Perché aumentare l’import oggi non è un tabù ma una necessità
Il dibattito energetico italiano soffre di un vizio antico: si parla per slogan, si decide con ritardo, si pagano costi reali. Nessun politico parla di piano energetico.
Nel 2021 il gas russo copriva circa il 40% delle importazioni italiane. Nel 2024 siamo scesi sotto il 5%. Un risultato geopolitico rilevante, ma non indolore.
L’Italia consuma in media tra i 65 e i 75 miliardi di metri cubi di gas l’anno. Di questi, oltre il 90% è importato. La produzione nazionale è crollata da oltre 20 miliardi di metri cubi negli anni Novanta a meno di 4 miliardi nel 2023. Un grave errore di visione.
Nel frattempo il prezzo al TTF di Rotterdam, benchmark europeo, è passato dai 20 euro/MWh del 2019 ai picchi di oltre 300 euro/MWh nell’agosto 2022. Oggi oscilla tra 30 e 40 euro/MWh, ma resta strutturalmente più alto rispetto all’Era pre-crisi. Per un’industria energivora, la differenza tra 20 e 40 euro significa milioni di euro l’anno di margine bruciato.
L’Italia ha reagito diversificando. Algeria primo fornitore con oltre 20 miliardi di metri cubi annui, Azerbaijan circa 10, Qatar e Stati Uniti via GNL in crescita. I rigassificatori sono diventati infrastrutture strategiche: nel 2023 il GNL ha coperto circa il 25% delle importazioni italiane.
Se la domanda interna resta sopra i 65 miliardi di metri cubi e la produzione nazionale è marginale, il sistema ha due opzioni: o si accetta volatilità e prezzi più alti, o si aumenta la capacità contrattuale (qui fa aperta la strada ad e logistica).
Più volumi contrattualizzati a lungo termine riducono l’esposizione agli shock spot. Enrico Mattei docet.
C’è poi il nodo elettrico. In Italia oltre il 45% dell’elettricità è prodotta con gas e il prezzo marginale lo paghiamo in bolletta. Se il gas sale, sale il prezzo dell’energia per famiglie e imprese.
Ogni 10 euro/MWh in più sul gas possono tradursi in aumenti significativi sulla bolletta finale. E quando l’energia pesa per il 20% dei costi di un’azienda manifatturiera, la competitività evapora.
Chi invoca l’uscita rapida dal gas ignora una variabile fisica: le rinnovabili sono cresciute, ma non garantiscono continuità. Nel 2023 l’Italia ha installato circa 5 GW di nuova potenza rinnovabile, ma il fabbisogno industriale richiede una base programmabile. Oggi quella base è il gas.
La transizione energetica è un percorso, nel frattempo servono contratti solidi, infrastrutture efficienti, stoccaggi pieni. L’Italia dispone di circa 17 miliardi di metri cubi di capacità di stoccaggio. Riempirli in estate, a prezzi più bassi, significa proteggersi in inverno.
Senza gas stabile il rischio non è solo la bolletta più alta. È la deindustrializzazione. E una volta che un altoforno si spegne, non si riaccende con i like.
Energia è economia. Economia è sovranità.
I numeri non hanno ideologia, ma hanno conseguenze sulle nostre tasche.





