé coltelli, pronti a fare risse, furti, stupri, spaccio di droghe, senza regole sociali per affermare la propria identità, in una realtà sociale che non dedica loro spazi, non realizza contesti culturali di vario genere per rendere sostenibile e inclusiva l’educazione alla vita adulta, in una “palestra “che sappia orientare alle “sfide dei tempi” senza l’uso di strumenti illeciti, come la corruzione, il ricatto, la violenza, per riuscire ad affermare se stessi e “vincere le sfide”. L’egoismo domina, prevale sempre più sull’empatia e la solidarietà e i modelli di vita basati su onestà, coerenza e rettitudine sono stati soppiantati da modelli improntati all’affermazione del sé, alla spregiudicatezza e all’avventurismo senza scrupoli. Quando vengono interrogati sui loro comportamenti, i ragazzi che commettono atti di abuso e/o violenza, non mostrano vergogna o pentimento, ma uno strano atteggiamento, come se non si rendessero conto della gravità delle azioni commesse, come se non fossero consapevoli del mondo che li circonda, dell’altro, della necessità di condividere codici e regole di comportamento nella società civile.
Il periodo dell’adolescenza è caratterizzato dalla ricerca dell’individualità, porta con sé importanti cambiamenti fisici ed emotivi e con esso iniziano le prime relazioni affettive di coppia. Purtroppo, non sempre le cose vanno come dovrebbero e nelle relazioni fra pari si possono generare situazioni di abuso e violenza. A tal proposito si parla di Teen Dating Violence definita come una “varietà di comportamenti che vanno dall’abuso fisico e sessuale a forme di violenza psicologica ed emotiva che avvengono nelle coppie di adolescenti”. I Social Network e l’uso delle tecnologie sono spesso luogo e strumento di incontro e realizzazione delle relazioni stesse. Oggi, gran parte della violenza interpersonale è mediata dalle tecnologie digitali e non vi è più un confine chiaro tra vita online e offline, tanto da ritenere la vita una dimensione onlife.
Comunque, la causa della violenza dei giovani non è solamente da attribuire alle tecnologie digitali e alle droghe, ma esistono fattori di rischio che entrano in gioco prima degli accadimenti: la carenza o la mancanza educativa nell’infanzia in famiglia, per inadeguatezza delle regole, negligenza, violenza subita o assistita; appartenenza a gruppi amicali devianti; non realizzazione di attività educative a scuola su emozione, affettività e inclusione.
Sociologi e psicologi pongono al centro del problema la famiglia. Scoprire e conoscere l’aspetto delle proprie emozioni negative, dando loro un nome, rabbia, tristezza e altro, significa imparare a non farsi dominare da esse. Un’adeguata educazione emotiva, nelle diverse fasi dell’età evolutiva, rinforza la destrezza nella gestione degli stati emotivi, andando a ridurre le emozioni negative e aumentare quelle positive. Saper dominare, cioè gestire, le emozioni negative significa riconoscerle, non reprimerle e prevedere le reazioni dell’altro, per poter poi scegliere come risolvere in maniera positiva il conflitto che si sta affrontando. Invece nella più parte dei casi la famiglia è distratta, assente, latitante.
I genitori, spesso inconsapevolmente, sono distratti. Distratti dal lavoro, dalle pressioni economiche, dal continuo rincorrere un’idea di successo sociale che ci è stata imposta. Ma c’è di più: sono distratti dalla tecnologia, dallo smartphone, quel dispositivo che ha invaso le nostre vite e che, paradossalmente, ci allontana dalle persone che amiamo di più. In questo contesto, i figli vengono lasciati soli, spesso educati più da uno schermo che da una figura di riferimento.
La mancanza di supervisione e di dialogo ha gravi conseguenze. Oggi vediamo giovani che trovano nel coltello la loro arma di difesa, lo strumento con cui impongono il proprio potere in una gerarchia sociale malata. Episodi di aggressioni tra coetanei, contro insegnanti e persino contro i propri genitori stanno diventando all’ordine del giorno. Basti pensare alla tragica vicenda del 17enne che ha accoltellato suo fratellino di 12 anni e i suoi genitori, sterminando la sua famiglia. Un atto che racchiude in sé l’apice della disgregazione familiare e sociale.
Ma c’è un’altra dinamica preoccupante che si aggiunge a questo scenario: i genitori che, invece di fare i genitori, si schierano contro gli insegnanti. Molto spesso, quando la scuola si fa carico di segnalare comportamenti preoccupanti nei giovani, questi genitori, invece di riconoscere le difficoltà dei propri figli, attaccano gli insegnanti, accusandoli di non capire i loro ragazzi o, peggio, mettendo in dubbio la qualità del lavoro svolto. Difendono persino l’indifendibile, rifiutando di confrontarsi con la realtà e proteggendo i figli da ogni tipo di critica costruttiva.
Il caso di cronaca che ha colpito l’intera nazione è emblematico di questo fenomeno. Ricordiamo tutti la triste storia del giovane musicista Giovanbattista Cutolo, ucciso a Napoli il 31 agosto 2024. Il comportamento della madre dell’assassino, che durante la diretta su TikTok inneggiava al “supereremo anche questo”, ha fatto emergere un grado di degrado sociale e ignoranza che va ben oltre la cattiveria del singolo atto. Invece di riconoscere la gravità del gesto compiuto dal figlio, si è cercato di giustificare l’ingiustificabile, senza alcun rispetto per la vita spezzata né per il dolore inflitto.
La famiglia deve tornare al centro. Deve riprendere il proprio ruolo, tornare a essere il pilastro fondamentale di una società sana. È un obbligo morale. I genitori devono essere presenti, vigilare, ascoltare, guidare. Invece, troppo spesso li vediamo anch’essi intrappolati nelle dinamiche dei social media, intenti a curare le proprie vite digitali, a inseguire l’apparenza perfetta, a raccontare porzioni di vita filtrate e costruite.





