
Giorgia Meloni non è Craxi, non siamo nel 1992, la Cia non è quella che si consultava con Mani Pulite e gli Usa, in Italia, oggi, sono quelli di Donald Trump.
Nel 1992 il presidente degli Usa era George H. W. Bush, il teorico del Nuovo Ordine Mondiale, repubblicano di quel mondo che aveva come logica quella delle porte girevoli. Che comandassero i repubblicani o i democratici, la logica era quella dei neocon, del globalismo che prendeva quota. Nel 1993 cominciò la fase del progressismo, con Bill Clinton (presidente fino al 2001), quello che ha portato la Cina nel Wto. Clinton disse: «Pechino importerà uno dei valori più importanti della democrazia: la libertà economica». Come è andata si è visto.
Nel 1992, da Oltre Oceano si decise di eliminare la Prima Repubblica, ma il compito fu affidato agli italiani, anche se seguiti da vicino e stando dietro le quinte.
Non a caso l’ambasciatore americano a Roma, Peter Secchia, il 17 ottobre 1992, s’infuriò nell’apprendere che Antonio Di Pietro, «contrariamente a quello che gli avevamo consigliato», aveva reso pubblico l’invito formulato dallo United States Information Service (l’Usis solitamente associato alla Cia).
Bettino Craxi – scriveva Secchia al Dipartimento di Stato – già sospetta che «gli Usa agiscano dietro le quinte» e il fatto che «Di Pietro ha reso pubblica la notizia dell’invito» rischia di «accreditare una nostra collusione».
In proposito una documentazione puntuale è contenuta nel libro dello storico Andrea Spiri che ricostruisce, sulla base dei documenti degli Archivi di Washington (Confidential report della diplomazia e rapporti dell’intelligence) desecretati, come gli americani – Dipartimento di Stato, Ambasciata e Consolato di Milano – abbiano seguito le vicende giudiziarie che nel triennio 1992-1994 travolsero lo scenario politico italiano (Andrea Spiri, The End. 1992-1994. La fine della prima Repubblica negli archivi segreti americani, Baldini&Castoldi, Milano 2022, pp. 126, euro 18).
Emerge che non vi fu alcuna “regìa” statunitense, ma certamente non neutralità. Da Washington a Roma e Milano gli americani seguirono con grande favore il crescere delle incriminazioni incoraggiando i vertici della Procura e il “pool”.
Personaggio chiave fu l’incaricato d’affari dell’Ambasciata, Daniel Serwer.
È appunto Serwer che assicurava Washington sull’affidabilità del protagonista dell’inchiesta: «Conosco Di Pietro da tempo».
Soprattutto colpisce in questa documentazione il continuo rapporto confidenziale dal ’92 al ’94 tra Consolato e Procura di Milano.
Il contesto nel quale parte oggi un attacco giudiziario al governo è decisamente diverso, se non opposto, a quello che c’era nel 1992.
Considerazione, questa, che è fondamentale per capire che l’indegno bailamme della sinistra sul caso è solo il frutto della disperazione.
La vicenda che vede indagato il Governo per favoreggiamento e peculato in relazione al rimpatrio del cittadino libico Almasri è solo una delle puntate di uno scontro generale, che vede i poteri del globalismo opporsi strenuamente alla sovranità popolare e, con logica conseguenza, alla sovranità degli Stati.
Il globalismo, che ha avuto il suo periodo di massima espressione proprio in coincidenza con Mani Pulite in Italia, ha dato per scontato che dopo la fine dell’Unione Sovietica l’unica potenza fossero gli Usa, gestiti dai neocon, ossia dai teorici del globalismo.
Il globalismo presupponeva avere come interlocutori Stati deboli (la Russia post sovietica, la Cina di Deng Xiaoping) e un’Europa governata da un finto Stato, come è quello uscita da Maastricht. Un finto Stato a disposizione delle multinazionali e della finanza, con l’acquiescenza del Partito popolare europeo, a trazione tedesca, e dei socialisti, passati armi e bagagli dal riformismo al progressismo.
Il resto lo conosciamo. Per l’Italia la svendita degli asset del Paese, grazie all’impegno preso sul Britannia e all’esecuzione di Romano Prodi (liquidatore dell’Iri), la distruzione della Prima Repubblica, l’eliminazione del leader socialista europeo riformista, ossia di Bettino Craxi, l’acquisto del brand socialista da parte dell’Ulivo e poi del Pd.
In Europa l’asse franco tedesco ha garantito il formarsi di una burocrazia abnorme e di un mostro giuridico come l’Unione Europea, dove c’è un finto esecutivo di un finto Stato, ossia un esecutivo delle multinazionali e della finanza.
È andata così e ne vediamo i risultati.
Ora tutto è cambiato in pochi giorni.
L’arrivo di Trump ha messo in un angolo il globalismo (fallito per implosione) e ha restaurato il multipolarismo, con il corollario del bilateralismo nei rapporti tra Stati.
In questo contesto l’Unione Europea, dove la Commissione è un finto esecutivo di un finto Stato, è alla deriva.
La maggioranza che ha eletto lo scorso anno Ursula von der Leyen non esiste più.
Un documento firmato dai Popolari europei ha, di fatto, sotterrato l’alleanza con verdi e socialisti.
Nel documento si legge: “L’eccessiva regolazione e la burocrazia sono le ragioni chiave per la perdita di produttività che ci colloca ben dietro gli Usa e la Cina”.
Il documento chiede un drastico cambio di rotta.
Il lavoro da fare di revisione e semplificazione deve rivolgersi in ogni direzione. Dall’industria, allo sviluppo dell’IA, all’agricoltura, alla forestazione.
Il documento chiede, inoltre, di mettere in stand by nuove misure previste e di abolirne alcune.
Importante la parte dove si dice che l’Unione dovrebbe concentrarsi solo sulle questioni più importanti anziché “regolamentare ogni aspetto della vita delle persone”.
La parte più importante è quella che chiede un’inversione a U delle politiche green.
Fa sinceramente pena pensare all’ex direttrice del Dis, Elisabetta Belloni, che viene nominata Chief Diplomatic Adviser – di fatto consigliere diplomatico – della presidente della Commissione Ursula von der Leyen nell’ambito del servizio di consulenza di Palazzo Berlaymont denominato Idea.
Il servizio è nato con l’obiettivo di fornire alle policy comunitarie “idee innovative e uno spazio per la ricerca interdisciplinare e la collaborazione sulle priorità fondamentali”. Il servizio Idea fa direttamente capo a von der Leyen, ossia al presidente di un finto esecutivo di un finto Stato, per di più con una maggioranza che si è sciolta come neve al sole nell’arco di sei mesi.
Assere al servizio di un servizio che si chiama Idea e che riguarda un presidente di esecutivo finto di uno Stato finto è effettivamente una storia interessante. Storia di segreti, di servizi segreti o di segreti servizi? Vai a capire.
Uno Stato finto che ha un esecutivo finto ha anche una Corte penale finta, al punto che il nostro ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha detto che la Corte penale dell’Aja (quella dello Stato finto) “non è la bocca della verità”.
Il significato è chiaro. Se quel che dice la Corte penale non è la verità, quel che dice va tenuto in considerazione come doxa, opinione.
Ora, si dà il caso che il signore libico al centro del grande ignobile bailamme della sedicente sinistra italiana è stato visto girovagare incontrastato per l’Europa e che l’ordine di cattura sia stato emanato quando è entrato in territorio italiano.
Se la Corte penale di uno Stato finto non è la bocca della verità, che ce ne importa dei suoi mandati di cattura? Meno di niente.
E qui cade l’asino.
La questione viene montata a dismisura in quanto Giorgia Meloni è l’unica leader europea che non faccia parte dei camerieri della finanza e delle multinazionali in procinto di licenziamento.
L’ordine di scuderia (degli asini), pertanto è colpire la Meloni perché è il cuore del problema che assilla la morente leadership dei dipendenti del globalismo.
Si può fare? Si. In Italia c’è il Vaticano, uno degli ultimi baluardi del globalismo e della resistenza anti Trump. In Italia c’è la Cei, organizzatrice dell’opposizione.
In Italia ci sono la Bologna dei Dehoniani e di Romano Prodi (finanza bianca) e Palermo (gesuiti e molto altro). E’ l’asse strategico dell’opposizione.
In Italia c’è una parte della magistratura che pensa di essere l’unico potere legittimato a governare.
In Italia c’è una Chiesa cattolica che è filo cinese e che pensa di essere il vero governo del Paese.
In Italia c’è il catto comunismo che pensa di essere legittimato da Dio a governare.
In Italia ci sono gruppi editoriali che da sempre sono legati alle multinazionali e alla finanza.
Guarda caso, Giorgia Meloni, li ha scavalcati, riferendosi direttamente alla rete.
Giorgia Meloni, infatti, ha scelto di non avere intermediazioni e di parlare attraverso i social sul suo canale per raccontare quello che lei prova e quello che è accaduto. I magistrati non hanno la stessa potenza. Quindi ci sono due mondi a confronto. La censura non funziona più e nemmeno la propaganda.
Giorgia Meloni conosce bene le dinamiche bolognesi e palermitane. Non è un caso che abbia indicato, per la difesa nel caso Almasri, l’avvocato Giulia Bongiorno, palermitana e uno degli avvocati più prestigiosi d’Italia, che ha buona conoscenza di cosa gira nel Bel Paese. Sopra e sotto.
Giulia Bongiorno è l’avvocato unico del presidente del Consiglio Giorgia Meloni, del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, del titolare della Giustizia Carlo Nordio e del sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega ai servizi segreti Alfredo Mantovano. Viene spiegato che si tratta di “una scelta che sottolinea la compattezza del governo anche nell’esercizio dei propri diritti di difesa”.
Giulia Bongiorno, che ha difeso anche il ministro dei Trasporti Matteo Salvini nel processo Open Arms, è stata l’avvocato di Giulio Andreotti.
Giulia Bongiorno ha difeso il Divo Giulio (non un politico qualsiasi) nei processi per mafia. Il know how è enorme.
La senatrice Giulia Bongiorno sa dove sta, di cosa parla, di cosa c’è dietro, sotto e anche davanti e qualcuno dovrebbe anche capire che è giunta l’ora di chiudere la partita, perché non siamo più nel 1992 e la Cia non è la stessa di allora.
Farlo intendere a Elly Schlein, che faceva campagna elettorale per i Democratici Usa e che dell’Italia sembra capire ben poco è fatica inutile. Dovrebbero capirlo nei palazzi del Regno del Vaticano, perché la prossima puntata li riguarda.
Dovrebbero capirlo quei pochi che nel Pd hanno ancora un residuo di barlume di intelligenza. Ma, forse, anche per loro, il tempo è scaduto.
Nel frattempo attendiamo le elezioni in Germania.





