
Gaza, la ricostruzione dopo il cessate il fuoco: stime, attori e scenari
A poche ore dal cessate il fuoco tra Israele e Hamas, si apre il capitolo più difficile: la ricostruzione di Gaza. Due anni di guerra hanno devastato case, infrastrutture e servizi essenziali, rendendo l’area quasi inabitabile. Le stime disponibili — ancora provvisorie e da verificare sul campo — delineano un impegno economico, logistico e politico senza precedenti, con tempi lunghissimi e forti condizionalità politiche.
Le macerie sono stimate per circa 61 milioni di tonnellate di detriti (UNEP, 2025), equivalenti a oltre 250.000 edifici distrutti o gravemente danneggiati. I tempi di rimozione: tra 14 e 21 anni secondo ONU e UNMAS, a causa della presenza di ordigni inesplosi, contaminanti e mancanza di mezzi. Il costo rimozione delle macerie: stimato tra $500 milioni e $1,2 miliardi, variabile in base alle modalità di smaltimento e sicurezza.
Costo complessivo della ricostruzione: la Banca mondiale (IRDNA, feb. 2025) indica un fabbisogno di $53,2 miliardi, di cui circa $20 miliardi nei primi tre anni per interventi urgenti.
Danni settoriali: 90% delle abitazioni distrutte o inagibili 94% degli ospedali fuori uso 86% dei campi agricoli inutilizzabili 77% delle scuole e 65% delle strade da rifare completamente.
Ordigni inesplosi (UXO): il rischio residuo blocca l’accesso a vaste aree urbane e agricole, richiedendo lunghe operazioni di sminamento. Vincoli ai materiali: le restrizioni israeliane sui prodotti “dual use” (cemento, acciaio, macchinari) possono rallentare la ricostruzione anche in presenza di fondi.
Gestione ambientale: i detriti contengono materiali tossici (amianto, metalli pesanti) e richiedono discariche dedicate.
Capacità locale insufficiente: il tessuto imprenditoriale è distrutto; serviranno imprese e manodopera estere.
Governance politica incerta: la definizione del ruolo di Hamas, dell’Autorità Palestinese (ANP) e delle garanzie israeliane resta il nodo politico principale per l’erogazione dei fondi.
Chi parteciperà: i principali attori ONU (UNEP, UNRWA, OCHA, UNMAS) seguiranno il coordinamento umanitario, sminamento, assistenza e gestione fondi fiduciari.
Banca mondiale / UE: avrà cura della pianificazione economica e finanziamento multilaterale; come pure della definizione delle priorità e monitoraggio dei fondi.
Stati Uniti: saranno i promotori di un piano di sviluppo con incentivi fiscali (“Gaza Riviera / GREAT Trust”); compreso il ruolo politico e di sicurezza centrale.
Paesi arabi (Qatar, Egitto, Emirati, Arabia Saudita): saranno i finanziatori regionali e mediatori politici; il loro impegno dipende dal quadro di sicurezza e dal ruolo di Hamas.
Israele: avrà il controllo logistico e sicurezza dei confini; le sue concessioni determineranno la velocità della ricostruzione.
Autorità Palestinese vs Hamas: definirà chi gestirà i fondi è cruciale; la comunità internazionale non accetterà un ruolo diretto di Hamas.
Donatori europei e Italia: offriranno contributi finanziari e tecnici; Roma ha espresso disponibilità a partecipare anche a una futura forza internazionale di pace.
Lo scenario coordinato ottimistico, che prevede una governance condivisa, accesso libero ai materiali, cessate il fuoco stabile, fa pensare che l’avvio della ricostruzione possa essere avviata entro 3–5 anni, con il completamento effettuato in 10. Il costo complessivo è stimato intorno ai 50 miliardi di dollari, con forte coinvolgimento privato e multilaterale.
Lo scenario a fasi (intermedio/probabile) con un cessate il fuoco fragile, restrizioni israeliane e condizionalità sui fondi fa ipotizzare una ricostruzione lenta, per fasi, con molti progetti sospesi o parziali. I costi sono analoghi (US 50 mld) con ma tempi più lunghi, fino a due decenni.
Lo scenario bloccato (pessimistico) con assenza di accordo politico, controllo armato e accesso negato. In tale caso appare realistica l’attivazione della sola emergenza umanitaria, scarsi progressi, aumento dei costi e del degrado.
Le condizioni necessarie sono il disarmo di Hamas: prerequisito imposto da Israele e Occidente per l’erogazione dei fondi. Il ruolo dell’ANP, per quale sarà necessaria una riforma e la legittimazione locale per garantire gestione trasparente. Le concessioni israeliane riguarderanno l’apertura di valichi, la rimozione dei blocchi e corridoi umanitari permanenti, indispensabili per la logistica.
Il possibile ruolo dell’Italia prevede: un sostegno finanziario, mediante contributi versati per il tramite ONU/Banca mondiale, finalizzati per interventi iniziali (acqua, sanità, rifugi); tecnico: squadre di ingegneri, esperti di sminamento e gestione ambientale; politico-diplomatico: sostegno a un meccanismo di pace e stabilizzazione internazionale; una eventuale partecipazione militare: solo in presenza di un mandato ONU o multilaterale.
Pertanto sarebbero necessari $ 53,2 miliardi stimati, oltre $ 20 miliardi necessari subito. La tempistica stimata in 5–10 anni per la ricostruzione strutturale, che potrà arrivare fino a 20 per il pieno recupero ambientale. I rischi riguardano: politicizzazione dei fondi, accesso limitato ai materiali e instabilità del cessate il fuoco. Priorità a breve termine: sminamento, rimozione macerie, servizi essenziali, assistenza umanitaria.
Pertanto la ricostruzione di Gaza è un progetto decennale da oltre 50 miliardi di dollari, che richiede una governance stabile, accesso garantito e coordinamento internazionale senza precedenti. I prossimi mesi dovranno servire a trasformare il cessate il fuoco in un quadro politico credibile, dopo di che solo allora potranno partire concretamente i lavori e i finanziamenti.





