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FAVOLE PER SOGNATORI A 432 HERTZ

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di Giorgio Cattaneo

Pretendere di riprodurre magicamente, con una singola accordatura musicale, la sintesi dell’incommensurabile “orchestrazione” energetica dell’universo, che muta la sua emissione ad ogni istante? Quella è una grandiosa dinamica, incessante e in perenne movimento: ridurre la questione alla storiella dei 432 Hertz è qualcosa che offende l’intelligenza, sottolinea Riccardo Magnani. Storicamente, la vicenda squisitamente tecnica dell’accordatura del La introdotta da Verdi è nota a chiunque abbia a che fare con la musica. O meglio, con quella che Severino Boezio chiamava Musica Instrumentalis, pallido tentativo di imitare la Musica Humana, cioè l’emissione vibrazionale naturale dell’organismo. E senza mai riuscire a sfiorare neppure lontanamente la sua sorella maggiore, cioè la Musica Mundana, ovvero l’immenso “concerto vibrazionale” delle sfere celesti in continuo movimento.
Ergo: l’emissione finale che arriva sulla Terra – incidendo notoriamente anche sulla nostra salute – muta ad ogni istante la sua frequenza. È quindi irripetibile, attimo per attimo: «Lo sa bene l’astrologia, che infatti mappa (attraverso la “carta natale”) l’esclusiva configurazione energetica presente, in quel preciso punto del pianeta, al momento della nascita». Il cielo dunque parla miliardi di lingue diverse: immaginare di decifrarne e riprodurne la chiave attraverso una sola frequenza, a cui oltretutto oggi si attribuiscono chissà quali poteri, sarebbe come credere che un raglio d’asino, emesso a 432 Hertz, possa miracolosamente mutarsi in canto celestiale. Insomma: ci vuol ben altro che l’accordatura del La, per trasformare una cannonata in una carezza. Ma guai a dirlo, ai nuovi fabbricanti di sogni e ai loro tanti clienti.
Anticamente, ricorda Magnani, le sette note erano diverse per la loro altezza, ma anche per la distanza l’una dall’altra: perché ripetevano la forma e la geometria gravitazionale dei singoli pianeti, che la radiazione cosmica attraversa entrando nel nostro Sistema Solare. Quindi le note – ai tempi di Pitagora e degli Egizi – avevano intervalli e altezze completamente diverse. «Ironia della sorte, è stato proprio il padre di Galileo Galilei (considerato il fondatore del metodo scientifico) ad appiattire l’originaria similitudine tra musica e corpi celesti. Come? Rendendo le note uguali per altezza e distanza l’una dall’altra, con l’introduzione del “sistema equabile temperato” e del “circolo delle quinte”, in modo che si definisse “armonicamente perfetto” l’accordo tra una nota e la sua quinta. Il padre di Galileo ha quindi castrato la relazione tra la musica e l’enorme armonia che sottende all’intero universo».
La relazione fra musica e cielo è nota a tutti, da sempre. Cicerone menziona “quest’armonia, calcolata secondo intervalli perfetti”, riferendosi proprio agli astri. Quando ne parla Dante (“E quindi uscimmo a riveder le stelle”) sta descrivendo un percorso interiore, quello dell’energia che alberga nel nostro corpo, collegando l’armonia umana all’armonia “mundana”, celeste. «Questo è il motivo per cui erano stellate le volte dei palazzi e delle chiese: lo era persino la Cappella Sistina, prima che venisse affrescata da Michelangelo. La volta stellata della Sistina fu cancellata perché, alla Chiesa, quell’informazione non andava bene: se infatti metti la persona in condizione di sapere qual è la propria correlazione con l’universo, automaticamente il ruolo di mediatore esercitato dalla religione viene meno».
Riguardo alla “musica delle sfere” siamo comunque di fronte a una grande complessità. «Quella intanto non è esattamente musica: è un enorme compendio di vibrazioni che si combinano tra loro secondo relazioni geometriche e matematiche molto complesse. La banalità della musica strumentale fa sì che, con uno strumento, sia impossibile ripetere quell’ordine vibrazionale che determina tutto ciò esiste, all’interno dell’universo». Questa vibrazione è come una regola imprescindibile. «E la musica, per qualcuno, diventa un mezzo per esprimere una sorta di Bignami, di queste istruzioni di comportamento. Ma ovviamente non è così, che funziona». Tant’è vero che la Chiesa, quando si attivò per interrompere tutte quelle conoscenze antiche riemerse nel Rinascimento, si guardò bene dal contrastare la musica. «Attraverso il “sistema equabile” e il “circolo delle quinte”, infatti, quell’arte aveva ormai perso due condizioni fondamentali per poter ripetere l’armonia delle stelle».
La trama vibrazionale dell’universo, ribadisce Magnani, è fondata sull’emissione diseguale (in altezza e distanza) delle singole “note” e sul sistema delle quinte, «che Pitagora aveva teorizzato in forma non circolare, ma elicoidale: proprio perché il movimento spiraliforme dell’universo, attorno al suo asse, è in continua traslazione». Quindi: «Qualunque composizione musicale oggi venga prodotta, da Bach a Gigi D’Alessio, non può ripetere nulla che faccia bene al nostro organismo (tantomeno se si accorda il La centrale a 432 Hertz piuttosto che a 440)». Chiosa Magnani: «Se alla gomma della tua Panda metti il tappino della Ferrari, non è che ti ritrovi una Ferrari: la tua resta sempre una Panda. Questo, come potete capire, risolve la questione: a monte, una volta per tutte». Essendo imbrigliata nel “sistema equabile” e nel “circolo delle quinte”, la nostra musica – a qualunque frequenza sia emessa – resta lontana dal cielo, ovvero dalla possibilità di imitare l’azione vibrazionale dell’universo sul nostro organismo.
 

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  • Redazione

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