
Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato ieri per la prima volta una risoluzione per chiedere un immediato cessate il fuoco a Gaza, mentre nella Striscia proseguono le operazioni militari di Israele.
Dopo l’adozione della risoluzione, il primo ministro di Israele, Benjamin Netanyahu, ha annullato la visita di una delegazione di alto livello del suo Paese a Washington, inizialmente prevista per questa settimana, che si sarebbe concentrata sulla discussione di “soluzioni alternative” a un’invasione a Rafah, la città più a sud della Striscia di Gaza, dove si trovano circa 1,5 milioni di palestinesi sfollati. In precedenza, il premier israeliano aveva già minacciato di annullare la visita se gli Usa non avessero posto il veto alla risoluzione. Per tre volte gli Stati Uniti avevano bloccato le risoluzioni del Consiglio di sicurezza sulla guerra a Gaza, astenendosi in altre due occasioni. Russia e Cina, da parte loro, avevano posto il veto su due progetti di risoluzione degli Stati Uniti sul conflitto – il primo a ottobre 2023 e il secondo venerdì scorso, 22 marzo.
Nella risoluzione viene richiesto: un cessate il fuoco immediato per l’intera durata del mese sacro dei musulmani, il Ramadan, che terminerà tra due settimane; il rilascio incondizionato di tutti gli ostaggi ancora in mano al movimento islamista palestinese Hamas a Gaza; il rafforzamento della protezione dei civili nell’intera Striscia; e un maggiore accesso di assistenza umanitaria nell’enclave palestinese. Dopo quattro tentativi falliti, il testo, sostenuto da 14 Paesi (Russia, Cina, Francia, Regno Unito, Algeria, Ecuador, Guyana, Giappone, Malta, Mozambico, Corea del Sud, Sierra Leone, Slovenia e Svizzera), è passato dopo che gli Stati Uniti hanno deciso di astenersi e non esercitare il proprio diritto di veto.
E’ la prima volta dallo scoppio del conflitto tra Israele e Hamas, il 7 ottobre 2023, che il Consiglio di sicurezza dell’Onu approva una risoluzione con queste richieste. La risoluzione era stata proposta dai dieci membri eletti dell’organismo del Palazzo di Vetro, il cosiddetto “E10”, su iniziativa dell’Algeria, che rappresenta i Paesi arabi e africani.
La risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu chiede un cessate il fuoco immediato per il Ramadan e il rilascio immediato e incondizionato di tutti gli ostaggi rimasti detenuti a Gaza dopo l’attacco di Hamas in Israele del 7 ottobre scorso. La risoluzione sottolinea inoltre “l’urgente necessità di espandere il flusso di assistenza umanitaria e rafforzare la protezione dei civili nell’intera Striscia di Gaza”. Il testo ribadisce anche la richiesta di “eliminare tutte le barriere alla fornitura di assistenza umanitaria su larga scala”.
Da parte sua, la rappresentante degli Usa all’Onu, l’ambasciatrice Linda Thomas-Greenfield, ha motivato il voto della sua delegazione, dichiarando che la risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per un cessate il fuoco a Gaza ha “ignorato diversi punti cruciali, prima fra tutti una chiara condanna a Hamas” per l’attacco sferrato il 7 ottobre scorso contro Israele. “Apprezziamo la buona volontà di alcuni membri, che hanno accolto i nostri suggerimenti per migliorare il testo: tuttavia, mancano alcuni punti cruciali come una condanna a Hamas, e per questo motivo non abbiamo potuto votare a favore”, ha spiegato Thomas-Greenfield. Inoltre, durante un briefing con la stampa, il coordinatore per le comunicazioni strategiche al Consiglio per la sicurezza nazionale Usa, John Kirby, ha spiegato che il via libera del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite alla risoluzione non rappresenta un cambiamento nella politica di Washington nei confronti di Israele e nei confronti del conflitto. “Siamo sempre stati coerenti nel nostro sostegno a un cessate il fuoco e al rilascio degli ostaggi”, ha detto Kirby. Tuttavia, commentando la decisione del governo israeliano di annullare la visita di una delegazione di alto livello a Washington, il funzionario ha spiegato che le autorità statunitensi sono “molto deluse”. “Attendevamo questa visita con ansia, ma è una decisione di Israele”, ha detto Kirby, aggiungendo: “Non riteniamo che una operazione militare a Rafah sia un approccio corretto: se non ci sarà una visita continueremo ad avere contatti con Israele”.
Nel frattempo, proseguono a Gaza le operazioni militari delle Forze di difesa israeliane (Idf), dove dal 7 ottobre – giorno dell’attacco di Hamas contro lo Stato ebraico – sono morte almeno 32.333 persone e altre 74.694 sono rimaste ferite, secondo quanto reso noto dal ministero della Sanità della Striscia, gestito dal movimento islamista palestinese. Questi dati non possono essere verificati in maniera indipendente e includono sia vittime civili che membri di Hamas. Secondo quanto riferito dalle autorità israeliane, nelle operazioni lanciate a Gaza sono stati uccisi 13 mila miliziani, mentre i militari israeliani morti sono in totale 591, di cui 252 durante l’operazione di terra nella Striscia iniziata a fine ottobre scorso.





