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DRAGHI, LA GENESI DEL SUO PIANO

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di Marco Sarli

Mario Draghi, dopo un lungo cursus honorum, che ricomprende solo per ricordare gli ultimi incarichi la guida della BCE, la successiva e significativa esperienza di Premier italiano per diciotto mesi, ieri l’altro ormai “privato cittadino” ha presentato all’Unione Europea un ponderoso rapporto sulla competitività dell’Unione, fatica assegnatagli mesi orsono dalla Presidente Von Der Leyen fresca di riconferma nel suo alto incarico.
Come peraltro noto ai miei lettori, ho due punti di riferimento e precisamente il mai troppo compianto John Maynard Keynes e l’ormai novantaquattrenne ma sempre pimpante Warren Buffet, il primo sul piano dottrinale e dell’impegno civile e il secondo su quello dell’azione concreta nei solitamente mari procellosi della finanza globale.
Ebbene, nella figura di Mario Draghi e’ possibile rinvenire entrambe le caratteristiche: grande studioso della materia economica con formazione di grande successo in quel di Cambridge, Massachusetts (Keynes invece nella Cambridge inglese) ma entrambi con grande impegno nell’azione concreta concretizzatasi per il futuro Lord Tilton nella partecipazione ai lavori di Versailles per l’individuazione del nuovo assetto post primo conflitto mondiale e nei lavori di Bretton Woods per individuare le linee guida del sistema finanziario per il mondo che avrebbe fatto seguito al secondo conflitto ancora più globale del primo.
In entrambe le occasioni uscì sconfitto perché non riuscì ad evitare quell’estremamente carattere punitivo delle condizioni imposte alla Germania sconfitta (condizioni vessatorie che non poca influenza avranno nella nascita ed affermazione del nazismo), mentre nella seconda non riuscì ad impedire la vittoria statunitense con l’assurdo sistema basato sulla velleitaria parità fissa dei 35 dollari per oncia di quell’oro dallo stesso Keynes ritenuto poco più che un “relitto barbarico.
Non è questa la sede per una disamina della tesi alternativa propugnata dall’economista di Cambridge, basata su una valuta globale (il bancor) e su una clearing union che avrebbe molto più efficacemente contrastato i perduranti e francamente eccessivi avanzi e disavanzi strutturali derivanti da quella che molto efficacemente Marcello De Cecco bollava come la fabbrica del “formaggio verde”.
L’esperienza di Draghi nell’intenso e proficuo processo di privatizzazione di larga parte delle partecipazioni statali e quella maturata nel triennio trascorso ai piani alti della potente ma ancor più preveggente Goldman Sachs, così come la più volte richiamata formazione accademica (fu personalmente seguito da ben tre premi Nobel) gli sono stati di grande ausilio nella permanenza al vertice di Banca d’Italia e a quella ancor più impegnativa della Banca Centrale Europea, nonché nella presidenza della commissione tra le banche centrali che si trovò a riscrivere le regole del mercato finanziario globale mentre imperversano gli altissimi marosi della Tempesta Perfetta, regole che, almeno stando a quanto sta accadendo negli ultimi diciotto mesi, i banchieri globali hanno un po’ dimenticato, creando nuove turbolenze che hanno indotto il già citato Leone di Omaha a fare un massiccio passo indietro dai mercati azionari e che ha reso il suo fortunatissimo fondo estremamente “liquido”.
Se la Presidente della Unione Europea pensava che Draghi avrebbe redatto un rapporto sulla competitività un po’ cerchiobbottista ha dovuto fortemente ricredersi, in quanto il “cittadino” Draghi, come già fatto nella riunione a porte chiuse con i banchieri globali nel 2008, non ha avuto riguardi per nessuno e ha delineato, sin nei dettagli, le azioni concrete e gli ingentissimi sforzi finanziari necessari perché l’unione esca dall’angolo in cui l’hanno messa gli Stati Uniti d’America e la seppur di recente un po’ traballante Repubblica Popolare Cinese.
I non più giovani ricorderanno uno sforzo analogo proposto al nostro Paese dall’allora giovane ministro socialista, Giorgio Ruffolo, in quello che all’epoca fu definito “libro dei sogni” e che tale purtroppo rimase; un’esperienza che francamente spero non si ripeta ora con il Rapporto di Mario Draghi anche se l’esperienza degli ultimi decenni non induce ad un soverchio ottimismo.

 

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  • Redazione

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