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Iran, Hamas, Hezbollah: la guerra non è finita. Ha solo cambiato forma

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Iran, Hamas, Hezbollah, guerra

Per Marco Mancini servizi segreti inefficienti e rischio missili iraniani sull’Italia

L’intervista di Marco Mancini a Il Riformista racconta uno scenario inquietante.
Ma la cosa che impressiona di più è che, tolte le informazioni strettamente di intelligence che non possiamo verificare dall’esterno, il quadro generale è già confermato da fatti, operazioni militari e documenti ufficiali internazionali.

Partiamo dal Libano.

Il 10 settembre Israele ha distrutto sulla dorsale di Ali al-Taher una gigantesca infrastruttura sotterranea di Hezbollah, lunga circa due chilometri.

Dentro sono stati trovati centri di comando, depositi di razzi e missili, droni, armi anticarro, esplosivi e strutture nelle quali gli uomini di Hezbollah potevano rimanere sottoterra per lunghi periodi.

Non è propaganda israeliana rimasta senza riscontro: ne hanno dato conto Reuters e Financial Times.

Quindi una prima certezza esiste: Hezbollah non era stato cancellato.
Aveva conservato nel Sud del Libano infrastrutture militari complesse, offensive e direttamente rivolte contro Israele.

Seconda certezza: l’Iran continua a finanziare Hezbollah.

Il 20 agosto il Tesoro americano ha colpito una rete di dieci persone che trasferiva denaro attraverso voli commerciali fra Iran, Turchia, Emirati e Libano.

Non si parla di qualche valigia clandestina: secondo OFAC quella rete era in grado di movimentare fino a centinaia di milioni di dollari, fuori dal sistema bancario ordinario, proprio per consentire a Hezbollah di aggirare le sanzioni.

E il 10 settembre Washington è intervenuta nuovamente contro reti che sostengono Hezbollah e altre milizie legate a Teheran.

Dunque la Turchia compare realmente come snodo finanziario.
Non è una congettura di Mancini.

Lo stesso vale per Hamas.

Il Tesoro statunitense ha documentato quest’estate una società con sede in Turchia, El-Kahira for General Trading, utilizzata per trasferire centinaia di migliaia di dollari a Hamas attraverso sistemi bancari clandestini e criptovalute.

A luglio il Dipartimento di Giustizia americano ha inoltre incriminato il responsabile, residente in Turchia, di una presunta organizzazione “umanitaria” accusata di coordinare direttamente con i vertici di Hamas trasferimenti di denaro e materiali.

E appena pochi giorni fa gli Stati Uniti hanno sequestrato altri 560.000 dollari in criptovalute destinati ad Hamas, insieme a infrastrutture Internet utilizzate per raccogliere denaro e reclutare sostenitori.

Quindi anche qui una conclusione è inevitabile.

Hamas continua ad avere una rete finanziaria internazionale. Hezbollah continua ad avere una rete finanziaria internazionale.
E l’Iran continua a essere il grande motore di questo sistema.

Poi c’è l’Africa.

Anche su questo il quadro è tutt’altro che fantasioso.

La valutazione ufficiale americana sul finanziamento del terrorismo del 2026 descrive Hezbollah come un’organizzazione sostenuta dall’Iran ma capace di integrare quei finanziamenti attraverso contrabbando, traffici illeciti, imprese di copertura, riciclaggio e reti finanziarie internazionali, indicando l’Africa occidentale come uno dei nodi importanti di queste attività.

Ed ecco ciò che a mio avviso dovrebbe interessare soprattutto l’Europa.

Per anni abbiamo ragionato come se Hamas, Hezbollah e Iran fossero tre problemi distinti.

Non lo sono.

Sono parti diverse di uno stesso sistema: finanziamento iraniano, organizzazioni armate locali, società di copertura, corrieri, cambiavalute, criptovalute, traffici internazionali e Paesi utilizzati come piattaforme logistiche.

La guerra contro Israele non passa soltanto attraverso un missile lanciato dal Libano o un commando che entra da Gaza.

Passa anche attraverso Istanbul, Beirut, Teheran, società apparentemente commerciali, reti clandestine di denaro e circuiti criminali che attraversano continenti.

Ed è questo il punto che continuiamo incredibilmente a rimuovere.

Quando Israele sostiene che non può considerare conclusa la minaccia semplicemente perché una guerra aperta si interrompe, non sta parlando di un nemico immaginario.

A nord Hezbollah ha ricostruito e mantenuto infrastrutture militari.
A sud Hamas conserva capacità organizzative e finanziarie.
Dietro entrambi rimangono reti transnazionali e, soprattutto, l’Iran.

E mentre in Europa si continua a discutere quasi esclusivamente di ciò che fa Israele, la macchina costruita per colpirlo continua a raccogliere denaro, spostarlo, nasconderlo e trasformarlo nuovamente in capacità militare.

Questo non è uno slogan.

È ciò che raccontano i tunnel scoperti in Libano, i sequestri di denaro, le sanzioni americane e le reti finanziarie appena smantellate.

E sarebbe ora che l’Occidente cominciasse a guardare l’intera guerra, non soltanto la parte che preferisce vedere.

E poi Mancini va ancora oltre.

Parla di una presenza significativa di Pasdaran nelle roccaforti di Hezbollah, sostiene che una parte del personale locale impiegato da UNIFIL sarebbe legata a Hezbollah e arriva a riferire un sospetto ancora più grave: che sul comandante dell’esercito libanese, il generale Rodolphe Haykal, possano esistere elementi utilizzabili da Hezbollah per condizionarlo.

Sono affermazioni enormi. Mancini non è un commentatore qualsiasi: è stato un alto dirigente dell’intelligence italiana e conosce quel territorio e quei meccanismi.

Io quindi non le archivio affatto come chiacchiere.
@Le metto sul tavolo per quello che sono: informazioni che Mancini sostiene di possedere.

Staremo a vedere se emergeranno conferme anche su questo, perché se fossero confermati l’infiltrazione di UNIFIL, la presenza operativa dei Pasdaran e soprattutto un possibile condizionamento ai vertici dell’esercito libanese, allora ci troveremmo davanti a qualcosa di molto più grande delle due roccaforti sotterranee.

Vorrebbe dire che il problema non è soltanto capire quante armi siano rimaste a Hezbollah.

Vorrebbe dire capire fin dove Hezbollah sia riuscito a entrare nelle strutture che, almeno sulla carta, dovrebbero contenerlo.

E questa sarebbe davvero un’altra storia.

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