
“Fra Dolcino e le eresie nel bresciano”. Fra Dolcino tra storia e mito: una premessa.
Attorno alla vicenda (o leggenda) di Dolcino si sono aperte diverse
interpretazioni che spaziano da quella che lo vede come il vero interprete del
più autentico dettato e angelico – «Gesù e gli apostoli non avevano mai
posseduto niente», «penitenzia agite, fate penitenza» sono i due motti più
famosi del pauperismo predicato dagli Apostoli – sino a quelle che elevano
Dolcino a prototipo dell’eroe che combatte – anche militarmente, venendone
schiacciato – il potere secolare di una Chiesa ben lontana dal suo dettato
evangelico primordiale.
Il problema dell’unicità delle fonti e della loro interpretazione (i documenti
storici provengono, quasi esclusivamente, dai verbali dei processi inquisitori)
ha contribuito, in larga misura, ad aumentare il rischio di una mitizzazione
interpretativa sia in un senso che nell’altro. Per cui si spazia tra i due estremi di
un Dolcino “perfido eresiarca” secondo ‘inquisitore Bernardo Gui a quella un
Dolcino enfaticamente definito “brigatista di Dio” o a quelle che, in qualche
modo, lo vedrebbero come il precursore di un egualitarismo sociale in chiave
cristiano-socialista (“comunismo evangelico”).
Rimane il fatto, comunque, che la vicenda dell’eretico Dolcino – il “noarese”
che Dante pone nell’ottavo cerchio dell’Inferno tra gli scismatici al canto 28°
– ha stimolato la fantasia di anarchici, agnostici, ateisti e persino alcune frange
di pensatori socialisti.
E tutto ciò – inevitabilmente – ha concorso a conferire un’aura di leggenda
mitica al movimento degli Apostoli di fra Dolcino, autoproclamati tali come
leggiamo nel titolo di quello che può essere considerato un vero e proprio
manuale dell’inquisizione: il De secta illorum qui se dicunt apostoles del domenicano
Bernardo Gui.
Dario Sardo
FRA DOLCINO E LE ERESIE NEL BRESCIANO
2
Il mio tentativo di lettura è volto sostanzialmente a definire i contorni di
una contestualizzazione – inevitabilmente complessa e di largo orizzonte –
entro cui inserire l’intricato fenomeno eretico considerato non solo entro i suoi
necessari parametri storici ma pure allargato, quanto più possibile, in direzione
di una prospettiva che, a mio parere, maggiormente caratterizza il mondo
medievale: il senso del sacro che scaturisce da una teologia partecipata e vissuta
e il “filtro” attraverso il quale questa spiritualità si trasforma in mundana sapientia.
Il termine «eresia» deriva dal greco «hairesis» che significa «scelta»; ciò
designa, in ambito teologico, una presa di posizione che può limitarsi ad
un’inclinazione ad interpretare la fede cristiana in modo più o meno difforme
dai dogmi e verità insegnati dalla Chiesa, sino alla grave deviazione dal dogma
che può comprendere la negazione stessa di esso: l’eresia più significativa fu
l’Arianesimo basato sulla negazione della natura pienamente divina del Cristo
con aspetti simili a quella del catarismo, in quanto anch’esso, fondandosi sul
principio dualistico del bene e del male, identifica la concezione di un Dio
– il bene – opposta a quella di Satana – il male, negando così la trinità
divina.
Evidente è l’antinomia – la contrapposizione – con il termine «religione»
che deriva dal latino «religare» cioè «mettere/mettersi assieme, legarsi» che – in
senso lato – significa legarsi a principi o valori accettati e condivisi.
Ma veniamo al panorama geografico degli eretici presenti in quel territorio che
nel 1200 era definito “Langobardia” la cui connotazione geo- politica – che si
Bernardo Gui: La setta di
coloro che si dicono apostoli.
«Dolcino scrisse tre lettere che indirizzò a tutti i fedeli di Cristo e particolarmente ai
suoi seguaci; in esse farneticava copiosamente sulle sacre scritture e fingeva
nell’esordio di aderire alla vera fede della Chiesa di Roma, ma tutte e tre, se lette per
intero, nel rivelavano la perfidia e da due di esse, che ho avuto per le mani, ho
tratto i brani che qui di seguito riassumo…»
Bernardus Guidonis “ De secta illorum qui se dicunt apostoles”
Practica officii inquisitionis hereticae pravitatis. (1316)
Dario Sardo: Fra Dolcino e le eresie nel bresciano.
3
estendeva a tutta ’Italia del centro-nord– era molto diversa dalla Lombardia
attuale.
Due furono, in ambito bresciano, i centri di forte diffusione eretica:
quello di Sirmione per il catarismo e l’area dell’alto Garda (Arco di
Trento) per il movimento di Fra Dolcino.
L’eresia degli Apostoli dolciniani e quella dei Catari – ad essa
correlata – segnano l’apice della diffusione del fenomeno eretico che
– riferito ad esse – registra non casuali connessioni. La prima è di
carattere cronologico: entrambi i fenomeni eretici si verificarono –
salvo scarti minimi – all’incirca nello stesso periodo (tra il rogo dei
Catari a Verona del 1278 e quello di dei dolciniani nel 1307
intercorrono solo 29 anni). La seconda correlazione riguarda l’area
territoriale di diffusione: entrambi ebbero larga diffusione nella
stessa fascia geografica (vedi mappa) corrispondente alla macro
area dell’Italia settentrionale (il Vercellese, la Val Sesia, Bagolino nel
Bresciano, l’alto Garda di Riva, Cimego e Arco) per i seguaci di fra
Dolcino e tutta l’Italia settentrionale e centrale (Verona, Vicenza,
Desenzano, Sirmione, Bagnolo San Vito a Mantova, con le roccaforti
presso le chiese di Desenzano e Sirmione) sino a comprendere,
nell’Italia settentrionale.
3
4
nell’Italia centrale, Bologna e Firenze se ci riferiamo ai Catari.1 Alla
contiguità territoriale e geografica tra i Catari di Sirmione e i
Dolciniani in Trentino (da Riva a Sirmione ci sono circa 70
chilometri in linea d’acqua, la più usata per i viaggi in quel
tempo) si deve aggiungere inoltre che questi fenomeni eretici sono
pertinenti entrambi ad uno degli eventi più problematici della
storia della Chiesa (durato ben 68 anni): la sostituzione della sede
papale di Roma con quella di Avignone (1309-1377).
Note biografiche e contenuti teologici dell’eresiarca fra Dolcino.
La storiografia non è in possesso di notizie certe sulla figura e l’opera di
Dolcino. Si suppone sia nato a Prato Sesia, un piccolo comune della bassa
Valsesia, ma non esistono registri ufficiali.
Il suo vero nome sarebbe quello di Davide Tornielli, tipico cognome della zona
di Novara, mentre lo stesso appellativo di frate è incerto in quanto non ci sono
documenti che ne attestano l’effettiva pronuncia dei voti.2
La sua personale fede, il suo credo religioso e la successiva predicazione,
traggono origine dagli scritti di Giacchino Da Fiore, carismatico teologo coevo
a fra Dolcino, inserito da Dante nel dodicesimo del Paradiso tra la schiera dei
beati sapienti – «e lucemi dallato / il calavrese abate Giovacchino / di
1 «Alla presenza dell’eresia catara a Desenzano e Sirmione, corrispose nel territorio gardesano settentrionale l’attività di fra Dolcino, che trovò
nelle sue peregrinazioni tra il Novarese e il Trentino ospitalità sul lago e nelle montagne bresciane dove fece anche seguaci. L’eresia a Sirmione
e a Desenzano terminò quando il 12 novembre 1276, il vescovo di Verona, l’inquisitore frate Filippo, Pinamonte Bonaccolsi e Alberto della
Scala, arrestarono a Sirmione cento sessantasei tra uomini e donne e li condussero a Verona. Molti dei quali (chi dice duecento chi cento)
furono bruciati nell’Arena il 13 febbraio 1278 per ordine di Alberto della Scala.» in Enciclopedia Bresciana di Antonio Fappani.
Circa la presenza dei Catari a Firenze va citata la repressione posta in atto dal frate francescano Salomone da Lucca, che il 24 novembre 1281
era stato nominato inquisitore dell’eretica pravità in Toscana e da lì aveva dato luogo a una frenetica persecuzione dei catari fiorentini,
condotta anche per mezzo di processi post mortem, come quello che il 16 ottobre 1283 aveva decretato prima l’esumazione dal cimitero di
Santa Reparata e poi l’arsione dei corpi di Farinata degli Uberti e della moglie Adaleta, condannati come catari ‘consolati’ secondo la sentenza
conservata nel ms. Archivio di Stato di Firenze, Notarile B 1462, ff. 42-43, edita in Ottokar, La condanna postuma, 159-63 (poi in Ottokar, Studi
comunali e fiorentini, 119-23).
2 «Dolcino Tornielli di Novara; si faceva chiamar fratre, quantunque non avesse Ordini sacri», LUDOVICO ANTONIO MURATORI, Rerum
Italicarum scriptores ab anno aerae christianae quingentesimo ad millesimumquingentesimum vol.IX, nt.4. «Discepolo di Gerardo Segarelli
di Parma, e, dopo che questi nel 1296 fu arso vivo, capo della setta, fondata da Gerardo nel 1260, che si chiamava degli “Apostoli”, o de’fratelli
apostolici. Dolcino si spacciava per apostolo e profeta mandato da Dio, andava predicando carità cristiana quantunque egli stesso e la sua
setta non la esercitassero poi più che tanto, (cf. Historia Dulcini Haeresiarchae novarensis auctore Anonymo Synchrono, Rerum Italicarum
scriptores, cit., pp. 434-435) e la comunanza di tutte le cose, anche delle donne, ( homo et qualibet mulier nudi simul licite iacent in uno et
eodem lecto, et licite tangere mutuo unus alterum in omni parte et […] conjungere ventrem eius cum ventre mulierieris» (Ibidem, pag. 457). A
Trento, dove erasi rifuggito, andò a compagnia di una bella e ricca Tridentina, chiamata Margherita, la quale egli pretendeva tenere come
«sorella in Cristo», vivendo seco lei in concubinato. E poiché fu colta essere gravida, egli stesso e i suoi asserirono che fosse gravida dello
Spirito Santo.» (Tenuit et secum eum mulierem nomine Margaritam , quam dicebat se tenere more sororis in Ckristo provide et honeste. Et
quia /uit deprehensa esse gravida, ipse et sui asseruerunt esse gravidam de Spiriiu Sancto), Ibidem. p. 459.
5
spirito profetico dotato» (Par., XII, 139-141) – che ci presenta l’abate
Giacchino Da Fiore nel suo tratto distintivo, quello di annunciatore di una
moderna utopia profetica cui lo stesso Dolcino attinge a piene mani. 3
La vicenda di fra Dolcino trae origine dalla sua adesione al movimento degli
Apostoli di Segarelli che volevano realizzare un modello di vita basato su
povertà, che però presupponeva il misconoscimento e la negazione di qualsiasi
autorità ecclesiastica in quanto ritenuta corrotta rispetto al dettato evangelico.
Gli Apostoli, largamente diffusi nell’Italia settentrionale, furono ben presto
messi al bando dalle autorità ecclesiastiche per il loro stile apocalittico, per la
loro aperta opposizione al Papa e per la libertà sessuale da essi predicata e
vissuta (comunione delle donne e dei beni). Per le varie accuse loro rivolte
essi furono repressi e condannati dalla Chiesa; alla morte del Segarelli –
fondatore del movimento – arso come eretico il 18 luglio 1300, Dolcino, il
discepolo più in vista, dotato anche di quella cultura che mancava al suo
mentore Segarelli e, soprattutto grazie a un enorme carisma personale, proseguì
l’opera di diffusione degli Apostoli con straordinaria efficacia sino alla sua
morte sul rogo del 1307.
3 La profezia di Gioacchino da Fiore deriva dalla concezione secondo la quale tutta la storia umana è divisa in tre Età o Stati: L’Età del padre
(Antico Testamento), L’Età del Figlio (Nuovo Testamento) e L’Età dello Spirito Santo di là a venire nella profezia di Giacchino. L’influenza e il
carisma di Giacchino di Fiore furono pervasivi per tutto il Trecento ed oltre. Dante stesso ne fu profondamente influenzato: i cerchi trinitari
tratti dal «Liber figurarum» ispirarono la visione dantesca di Dio che il poeta racchiude nell’immagine dei tre “giri di tre colori e d’una
contenenza”(Par., XXXIII, 115-120) con la quale termina il poema. Questa concezione della storia divisa in Età viene ripresa anche da Alano di
Lilla nel suo Anticlaudianus: Cfr. DARIO SARDO, Dante e la sfera di Alano «Lo cerchio è perfettissima figura»: la metafora del cerchio nel Sermo
de sphaera intelligibili di Alano di Lilla e nel Paradiso di Dante, Brescia, 2022, pp.120-123 (Il saggio è consultabile presso la biblioteca di
Fondazione Civiltà Bresciana). Gioacchino da Fiore è attualmente sotto un processo di canonizzazione; l’eredità dell’importanza del i suo
pensiero teologico trova nel «Centro internazionale di studi gioachimiti» di San Giovanni in Fiore (Cosenza) la sua più autorevole divulgazione.
La profezia di Gioacchino di un tempo dello Spirito a venire ispirò anche il fondatore del movimento degli Apostoli fondato Gherardo Segarelli
a cui Dolcino aderì intorno al 1291.
6
La dottrina teologica e il programma politico di fra Dolcino.
È necessario collegare la nascita del movimento dolciniano alla comune
matrice pauperistica che ispirò i grandi movimenti del Trecento, come quello
stesso di Francesco d’Assisi.
Tra i più dirompenti movimenti ereticali, accanto a quello dei Catari nacque
quello dei Dolciniani, la cui predicazione si riassume in tre lettere che Dolcino
scrisse sulla base di forti influenze ispirate dagli scritti di Gioacchino da Fiore,
all’’interpretazione delle quali associò una natura sempre più eversiva. 4
Rispetto alla matrice di ispirazione dolciniana riferita a Gioacchino da Fiore,
corre l’obbligo però di evidenziare l’antitetica differenza tra il movimento
4 Le opere di Gioacchino di Fiore cui Dolcino attinse sono in particolare:Tractatus super quattuor evangelia, Expositio in Apocalipsym,
Salterium decem cordarum, Concordia Novi ac Veteris Testamenti, Liber figurarum. Rifacendosi all’Apocalisse di G iovanni, Dolcino
identificò nelle sette chiese, sette nuovi soggetti che associò a sette angeli scesi in terra, incarnati in seguito in
uom ini di spicco: San Benedetto visto com e l’Angelo di Efeso, e la sua chiesa era l’ordine m onastico; Papa Silvestro
I, visto com e l’Angelo di Pergam o e la sua chiesa era l’ordine clericale; San Francesco, incarnazione dell’Angelo di
Sardi, la cui chiesa era l’ordine dei Frati M inori, i cosiddetti m inoriti; San Dom enico, incarnazione dell’Angelo di
Laodicea e la chiesa dei Frati Predicatori; G herardo Segarlelli, predecessore e m entore, l’Angelo di Sm irne, la cui
chiesa era il m ovim ento dei Fratelli Apostolici; lo stesso Dolcino, incarnazione um ana dell’Angelo di Tiatiri, la cui
chiesa era appunto il m ovim ento dei Dolciniani; L’Angelo di Filadelfia che sarebbe stato il nuovo papa santificato.
«Q uanto a fra’ Dolcino e ai suoi discepoli, essi adottarono le idee di G ioacchino da Fiore sulla storia della C hiesa, e
colpirono la C hiesa rom ana con invettive di veem enza poco com une: essa è per loro la prostituta dell’ Apocalisse, e
deve essere orm ai sostituita da una C hiesa spirituale, libera. Le conseguenze di tali dottrine specialm ente sul piano
m orale non potevano non allarm are un inquisitore com e Bernardo G ui.», FRAN C O IS VAN DEN BRO UC KE, Spiritualità
del m edioevo nuovi am bienti e nuovi problem i (sec XII-XVI), Edizioni Dehoniane Bologna 1966, p.212.
La predicazione di Dolcino
(fonte “De secta” di Bernardo Gui)
– Ritorno della Chiesa alle sue origini di povertà
– Interpretazione libera del Vangelo e diritto alla libera predicazione
– Abbattimento delle gerarchie ecclesiastiche e dei luoghi istituzionali di culto
– Sacerdozio universale laico (“Tutti siamo sacerdoti”, anche le donne possono
predicare il Vangelo)
– Organizzazione di una società paritaria di mutuo e reciproco soccorso (“comunismo
evangelico”) e abbattimento del regime feudale
– Parità di diritti tra uomini e donne
– Libertà sessuale e possibilità di scioglimento del vincolo matrimoniale
7
gioachimita e quello dolciniano. Essa macroscopicamente si evince dalle
collocazioni nella cantica che Dante assegna rispettivamente ai due
rispettivamente: nel Paradiso – tra gli spiriti sapienti – a Gioacchino da Fiore
la cui luce sapienziale si spande sul poeta:( «…e lucemi dallato/il calavrese abate
Giovacchino/di spirito profetico dotato» (Par., XII, 139-141) e quella di fra
Dolcino – messo invece da Dante al fondo dell’Inferno – ottavo cerchio, IX
bolgia – tra i seminatori di discordia e di scisma (Canto XXVIII, 55-60).
Questi, in sintesi, i contenuti fondamentali della predicazione che Dolcino
rivolse ai seguaci nelle tre lettere, da cui si evince, per così dire, il suo
programma “politico” (fonte: «De secta» di Bernardo Gui)5:
– Ritorno della Chiesa alle sue origini di povertà
– Interpretazione libera del Vangelo
– Diritto alla libera predicazione
– Abbattimento delle gerarchie ecclesiastiche e dei luoghi istituzionali di
culto
– Sacerdozio universale laico («Tutti siamo sacerdoti», anche le donne
possono predicare il Vangelo)
– Organizzazione di una società paritaria di mutuo e reciproco soccorso
(«comunismo evangelico», comunanza dei beni e delle donne).
– Abbattimento del regime feudale.
– Parità di diritti tra uomini e donne. Libertà sessuale e possibilità di
scioglimento del matrimonio.
Come già accennato, Dolcino fu fortemente influenzato dalle opere di
Gioacchino da Fiore e come lui considerava imminente l’«età dello Spirito»
predicata dall’abate calabrese coincidente per Dolcino al tempo finale in cui si
sarebbe finalmente ristabilito l’ordine e la pace dopo le degenerazioni prodotte
dalla Chiesa di Roma che aveva reso inutile, nella pratica di fede, la mediazione
sacerdotale.
Il motivo sostanziale che alimentò l’indubbio carisma di fra Dolcino fu la
promessa salvifica contenuta in questa profezia, grazie alla quale il novarese
intercettò e fece proprio il disagio e le tensioni sociali, la frustrazione e
la fame e la sete di giustizia di masse di emarginati che nel messianico
5 De secta illorum qui se dicunt esse de ordine Apostolorum” di Bernardo Gui. A cura di Arnaldo Segarizzi. Città di Castello: S. Lapi, 1907
[Anonimo sincrono. Historia fratris Dulcini heresiarche, 3-13; Bernardo Gui.
8
«regno dei giusti» non riponevano solo speranze di ordine escatologico
ma concrete certezze di radicale cambiamento sociale e politico.
Ciò spiega la forza morale di quattromila dolciniani (la cifra redatta dai
documenti inquisitori appare però eccessiva) – uomini e donne disposti a tutto
e in lotta armata – che stettero asserragliati per due anni sulle montagne tra il
Biellese e l’Ossola (1305-1307) sino ad essere sconfitti, come dice Dante, più
dalla fame e dal freddo – «sì di vivanda, che stretta di neve» – che dalle
milizie crociate dei vescovi di Vercelli e Novara.6
L’impatto che ebbe il credo e il pensiero filosofico di Dolcino sulla
Disputa Apostolica – amplificato dalla psicosi dell’attesa escatologica
di un nuovo mondo che sarebbe giunto con l’elezione del 1305 del
“papa santo” (identificato in papa Federico III d’Aragona) – fu
lacerante e l’esplosione della violenza pauperistica raggiunse uno
dei suoi maggiori picchi: l’evangelismo anarchico degli
apostolici e – come qui di seguito – il dualismo cataro minavano
non solo le basi “teologiche” della Chiesa ma anche l’intera
struttura della società del tempo.
Le eresie in territorio bresciano: i Catari a Sirmione, i dolciniani ad Arco
e a Bagolino.
L’eresia catara trovò tolleranza e protezione nell’Italia settentrionale, in
particolare a Bagnolo San Vito (Mantova), a Desenzano e Sirmione (Brescia) e
il territorio bresciano di fatto costituì le roccaforti in cui si concentrò lo
“zoccolo duro” dell’integralismo cataro.
Ma chi erano i Catari?
Il termine «Catari» deriva dal greco “Katharos” e significa puro.) Viene
usato per la prima volta in questa accezione – “Catharos, id est puros” – dal
frate benedettino Ecberto di Schönau nei suoi «Sermones adversus chatarorum
errores» (1152-1156) che testimoniano l’iniziale tentativo della Chiesa di
dissuadere il movimento per impedirne la deriva eretica.
In Europa la grande diffusione del catarismo iniziò dalla seconda metà del
secolo XII e si protrasse per tutto il secolo successivo e si concentrò nella
6 La cifra di quattromila seguaci è riportata dall’Anonimo sincrono del “Historia Fratris Dulcini Heresiarche”. Essa appare comunque
sovrastimata se pensiamo che una città come Torino aveva allora più di 5000 abitanti.
9
Francia meridionale (Tolosa, Carcassonne, Agen, Albi contro cui fu mossa
la crociata che prese il nome degli “Albigiesi”).
In Italia il catarismo si propagò in particolare nell’area centro-settentrionale
comprendendo le città di Spoleto, Mantova, Cremona, Vicenza e Brescia,
con i capisaldi di Sirmione, Desenzano e Concorrezzo.
Il catarismo è un cristianesimo fondato su una lettura dualista del Nuovo
Testamento da cui scaturisce la teorizzazione secondo la quale il principio
creatore dell’universo non è un unico Dio poiché per i catari creazione nasce
da due principi in eterna lotta tra loro: il Dio buono e il Dio malvagio Satana
– detto dai catari anche «Dio di questo secolo, nemico eterno», considerato
il creatore delle cose materiali e dei corpi umani. I Catari, fatta eccezione per i
libri dei profeti e alcuni libri sapienziali, rifiutavano il Vecchio Testamento e
figure come Mosè, Abramo, Isacco erano viste come rappresentanti del Dio
del male. Il Dio buono invece era da essi ritenuto il solo ed unico creatore
delle realtà spirituale. Secondo questa teoria le due divinità avevano generato
due mondi contrapposti e paralleli: al mondo del visibile si contrapponeva il
mondo dell’invisibile, al mondo del corruttibile il mondo eterno, al regno del
male il regno del bene.»7.
Tale concezione – per la quale lo scopo dell’uomo era approdare al
mondo spirituale attraverso una costante purificazione (Catharos, id est
puros) – presupponeva il rifiuto di tutto ciò che ne impediva il
raggiungimento: la Chiesa come creazione mondana, il rifiuto dei
sacramenti e della sessualità intesa non solo come “piacere della carne”
ma rifiuto della propagazione della vita stessa cui si collegava l’invito ad
abortire, in quanto abortire significava impedirsi di creare altro male, estraniarsi
dalla perversa volontà di dare un futuro alla parte perversa del mondo: secondo
l’Inquisitore i catari «Negano la resurrezione di questi corpi qui, sostenendo
che la risurrezione è quella dei corpi celesti».8
Lo stesso concetto è ribadito da Dante che li colloca al fondo dell’inferno
(nel cerchio VIII, quello in cui dove sono puniti gli eretici che giacciono in
arche infuocate) dove il poeta incontra due personaggi famosi – Farinata degli
Uberti e Cavalcante de’ Cavalcanti – accumunati entrambi nella colpa di
epicureismo, cioè la negazione dell’immortalità dell’anima: Suo cimitero da
7 LIDIA FLÖSS, I Catari gli eretici del male, Xenia Edizioni, Milano, 1999, p.47.
8 MONETA DA CREMONA, Adversus Catharos et Valdenses. a cura di T.A. RICCHINI, Roma, 1743.
10
questa parte hanno / con Epicuro tutti i suoi seguaci, / che l’anima col corpo
morta fanno (Inf., X, 13-15).
È questa la più grave accusa di devianza – anzi di assoluta negazione
del dogma cristiano – loro rivolta.
La maggior parte dei catari, sia occitani sia italiani, professavano un dualismo
assoluto: l’ala più rappresentativa di questo integralismo si concentrò nella città
di Sirmione soprattutto perché l’area di questa località (la diffusione catara
comprendeva non solo Brescia e Verona, ma si estendeva a tutta la Lombardia)
era da loro ritenuta una roccaforte sicura che godeva di protezione e di
appoggio politico.
L’eresia catara durò oltre mezzo secolo, e fu duramente repressa prima in
Francia e poi in Italia: oltralpe nel 1209 ci fu il massacro di migliaia catari a
Béziers, nel 1224 la strage di 200 catari a Montségur (Carcassonne) e il 1229
che, con la conclusione della ventennale crociata albigese (dal nome dalla città
francese di Albi) bandita da Innocenzo III, segnò la fine del catarismo in
Francia.
La repressione definitiva del movimento avviene in Italia nel 1278 con il
rogo di circa 200 Catari presso l’arena di Verona.
I catari a Brescia, Desenzano e Sirmione
• «A Brescia vi era una delle tre sette lombarde e costituiva una chiesa di duecento adepti, o perfetti, sparsi nei
territori di Mantova, Brescia, Bergamo, nel contado milanese e nella Romagna, ai quali aderivano 150
perfetti della chiesa catara francese che erano emigrati a Sirmione, a Verona e in Lombardia in seguito alla
caccia intensa che ne faceva l’Inquisizione.
• Intorno al 1250-60 gli eretici mantovani che avevano la loro sede a Bagnolo, [San Vito, n.d.r.] si erano
trasferiti per maggior sicurezza a Sirmione, che divenne il centro di rifugio preferito non solo per i catari
italiani, ma anche per quelli della Francia meridionale, gli albigesi.
• Tra questi ultimi venne anche lo stesso vescovo di Tolosa, che visse circondato da molti suoi fedeli; e venne
pure il vescovo degli eretici di Lombardia, probabilmente quell’Enrico di Orusio che fu l’ultimo della
“chiesa” di Desenzano. Nel 1260-75 un inquisitore, Anselmo da Alessandria, era a Desenzano per
combattere gli eretici.
• Alla presenza dell’eresia catara a Desenzano e Sirmione, corrispose nel territorio gardesano settentrionale
l’attività di fra Dolcino…».
(fonte “Enciclopedia Bresciana di Antonio Fappani”)
11
I catari nella città e nel territorio di Brescia.
Quale importanza assunse il catarismo in territorio bresciano? E qual è il suo
rapporto con l’eresia di Dolcino?
Va premesso che vi è una componente “politica” – del tutto non trascurabile
– che concorre a spiegare lo sviluppo del catarismo. Non a caso esso si
manifestò nei maggiori luoghi di scambi commerciali e di cultura
dell’Europa – Centro e Nord d’Italia, Francia, Fiandra, Spagna – dove la loro
rinuncia al possesso di beni materiali si poneva come il più efficace esempio
contrastivo di fronte ai patrimoni fondiari e signorili su cui si basava l’egemonia
economica della Chiesa. In questo contesto appare chiaro come la nobiltà
terriera non potesse che essere favorevole a uomini di Chiesa che rinunciavano
ai beni terreni e rendite fondiarie poiché, in tal modo, essa poteva finalmente e
senza nessun sforzo e senza lotte – motu proprio – riappropriarsi di ingenti beni.
Ciò premesso, rivolgiamo l’attenzione al territoriobresciano:
«A Brescia vi era una delle tre sette lombarde e costituiva una chiesa
di duecento adepti, o perfetti, sparsi nei territori di Mantova, Brescia,
Bergamo, nel contado milanese e nella Romagna, ai quali aderivano altri
150 perfetti della chiesa catara francese che erano emigrati a Sirmione, a
Verona e in Lombardia in seguito alla caccia intensa che ne faceva
l’Inquisizione. Intorno al 1250-60 gli eretici mantovani, che avevano la loro
sede a Bagnolo, si erano trasferiti per maggiore sicurezza a Sirmione, che
divenne un centro preferito di rifugio non solo per i catari italiani, ma anche
per quelli della Francia meridionale, gli Albigesi.
Tra questi ultimi venne anche lo stesso vescovo di Tolosa, Bernardo Oliva, che
visse circondato da molti suoi fedeli; e venne pure il vescovo degli eretici di
Lombardia, probabilmente quell’Enrico di Arusio che fu l’ultimo vescovo
cataro della “chiesa” di Desenzano. Nel 1260-75 un inquisitore, Anselmo da
Alessandria, era a Desenzano per combattere gli eretici.
Alla presenza dell’eresia catara a Desenzano e Sirmione, corrispose nel
territorio gardesano settentrionale l’attività di fra Dolcino (v. Dolcino), che
trovò nelle sue peregrinazioni tra il Novarese e il Trentino ospitalità sul lago e
nelle montagne bresciane dove fece anche seguaci.» (da Enciclopedia
bresciana di Antonio Fappani).
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La presenza dei catari a Sirmione trova ancora una traccia riferibile al
toponimo del Castello di Sirmione che fu il luogo da cui iniziò nel 1276 la
deportazione finale verso il rogo dell’arena di Verona, teatro del tragico
epilogo.
Quella che oggi è Piazza Castello qualche decennio fa si chiamava Porto
Gazzaro (nome dell’originario del vecchio ponte in legno che dava
d’accesso alla rocca scaligera) da cui risulta come sinonimo – appunto
– quello di cataro.
Un’altra traccia della presenza catara sul Garda è quella riferibile alla chiesa
catara di Desenzano il cui duomo, dedicato a Maria Maddalena (situato
a pochi metri dalla vecchia darsena) sembra raccogliere la più segreta eredità
del movimento in quanto «Risulta essere una delle pochissime chiese del
nord Italia dedicate alla discepola di Gesù ed è probabile che il suo culto,
molto vivo nel sud della Francia in epoca medievale, fosse stato portato
dai Catari sul Garda insieme a qualche altro tesoro, di cui si favoleggia ancora»
(Armando Bellelli).
A Desenzano – inoltre – c’è l’attuale Teatro Alberti, che un tempo era una
chiesa dedicata a Santa Maria degli Anziani, un appellativo che veniva dato
ai “perfetti”, ovvero i credenti a cui incombevano gli obblighi più essenziali del
catarismo: la povertà assoluta, l’astinenza dalle carni, la castità perpetua.
«Alcune fonti indicano questa chiesa come luogo di dispute teologiche tra le
rissose fazioni catare, tra le quali spiccava il dualismo assoluto del vescovo
cataro di Desenzano, Giovanni di Lugio», racconta Bellelli.
Sirmione: Porto Gazzarro (Cataro), il ponte
di legno che dava accesso alla Rocca.
13
Oltre a quelli di ordine geopolitico, un curioso motivo – scarsamente
considerato – della presenza catara sul Garda è dovuto alla dieta –
rigorosamente vegetariana – che i catari praticavano per ragioni legate al
loro credo teologico: i catari credevano (come i buddisti) nella trasmigrazione
delle anime (anche quelle degli animali); però ritenevano che i pesci fossero
creature diverse, a metà fra il regno animale e vegetale non dotate di anima, in
quanto (erroneamente ) pensavano che essi si riproducessero senza coito.
L’eresia a Sirmione e a Desenzano terminò quando il 12 novembre
1276, il vescovo di Verona, l’inquisitore frate Filippo Pinamonte Bonaccolsi e
Alberto della Scala, arrestarono a Sirmione cento sessantasei tra uomini e
donne e li condussero a Verona. Molti dei quali (chi dice duecento, chi cento)
furono bruciati nell’Arena il 13 febbraio 1278 per ordine di Alberto della
Scala.».9
Dopo 29 anni – nel 1307 a Vercelli – verranno giustiziati sul rogo Dolcino e i
suoi seguaci.
9 Cfr. «Enciclopedia bresciana di Antonio Fappani», Editore Fondazione «Opera Diocesiana San Francesco di Sales». Brescia.
Desenzano: Teatro
Alberti, ex Chiesa
Santa Maria degli
Anziani (i “Perfetti”)
del vescovo cataro
Giovanni di Lugio.
14
Fra Dolcino ad Arco di Trento.
La larga diffusione del movimento degli Apostoli di fra Dolcino nel Trentino
a Cimego e ad Arco di Trento è accertata da una serie di dati, che riporto in
sintesi:
– «Di Margherita [compagna di Dolcino] si sa quasi per certo che era la
figlia di Odorico Trank da Arco, nativa di Val di Ledro, ma dimorante
ad Arco.»10.
– L’importanza del ruolo di Margherita Boninsegna da Trento11
(«sorella Margherita più cara di tutti», Margherita “la bella” secondo un
abusato stereotipo letterario), compagna di fra Dolcino conosciuta ad
Arco nel 1304 durante la sua visita presso la casa di ser
Boninsegna (o presso il monastero di santa Caterina), salita ai vertici
del movimento, come riferisce la seconda lettera dell’inquisitore
Bernard Gui.12
– L’operato attivo di Margherita e Dolcino nel Trentino meridionale
determina la ragione per la quale i quattro processi dell’Inquisizione
si svolgono in seguito tutti a Riva del Garda.
– L’ampiezza della Congregatio Apostolica di cui Dolcino è il rector, che
comprendeva nella zona dell’alto Garda – secondo alcune fonti – più
di quattromila persone tra fratres et sorores (la cifra appare però stimata in
eccesso se consideriamo, ad esempio, che una città come Torino non
superava allora i 5000 abitanti).
– Recenti ed accreditati studi (cfr. Arnaldo Segarizzi13) dimostrano la reale
presenza di Dolcino a Riva. Il documento che lo prova è stato
rinvenuto presso l’archivio notarile di Padova e riassume gli atti del
processo tenutosi a Riva del Garda e a Trento nel 1332-1333 (dal
10 GRAZIANO RICCADONNA, Quattro donne. Le donne nell’eresia dolciniana dei processi rivani in FRA ALBERTO DA CIMEGO E MARGHERITA
“LA BELLA”, Atti del convegno per il 700º dal rogo di Fra Dolcino, Cimego – Condino, 23 giugno 2007, Casa Sociale di Cimego e Chiesa Pievana
di Santa Maria, Collana Judicaria Summa Laganensis , 17., a cura di Graziano Riccadonna e Marco Zulberti.
11 ANALDO SEGARIZZI, Contributo alla storia di fra Dolcino e degli eretici trentini in «Tridentum», III, 1900, pp. 277. A lui spetta il merito
dell’esatta origine di Margherita Boninsegna.
12 De secta illorum qui se dicunt esse de ordine apostolorum (cit.) in BERNARDUS GUIDONIS, Practica inquisitionis heretice pravitatis , III, a
cura di C. DOUAIS, Paris, Alphonse Picard Libraire éditeur, 1886, p.335.
13 ANALDO SEGARIZZI, Contributo alla storia di fra Dolcino e degli eretici trentini, cit.
15
20 dicembre al 20 marzo) contro presunti dolciniani, tra cui molte
donne sospettate di favorire la diffusione degli Apostoli di Dolcino14.
– Un’ultima considerazione: il movimento degli Apostoli di fra Dolcino
trova in Trentino le condizioni più proficue alla sua diffusione.
Arco, Riva del Garda, le valli del Sarca e del Chiese (Condino), la Val
di Ledro sono zone dove il movimento trova rifugio grazie anche
all’importante appoggio fornito da Alberto da Cimego, figura
chiave nella vicenda dolciniana per la realizzazione di un rifugio
sicuro (a Cimego viene scritta nel 1303 la seconda lettera di Dolcino ai
fedeli) offerto non solo al leader del movimento ma anche a tutti i
seguaci che ne avevano bisogno poiché vari documenti attestano che
nella casa di Alberto si riunivano gli Apostoli provenienti dall’area di
Bologna, Modena, Mantova e del lago di Garda. A riprova della sua
importanza di questo personaggio va aggiunto che nella seconda lettera
di Dolcino ai fedeli (1303) Alberto è citato da Dolcino come
“luogotenente” e ciò conferma il ruolo raggiunto da fabbro Alberto
da Cimego nel movimento. 15
14 Cfr. Archivio Notarile di Padova, vol.668, f.1r-15r.
15«La figura juducariense che collega Dolcino e Dante è quindi quella di Alberto da Cimego, perché si deve probabilmente a lui il soggiorno
nel sicuro rifugio di Cimego, dopo la predicazione ad Arco e Riva del Garda. A Cimego viene scritta la seconda lettera nel dicembre 1303
come ricordano le testimonianze rilasciate nei processi bolognesi. Nella casa di Alberto si trovano degli Apostoli provenienti dall’area di
Bologna, Modena, Mantova e del lago di Garda. Nella lettera Alberto è citato la Dolcino come Luogotenente confermando il ruolo raggiunto
nel movimento, mentre è ricordato predicare in territorio bolognese, comprare una fiala da Donna Monda e andare sul rogo di Riva del
Garda.», MARCO ZULBERTI, Dante, Dolcino e fabbro Alberto nell’anno “finale” 1303. Ipotesi di un contatto tra Arco e Riva del Garda in «Fra
Alberto da Cimego e Margherita “la bella”, cit., p.133.
16
Diffusione dei dolciniani nella valle montana di Bagolino.
Le confische dei beni di vivi e defunti rappresenta forse uno degli
aspetti storici più trascurati riferiti all’Inquisizione. Anche se nei manuali
della pratica inquisitoria tale aspetto appare inserito quasi di sfuggita e citato
con distacco, tali confische – come si rileva a proposito degli eretici (veri o
presunti) di Bagolino – furono «la più copiosa e nefasta fonte di sofferenze
cagionate dall’Inquisizione. Insieme all’incriminato per eresia, le
confische colpivano sempre degli innocenti […] il coniuge, i figli, gli
eredi, chi eventualmente aveva comprato i beni del condannato dopo
che era caduto nell’eresia».16
Il reperimento di materiale che testimonia le confische per eresia avvenute in
territorio bresciano a Bagolino (Brescia) è abbastanza recente e si riferisce a
vari espropri avvenuti nel 1307 a Bagolino. Espropri che furono adottati
contro 30 capi famiglia probabilmente appartenuti al movimento eretico
dolciniano e residenti nel comune di Bagolino in seguito […] alla rocambolesca
fuga di Dolcino da Cimego (intrapresa nel 1304) verso la Parete Calva in
provincia di Vercelli, passando per le montagne bresciane e bergamasche, per
scansare le tenaglie dell’Inquisizione che lo braccava.
16 MARIANO D’ALATRI, Due inchieste papali sugli inquisitori veneti, in Eretici e inquisitori, Il Duecento, Vol.I, Istituto Storico dei Cappuccini,
Roma, 1986, p.232.
Fra Dolcino a Bagolino: le confische dei beni
• Certa è la presenza di Dolcino e del suo luogotenente Longino da
Bergamo in territorio bagosso durante la fuga da Cimego (1303-04) per
trovare rifugio sulle montagne della Val Sesia (Parete Calva) e presso il
monte Rubello (sopra Trivero) nel vercellese.
• Nei regesti delle 93 pergamene (conservate in archivio) che vanno dal
1318 al 1667, la pergamena n.° 5 del del 28 aprile 1327, cita l’inquisitore
Galvagnino da Mantova che aveva confiscato i beni di trenta capifamiglia
che avevano dato soccorso e ospitalità ai dolciniani. Tale numero
rappresentava circa un quinto della popolazione se consideriamo che
nell’assemblea dei capifamiglia del 24 marzo 1383 (pergamena n.° 25),
organo statuario dei capifamiglia, erano presenti in 150 per discutere della
compartecipazione di Bagolino alle spese della chiesa plebana di
Condino.
17
Fuga epica se si pensa che Dolcino aveva un seguito di migliaia di persone, tra
cui forse gli espropriati di Bagolino».17
La conferma degli avvenuti espropri ai dolciniani è acclarata dalle
pergamene che registrarono i sequestri da parte dell’inquisitore fra Galvagnino
da Mantova:
«Ho letto con attenzione i regesti delle 93 pergamene oggi conservate
nell’archivio, che vanno dal 1318 al1667. Ormai famosa, citata in molti studi, è
la pergamena n. 5 del 29 aprile 1327, dalla quale apprendiamo che
l’inquisitore fra Galvagnino da Mantova aveva sequestrato i beni di 30
capifamiglia di Bagolino che avevano dato ospitalità e soccorso ai dolciniani.
Trenta capifamiglia non sono pochi, se consideriamo che nell’assemblea dei
capifamiglia del 24 marzo 1383 (pergamena n. 25), organo istituzionale di cui
erano membri per diritto statutario tutti i capifamiglia di Bagolino, sono
presenti in 150 a discutere della compartecipazione di Bagolino alle spese della
chiesa plebana di Condino. Gli studiosi danno per sicura la sosta a Bagolino di
fra Dolcino e del gruppo dei suoi seguaci, tra i quali il bergamasco Longino da
Bergamo, fratelli apostolici votati a un radicalismo evangelico, nel corso del
loro lungo spostamento tra gli anni 1303-1304 dalla zona del Garda alle
montagne vercellesi, dove si sarebbe consumato nel 1307 il loro tragico
destino.»18
ARNALDO DA BRESCIA.
Riferito a Brescia corre l’obbligo di citare tra gli eretici Arnaldo da Brescia,
di cui mi limito a fare qui un rapido accenno precisando che l’evento
eretico riferito al nostro, pure originandosi, (come quello dei Catari e dei
Dolciniani) dalla comune matrice pauperistica – ritorno della Chiesa alla
povertà originaria – lo precede di oltre un secolo.
17 Leretico, https//www. vallesabbianews.it/notizie-it(bagolino)/dolcino e margherita, storia di un dialogo impossibile, 03/06/2015. La cifra
citata di 5000 seguaci appare decisamente eccessiva se pensiamo che una città come Torino non superava allora i 5000 abitanti.
18 Fra Dolcino a Bagolino: relazione di Giulio Orazio Bravi, Bagolino, 24 settembre 2013
18
La vita pubblica di Arnaldo da Brescia si svolge tra il 1130 e il 1154:
era chierico della Chiesa di Brescia, eletto a maestro, fu uomo colto
tanto che a Parigi terrà scuola al posto del filosofo Abelardo filosofo
suo mentore. Di grande ingegno ed erudizione eloquentissimo non
sembra scrivesse opere e di lui non ci è pervenuto nessun scritto.
Fu uomo di azione, cercava di realizzare in sè stesso soprattutto
l’ideale ascetismo dei Vangeli: parsimonia nel vitto umiltà nel vestire
insomma ascetismo anche nelle forme esteriori il nostro era descritto
come uomo di estrema e rigida austerità in ogni aspetto della vita.
Arnaldo proveniva da una famiglia nobile, a 25 anni si trasferisce a
Parigi dove ebbe come maestro Pietro Abelardo; ritorna a Brescia nel
1119 e inizia una serrata propaganda anticlericale contro la simonia.
Arnaldo accusava il clero – e in particolare il vescovo di Brescia
Maifredo – di possedere terre e di praticare usura e predicava il
ritorno alla povertà evangelica, all’elemosina e alla solidarietà. Nel
1139 le sue idee insieme a quelle di Abelardo vennero giudicate
eretiche e quindi fu costretto a rifugiarsi in Francia dove, dopo una
disputa, Bernardo di Chiaravalle lo condannò al perpetuo esilio in un
monastero. Recatosi invece a Parigi, Bernardo continuò a perseguitarlo
ottenendone l’espulsione dalla Francia. Arnaldo si recò prima a Zurigo
e poi in Boemia, accolto da quello che sarebbe diventato poi il futuro
Papa Celestino II.
Ottenuto il perdono da Papa Eugenio III, tornò per un pellegrinaggio
penitenziale a Roma dove, dopo la cacciata del pontefice seguita alla
19
rivolta del 1943, era stato istituito un libero comune al cui programma
politico Arnaldo aderì completamente. I punti fondamentali del
radicale programma di riforme si dovevano collegare alle idee del
movimento milanese dei patarini la chiesa doveva rinunciare alle
ricchezze e ritornare alla povertà evangelica, doveva abbandonare il
potere temporale, la predicazione veniva estesa ai laici e i sacramenti
amministrati da un clero non degno erano considerati non validi, la
confessione veniva praticata tra i fedeli e non dei sacerdoti.
Appare evidente che questi punti programmatici – che lo
accomuneranno, circa un secolo dopo, a fra Dolcino – finirono
per provocarne la condanna definitiva.
Fallita l’esperienza del libero comune a Roma, Arnaldo si rivolse a
Federico Barbarossa per convincerlo a scendere a Roma per instaurare
così un potere laico opposto a quello del Papa.
Costretto a fuggire da Roma, Arnaldo viene catturato nel 1155 e
condannato dal tribunale ecclesiastico le PE all’impiccagione: il suo
corpo fu arso al rogo, mentre le sue ceneri furono sparse nel Tevere.
20
E veniamo al Fra dolcino dantesco: quale lettura fa Dante
dell’eresia, in particolare di quella di Dolcino?
Il fra Dolcino dantesco.
Siamo all’Inferno, il luogo è il cerchio VIII presso la IX bolgia, i peccatori
sono i seminatori di scismi e discordie. La pena, per la legge del contrappasso,
è quella di essere orrendamente squartati e mutilati.
Questo è il messaggio (profezia post eventum) che lo scismatico per
eccellenza – Maometto – rivolge a Dante affinché lo riporti a fra Dolcino:
«Or dì a fra Dolcin dunque che s’armi,
tu che forse vedra’ il sole in breve,
s’ello non vuol qui tosto seguitarmi,
sì di vivanda, che stretta di neve
non rechi la vittoria al Noarese,
ch’altrimenti acquistar non saria leve». Inf. XXVIII, 55-60.
La parafrasi delle due terzine è piana: O tu che forse rivedrai fra breve la luce
del sole, di’ dunque a fra Dolcino che, se egli non vuole seguirmi qui fra breve
tempo, si provveda (s’armi) di vettovaglie, in modo che il blocco della neve
E tutti li altri che tu vedi qui
seminator di scandalo e di scisma
fuor vivi, e però ora son fessi.
Inferno XXVIII, 34-36
Dolcino e Maometto tra i “seminator di scandalo e di
scisma“
21
non assicuri la vittoria al vescovo di Novara (al Noarese); perché in altro modo
non sarebbe facile acquistare la vittoria su di lui.
Ma perché la scelta di Maometto?
Bisogna ricordare che l’occidente medievale considerava l’Islam una costola
eretica della Chiesa di Roma e che erano fiorite intorno a Maometto diverse
leggende concordi sulla sua abiura al Cristianesimo. Innegabile che
l’accostamento di un grande scismatico con un eretico di statura storica
inferiore appare sproporzionato: Dante volendo equiparare in qualche modo
la gravità della colpa del profeta dell’Islam con quella di Dolcino finisce con
elevarlo ad un grado di importanza ben superiore – forse – a quella di portata
storica effettiva. Anche Dante, quindi, sembra oscillare tra storia e mito.
Maometto Dolcino scismatico o eretico? Sembrerebbe infine che Dante
abbia voluto rimarcare più il carattere eversivo (via via amplificato dalle sue
derive militaristiche) della scismatica separazione degli Apostoli di Dolcino
dalla Chiesa di Roma rispetto alla loro devianza teologica. In sostanza la colpa
più grave di fra Dolcino per Dante sembrerebbe essere proprio lo scisma e la
portata storica ad esso collegata.
Ne è convinto il dantista Bruno Nardi che conclude il suo studio – «Fra
Dolcino e il movimento ereticale del Trecento» – con queste parole:
Or dì a fra Dolcin dunque che s’armi,
tu che forse vedra’ il sole in breve,
s’ello non vuol qui tosto seguitarmi,
sì di vivanda, che stretta di neve
non rechi la vittoria al Noarese,
ch’altrimenti acquistar non saria leve.
Inf., XXVIII, 55-60.
• O tu che forse rivedrai fra breve la luce del sole, di’ dunque a fra
Dolcino che, se egli non vuole seguirmi qui fra breve tempo, si
provveda (s’armi) di vettovaglie, in modo che il blocco della neve
non assicuri la vittoria al vescovo di Novara (al Noarese); perché in
altro modo non sarebbe facile acquistare la vittoria su di lui.
22
«Questo “scisma” più di ogni altro pesò sul Medioevo ed alimentò la
lunga lotta fra cristiani e saraceni. Fra Dolcino è colpevole di aggiungere
a quello di Maometto un nuovo scisma. […] Il rinnovamento religioso
auspicato da Dante, consisteva, sì, nel ritorno alla povertà dei tempi apostolici;
ma questo non per mezzo di un nuovo scisma e tanto meno con la distruzione
della Chiesa, bensì, come l’intendevano quelli ch’erano rimasti fedeli allo spirito
di S. Francesco, col cacciare dalla Chiesa lo spirito mondano e l’avidità di
ricchezza e di dominio che l’avevano invasa.»19
19 BRUNO NARDI, Saggi e note di critica dantesca, Milano-Napoli, Riccardo Ricciardi Editore, MCMLXVI, pp.365-366.
23
Mi trovate anche
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LEGGERE DANTE: MY READING D.S. ©Riproduzione Riservata
e su
@dariosardo4807
https://youtu.be/cnAZe-kXdi0?si=TzhGYBp3G04oIo5C
Il Medioevo eretico: cronologia essenziale.
– 1180-1200 Gioacchino da Fiore scrive le sue opere più
importanti, tra cui quelle che influenzeranno profondamente fra
Dolcino
– 1204 Concilio cataro di Mirepoix.
– 1209 Crociata contro i Catari – gli albigesi – promossa da Papa
Innocenzo III. Massacro di Béziers (22 luglio).
– 1220-1229 Federico II di Svevia emana vari editti antieretici.
– 1226-1229 Crociata di re Luigi VIII per sottomettere
definitivamente i catari in Linguadoca e sconfitta di Raimondo
VII conte di Tolosa.
– Papa Gregorio IX istituisce il tribunale dell’Inquisizione
domenicani.
– 1244 Presa della roccaforte catara di Montségur e rogo di
duecento “perfetti”.
– 1250 (circa) Nascita di fra Dolcino: Davide Tornielli (nome
supposto) nasce nel Novarese tra il 1250 e il 1326; è figlio
illegittimo di un prete (secondo Bernardo Gui), è figlio di Julio
Presbitero (secondo Rainero Orioli).
24
– 1260 Nasce il movimento degli “Apostoli” ad opera di Gherardo
Segarelli
– 1278 Circa duecento catari, catturati a Sirmione, vengono bruciati
all’Arena di Verona.
– 1291 Fra Dolcino entra nel movimento degli Apostoli guidato da
Gherardo Segarelli, suo successivo maestro e mentore
– 1294 Dopo l’abdicazione di Celestino V, inizia il pontificato di
Bonifacio VIII.
– 1300 Segarelli è condotto al rogo il 18 giugno. Prima lettera di
Dolcino (scritta dalla Dalmazia dove si era rifugiato) sulle ere
della storia derivate da Gioacchino da Fiore dei sette angeli.
– 1303 Bonifacio VIII viene catturato ad Agnani, poco dopo
muore. Iniziano i processi di Bologna contro gli Apostolici.
Seconda lettera di Dolcino da Arco (Trento), divenuto “rector”
degli Apostoli, si stabilisce a Cimego (Borgo Chiese, provincia di Trento)
dove conobbe Margherita Boninsegna, la “bella Margherita, che
divenne sua compagna accompagnandolo nella predicazione.
Diffonde con estrema efficacia la sua predicazione in tutta la
zona dell’alto Garda, in particolare Arco, Trento e Cimego.
– 1305 Raniero degli Avogadro, vescovo di Vercelli, con il
beneplacito di papa Clemente V, indice una brutale crociata contro i
dolciniani in Valsesia.
– 1306 Dolcino si rifugia nel Biellese. Terza lettera ai fedeli. Forte
crescita del numero degli Apostoli tra il Vercellese e la Valsesia
(circa 4000) al movimento si uniscono diversi letterati
proveniente da Toscana, Bologna e Umbria (tra questi Bentivegna
da Gubbio); la predicazione diventa sempre più ostile a papa
Bonifacio VIII di cui Dolcino profetizza l’imminente scomparsa.
Il numero dei seguaci è stimato tra i 5000 e 10000 aderenti.
Militarizzazione del movimento: Dolcino ritorna per un breve
periodo nel Bresciano (Valli delle Giudicarie e a Bagolino) e
grazie, al sostegno armato offertogli dal ghibellino Matteo
Visconti, nel 1304 occupa militarmente la Valsesia con l’intento
di trasformarla in una sorta di zona franca, difficilmente
accessibile alle incombenti spedizioni dell’Inquisizione. I seguaci
(circa 1500 persone) asserragliati per tutto l’inverno del 1304 in
località Parete Calva (Val Rassa, vicino a Quare, 1426 metri.
s.l.m) scendono per saccheggiare i villaggi sottostanti, L’azione è
25
giustificata da Dolcino: ogni atto contro la Santa Romana Chiesa
non è peccato secondo il detto di San Paolo «Tutto è puro per i
puri» (lettera a Tito 1, 15).
– Accertata l’influenza di fra Dolcino anche nella zona montana di
Bagolino (Valle Sabbia, Brescia) dove furono adottati espropri
contro 24 capi-famiglia probabilmente appartenuti al movimento eretico
dolciniano.
– 1306-07 Guidati da Margherita Boninsegna i seguaci cercano
scampo spostandosi nella nuova roccaforte: il monte Rubello
(oggi San Bernardo), sopra Trivero (1414 metri s.l.m., Vercelli).
Si scatena la crociata bandita Papa Clemente V con l’adesione
degli Inquisitori di Lombardia, l’arcivescovo di Milano e
Ludovico di Savoia. Nonostante la perdita del sostegno politico-
militare del ghibellino Visconti, il vasto seguito del movimento
resiste disperatamente, nell’attesa della realizzazione della
profezia millenaristica proclamata da Dolcino.
Nella Settimana Santa del 1307 gli Apostoli, sconfitti più dalla
neve e dal freddo che dalle armi– «sì di vivanda, che stretta di neve
non rechi la vittoria al Noarese», (come dice Dante, Inf., XXVIII, 57-58)
— sono tutti giustiziati. Dolcino, dopo avere assistito all’esecuzione di
Margherita (prima costretta ad abortire in quanto, viceversa, non avrebbe
potuto essere condannata a morte dal tribunale dell’Inquisizione) e del
suo luogotenente Longino da Bergamo, è messo al rogo il primo giugno
del 1307, come dal resoconto di autore anonimo.20
Bibliografia: fonti.
– Acta S. Officii Bononie ab anno 1291 usque ad annum 1310, 3 voll. A
cura di Lorenzo Paolini e di Raniero Orioli, con prefazione di Ovidio
Capitani. Roma: Istituto Storico Italiano per il Medio Evo, 1982.
20 «Finalmente il giovedì santo del 1307, 23 marzo, dopo lungo combattere e strenue fatiche, l’eresiarca fra Dolcino fu preso vivo sui monti di
Trivero insieme con Margherita di Trento sua compagna e Longino di Bergamo, della famiglia dei Cattanei da Fedo o da Sacco, che erano dopo
Dolcino i personaggi di maggior spicco della setta; il vescovo desiderava quanto mai averli vivi per rendere loro la pariglia, visto i danni che
avevano arrecati. Molti altri perfidi furono catturati e fatti prigionieri. I fortilizi furono dati alle fiamme, distrutti e dispersi lo stesso giorno. E
sempre nello stesso giorno più di mille furono avvolti dalle fiamme o dal fiume, come si dice, o morti di spada o di morte quanto mai atroce.»,
in Historia Dulcini Haeresiarchae Novarensis ab anno mccciv usque ad annum mcccvii auctore anonimosyncrono, nunc primum evulgatur e
manusrcripto codice bibliothecae ambrosianae una cum nonnullis animadversionibus clarissimi viri joseph antonni saxi eidem bibliothecae
praefecti.
26
– Bernard Gui. Practica inquisitionis haereticae pravitatis auctore Bernardo
Guidonis Ordinis fratrum praedicatorum. Document publié pour la
première fois par le Chanoine Célestin Douais. Paris: A. Picard, 1886.
– Bernard Gui. Manuale dell’inquisitore. Introduzione di Franco Cardini.
Nota al testo e traduzione di Narno Pinotti. Milano: C. Gallone, 1998.
– “Historia Fratris Dulcini Heresiarche” di Anonimo sincrono e “De secta
illorum qui se dicunt esse de ordine Apostolorum” di Bernardo Gui. A
cura di Arnaldo Segarizzi. Città di Castello: S. Lapi, 1907 [Anonimo
sincrono. Historia fratris Dulcini heresiarche, 3-13; Bernardo Gui. De
secta illorum qui se dicunt esse de ordine apostolorum, 17-36].
– MURATORI LODOVICO ANTONIO, Rerum Italicarum scriptores
ab anno aerae christianae quingentesimo ad
millesimumquingentesimum,1672-1750, http://www.arlima.net
– SALIMBENE DE ADAM. Cronica, 2 voll. A cura di Gianni Scalia.
Roma-Bari: Laterza, 1966.
Bibliografia: studi.
– ANAGNINE EUGENIO. Dolcino e il movimento ereticale all’inizio
del Trecento. Firenze: La Nuova Italia, 1964.
– BENEDETTI MARINA. «Frate Dolcino da Novara: un’avventura
religiosa e documentaria». Annali della Scuola Normale Superiore di Pisa,
s. 5, 1(1), 2009, 339-62.
– BENEDETTI MARINA. «Margherita ‘la bella’? La costruzione di
un’immagine tra storia e letteratura». Studi Medievali, s. 3, 50 (1), 2009,
105-31.
– LOCATIN PAOLA. «Maometto negli antichi commenti alla
Commedia». L’Alighieri. Rassegna dantesca, n.s., 20, 2002, 41-75.
– MERLO GRADO GIOVANNI. Fra Dolcino e i movimenti di cultura
contadina. Cardini Franco et al. (a cura di), La crisi del sistema comunale.
Vol. 7 di Storia della società italiana. Milano: Teti,1982,281-9.
– MERLO GRADO GIOVANNI, «L’eresia all’epoca di Bonifacio VIII,
ovvero l’illusione della fine». Veglia, Paolini, Parmeggiani, 2013, 229-41.
– MERLO GRADO GIOVANNI, Eretici ed eresie medievali. Bologna: il
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– MICCOLI GIOVANNI, «Dolcino». Dizionario Biografico degli Italiani,
vol. 40. Roma: Istituto della Enciclopedia Italiana, 1991, 440-444.
27
– CACCIALUPI GIANLUCA, Dante tra «crux transmarina” e crux
“cismarina” L’idea di crociata nella Commedia, L’Alighieri, Rassegna
dantesca”, Longo, 2022, 59 Nuova Serie, pp. 100-126.
– Margherita “La bella”? La costruzione di un’immagine tra storia e
letteratura, in Studi Medievali, rivista della Fondazione Centro Italiano
degli Studi sull’alto medioevo di Spoleto, S. Terza, 50.
– GRAZIANO RICCADONNA E MARCO ZULBERTI (a cura di), Fra
Alberto da Cimego e Margherita “la bella”, Atti del convegno per il 700º
dal rogo di Fra Dolcino, Cimego – Condino, 23 giugno 2007, Casa Sociale
di Cimego e Chiesa Pievana di Santa Maria, Collana Judicaria Summa
Laganensis, 17.
– RANIERO ORIOLI, Fra Dolcino. Nascita, vita e morte di un’eresia
medievale, 2004, Milano, Jaca Book “Nuova Europia”.
– C. MORNESE, G. BURATTI, Fra Dolcino e gli Apostolici tra eresia,
rivolta e roghi, Derive Approdi, Roma, 2000.
– ARNALDO SEGARIZZI, Prefazione in «Historia Fratris Dulcini»,
VIII., R.I.S., Città di Castello, 1097.
– MARIANO D’ALATRI, Due inchieste papali sugli inquisitori veneti, in
Eretici e inquisitori, Il Duecento, Vol. I, Istituto Storico dei Cappuccini,
Roma, 1986, p.232.
– FRANCOIS VANDENBROUCKE, Spiritualità del medioevo
nuovi ambienti e nuovi problemi (sec XII-XVI), Edizioni
Dehoniane Bologna 1966.
In tempi recenti la figura di Dolcino è stata ampiamente rivalutata; tra
i vari contributi va citato quello dello storico biellese Gustavo Buratti
(Tavo Burat) che studiò in modo approfondito il movimento,
fondando nel 1974 Centro Studi Dolciniani.21
21 Gustavo Buratti (Tavo Burat) parla dei motivi di attualità del messaggio di Dolcino. Tra questi evidenzia la «forza dell’utopia» dolciniana che
anticipa la caduta delle moderne utopie: «… egli ci propone – a noi generazione bruciata dalla delusione dell’utopia – un messaggio, appunto
utopico, in cui si fondono e confondono Storia e apocalisse, nostalgia dell’età iniziale della Chiesa intesa come età dell’oro o dell’innocenza
e purezza e attesa febbrile dell’età dello spirito in cui gli uomini sarebbero vissuti senza costrizioni esteriori, senza legge, eppure in armonia
fraternità.», C. MORNESE, G. BURATTI, Fra Dolcino e gli Apostolici tra eresia, rivolta e roghi, DeriveApprodi, Roma, 2000.
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