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Emma Bonino: la santa laica del neoliberismo

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Morte Emma Bonino

Analizziamo con obiettività la sua parabola politica

La morte di Emma Bonino ha prodotto ciò che, nella società dello spettacolo politico, accade ormai con impressionante regolarità: la morte ha preceduto il giudizio storico e il cordoglio ha immediatamente assunto la forma dell’agiografia.

La leader radicale è stata consegnata al pubblico come una sorta di icona civile senza incrinature: femminista, europeista, paladina dei diritti, combattente per la libertà, donna indomita capace di attraversare mezzo secolo della Repubblica italiana con una coerenza quasi esemplare.

Ora, è perfettamente legittimo riconoscere a Emma Bonino qualità personali, tenacia, capacità di iniziativa, coraggio individuale e una singolare abilità nel trasformare la propria vicenda biografica in simbolo politico.

Altra cosa è trasformare tale riconoscimento in una sorta di assoluzione retrospettiva dell’intera sua parabola politica.

La storia, se vuole essere storia e non liturgia commemorativa, deve sottrarsi alla tentazione di dividere i morti in buoni e cattivi e, soprattutto, deve rifiutare la comoda identificazione fra una persona e il racconto che di essa è stato costruito.

Il problema, dunque, non è tanto stabilire se Emma Bonino sia stata “buona” o “cattiva”. È assai più semplice e assai più serio: domandarsi quale politica abbia rappresentato.

Il radicalismo oltre il mito dei diritti civili

La prima evidenza che emerge da una ricostruzione appena meno convenzionale è che il radicalismo boniniano non coincide affatto con la tradizione della sinistra sociale italiana. Anzi, sotto molti profili, ne costituisce quasi la perfetta antitesi.

La vicenda del 1994 è particolarmente istruttiva. In occasione delle elezioni politiche, la Lista Pannella – Riformatori concluse un accordo elettorale con il Polo delle Libertà guidato da Silvio Berlusconi: nei collegi settentrionali i radicali sostennero i candidati del Polo comprendente Forza Italia e Lega Nord, mentre nei collegi centro-meridionali si confrontarono con il Polo del Buon Governo, nel quale Forza Italia era alleata con Alleanza Nazionale.

Alcuni radicali furono eletti proprio nelle liste collegate al centrodestra.
Non si tratta di un episodio marginale o di una parentesi priva di significato.

Esso rivela una caratteristica strutturale del radicalismo: la sua estraneità alla tradizionale dicotomia destra-sinistra e, soprattutto, la sua disponibilità a collocarsi opportunisticamente là dove ritenesse possibile realizzare il proprio programma di liberalizzazione istituzionale ed economica.

La stessa Bonino, in una trasmissione elettorale del marzo 1994, discuteva esplicitamente del programma del centrodestra, della riduzione dello Stato sociale e della privatizzazione della sanità.

Non è dunque arbitrario collocarla nella grande corrente del liberalismo radicale che, dagli anni Ottanta in poi, avrebbe progressivamente sovrapposto alla tradizionale idea di emancipazione sociale quella di liberalizzazione dei mercati, riduzione dell’intervento pubblico e centralità dell’individuo – consumatore.

È questo il primo elemento che la memoria celebrativa tende a rimuovere: Bonino fu certamente radicale, ma il suo radicalismo non fu socialista. E, soprattutto nella maturità, assunse una fisionomia che può essere legittimamente definita ultraliberale.

Il divorzio: una vittoria che precede Bonino

Ancor più significativa è la mitologia retrospettiva relativa al divorzio. Si legge frequentemente che il divorzio sarebbe stato «approvato con il referendum del 1974», quasi che l’istituto fosse nato da quella consultazione e quasi che Emma Bonino ne fosse stata una protagonista decisiva.

Entrambe le rappresentazioni sono storicamente inesatte.

Il divorzio fu introdotto nell’ordinamento italiano dalla legge 1 dicembre 1970, n. 898, la celebre legge Fortuna-Baslini. La Camera l’approvò con 325 voti favorevoli contro 283 e il Senato con 164 contro 150.

I primi firmatari furono il socialista Loris Fortuna e il liberale Antonio Baslini. Il Partito Radicale, all’epoca, non aveva neppure rappresentanza parlamentare.

Il referendum del 1974 fu dunque un referendum abrogativo: non introdusse il divorzio, ma sottopose al voto popolare la sua eventuale cancellazione. Vinse il «No» all’abrogazione con il 59,3 per cento dei voti, contro il 40,7 per cento dei «Sì», con un’affluenza dell’87,7 per cento.

La distinzione non è meramente terminologica. È precisamente la differenza fra una legge approvata dal Parlamento e una consultazione popolare chiamata successivamente a decidere se abrogarla.

E vi è un secondo elemento che merita di essere ricordato: la vittoria del 1974 fu soprattutto la vittoria di un amplissimo fronte laico e popolare nel quale il Partito Comunista e il Partito Socialista disponevano di una forza elettorale incomparabilmente superiore a quella radicale.

I Radicali parteciparono alla battaglia, certamente; ma attribuire loro la paternità della vittoria significa sostituire alla storia reale la genealogia mediatica del mito.

La 194: qui il paradosso è ancora più evidente

La questione dell’aborto è assai più complessa e, proprio per questo, più interessante. È falso sostenere che la Bonino non abbia avuto alcun ruolo nella storia dell’aborto legale in Italia. Lo ebbe e fu anche tristemente rilevante.

La sua autodenuncia dopo aver praticato aborti clandestini, la campagna del Centro d’informazione sulla sterilizzazione e sull’aborto, la mobilitazione radicale e la raccolta delle firme referendarie contribuirono a imporre il tema nell’agenda pubblica.

Sarebbe storicamente scorretto, dunque, cancellare il contributo radicale alla costruzione di quella mobilitazione.

Ma è altrettanto scorretto trasformare questo contributo nella paternità esclusiva della legge 194. La legge n. 194 fu il risultato di un processo parlamentare nel quale confluirono culture politiche differenti: comunisti, socialisti, socialdemocratici, repubblicani, liberali e altri settori laici.

Il Partito Radicale, invece, votò contro il testo approvato nel 1978.

I quattro deputati radicali, fra i quali proprio Emma Bonino, considerarono la disciplina insufficiente rispetto alla propria concezione dell’autodeterminazione femminile e svolsero un’opposizione parlamentare che la stessa Bonino avrebbe poi ricordato come deliberatamente finalizzata a sottolineare i limiti della legge.

È questo il punto che la memoria agiografica tende a occultare: la Bonino fu protagonista della battaglia per l’aborto, ma non fu la “madre” parlamentare della legge 194.

La sua posizione era, anzi, ben più radicale di quella del compromesso legislativo che condusse all’approvazione della legge.

La differenza appare sostanziale: la legge 194 nacque dalla mediazione parlamentare tra forze politiche diverse; il radicalismo, al contrario, costruì progressivamente la propria identità proprio sull’idea che la mediazione parlamentare e partitica costituisse un limite alla politica autenticamente libertaria.

Dalla democrazia dei partiti alla politica del gesto

È forse questo il lascito più profondo del radicalismo e, insieme, quello meno discusso.

Il Partito Radicale introdusse nella politica italiana una forma di antagonismo che trasformava il gesto simbolico in strumento permanente di mobilitazione: scioperi della fame, autodenunce, provocazioni, referenda, occupazioni, disobbedienza civile, campagne spettacolari.

Non si tratta di negare l’efficacia di tali strumenti. Al contrario: proprio perché furono spesso straordinariamente efficaci, meritano di essere analizzati nelle loro conseguenze.

Il radicalismo contribuì a spostare il baricentro della politica dalla rappresentanza alla comunicazione, dalla mediazione alla pressione, dal partito come luogo di elaborazione collettiva al leader come catalizzatore simbolico.

In questa prospettiva, la parabola radicale può essere letta anche come una delle anticipazioni italiane della trasformazione della democrazia novecentesca in una politica sempre più dominata dai media, dalla personalizzazione e dalla governance tecnocratica.

È una contraddizione solo apparente: un movimento che proclamava una radicale diffidenza verso i partiti tradizionali finì per anticipare alcuni tratti della politica post-partitica contemporanea. E qui il rapporto con la sinistra diventa decisivo.

La sinistra storica italiana aveva sempre tenuto insieme, pur con contraddizioni enormi, diritti civili e diritti sociali. Libertà individuale e lavoro.

Emancipazione della donna e salario. Laicità dello Stato e tutela delle classi popolari. Il radicalismo contribuì, invece, a separare progressivamente questi piani, fino a rendere possibile l’idea che la sinistra potesse essere “progressista” sui costumi e contemporaneamente favorevole alla liberalizzazione economica, alla riduzione delle protezioni sociali e alla crescente subordinazione della politica alle logiche sovranazionali. Tale separazione avrebbe avuto conseguenze politiche enormi.

L’articolo 18 e la frontiera economica del radicalismo

Un episodio emblematico è il referendum del 2000 sull’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. La consultazione radicale proponeva l’abrogazione della tutela contro il licenziamento illegittimo nelle imprese al di sopra della soglia prevista dalla normativa. Il referendum non raggiunse il quorum, ma il significato politico dell’iniziativa rimane intatto.

Bonino non nascose la propria posizione. Ancora nel 2006, intervistata dal Corriere della Sera, sosteneva che, in caso di licenziamento senza giusta causa, dovesse essere prevista una compensazione economica anziché l’obbligo di reintegrazione.

È difficile conciliare simile posizione con la rappresentazione di Bonino come esponente paradigmatica della tradizione sociale della sinistra italiana. È assai più coerente leggerla come espressione di un neoliberismo individualista nel quale la libertà economica e contrattuale tende a prevalere sulle forme collettive di tutela del lavoro. Non è un dettaglio: è una diversa filosofia politica.

Dalla liberalizzazione economica all’europeismo tecnocratico

Lo stesso discorso vale per l’Europa. Bonino fu una sostenitrice instancabile dell’integrazione europea e, nella fase più tarda della sua attività, di un’Unione ancora più integrata e federalista.

Nel 2011 aderì, insieme ad altri esponenti europeisti, a iniziative promosse da George Soros per il rafforzamento dell’Unione europea durante la crisi dell’euro.

Nel 2015 fu addirittura premiata dall’International Crisis Group in una cerimonia nella quale il riconoscimento le venne consegnato dallo stesso Soros in persona.

Nulla di tutto ciò dimostra, naturalmente, l’esistenza di un complotto o di un rapporto di subordinazione personale. È necessario essere molto più rigorosi di quanto non faccia la propaganda tanto apologetica quanto denigratoria.

Dimostra però, senza alcun dubbio, l’inserimento di Bonino in una determinata rete transnazionale di cultura liberal-progressista, europeista e interventista.

Ed è precisamente questa rete che consente di comprendere l’unità profonda della sua parabola: liberalizzazione dei costumi, liberalizzazione economica, europeismo federalista e internazionalismo interventista appartengono, nella sua visione politica, al medesimo universo ideologico.

La guerra come punto di rottura

È soprattutto sul terreno della politica estera che il mito della Bonino “pacifista” o semplicemente “umanitaria” mostra tutti i propri limiti.

Durante la guerra del Kosovo del 1999, Bonino sostenne l’intervento della NATO e fu collocata, anche dalla stampa dell’epoca, nell’area degli interventisti.

La sua posizione si inscriveva nella convinzione che l’intervento internazionale potesse essere necessario per impedire violazioni massicce dei diritti umani.

Qui emerge una delle contraddizioni più profonde del liberalismo interventista: la difesa dei diritti universali può trasformarsi nella giustificazione di un intervento militare privo di un esplicito mandato del Consiglio di sicurezza dell’ONU.

La questione non riguarda soltanto il Kosovo. Riguarda un’intera filosofia delle relazioni internazionali: quella secondo cui la sovranità statale può essere superata (o calpestata) quando una potenza o un’alleanza internazionale ritenga di agire in nome di un valore superiore.

La formula “illegale ma legittimo”, divenuta emblematica nella discussione sull’intervento NATO in Kosovo, sintetizza precisamente questa torsione: la legittimità politica viene nettamente separata dalla legalità internazionale.

Ma se si accetta simile principio, il diritto internazionale perde la propria funzione di limite universale per farsi progressivamente subordinato al giudizio politico di chi dispone della forza necessaria per imporre la propria interpretazione della legittimità. È alquanto difficile non scorgere, qui, uno dei grandi problemi della politica estera occidentale degli ultimi decenni.

Il caso Mastrogiacomo e l’intransigenza dell’interventismo

Il caso Daniele Mastrogiacomo, nel 2007, illumina un altro aspetto della vicenda. Durante il sequestro del giornalista italiano in Afghanistan, Gino Strada ed Emergency svolsero un ruolo nella trattativa che condusse alla sua liberazione.

Successivamente Bonino criticò assai duramente l’atteggiamento di Strada, definendolo ambiguo nel rapporto fra dimensione umanitaria e politica.
La polemica merita di essere ricordata non per costruire un santino alternativo, ma perché mette a confronto due concezioni radicalmente differenti dell’azione internazionale.

Da una parte vi è l’umanitarismo negoziale di chi ritiene che, in determinate circostanze, parlare anche con il nemico sia il prezzo necessario pur di salvare una vita.

Dall’altra vi è una concezione istituzionale e geopolitica nella quale la trattativa con un’organizzazione armata rischia di delegittimare le istituzioni riconosciute e di rafforzare l’avversario. Bonino (a differenza di quanto aveva fatto il Partito Radicale durante il sequestro Moro) scelse la seconda prospettiva.

Non è necessario demonizzarla per rilevarne la durezza. Anzi, proprio la sua nettezza consente di comprendere che il suo internazionalismo non coincideva affatto con un pacifismo assoluto: era un internazionalismo interventista, convinto che la tutela dei diritti potesse talvolta richiedere l’impiego della forza e il sostegno politico alle istituzioni internazionalmente riconosciute.

Israele, Palestina e il limite dell’universalismo selettivo

La medesima tensione si manifesta nella questione israelo-palestinese. Bonino fu una convinta sostenitrice di Israele e, nel complesso, di una linea occidentale fortemente favorevole alla sicurezza israeliana.

Chi intende sottoporre tale posizione a critica ha pieno diritto di farlo, soprattutto alla luce della devastazione di Gaza e della questione, ormai centrale nel dibattito internazionale, relativa alla conformità delle politiche israeliane al diritto internazionale e alla tutela della popolazione palestinese.

È sufficiente constatare, al riguardo, che la sua concezione dell’ordine internazionale privilegiava un’idea di sicurezza e di alleanza occidentale entro la quale Israele occupava una posizione privilegiata.

La critica più seria non consiste dunque nell’invettiva, bensì nel quesito politico: può un universalismo dei diritti essere realmente universale se applica criteri differenti a seconda dell’alleato geopolitico?

È questa domanda che dovrebbe essere consegnata alla memoria.

La questione ucraina

Negli ultimi anni della sua vita Bonino rimase coerentemente schierata a favore dell’Ucraina e del sostegno occidentale a Kiev. Anche in questo caso sarebbe semplicistico ridurre la questione a una caricatura. Il punto non è assolvere Mosca dalle proprie responsabilità.

Il problema riguarda il modo in cui si risponde a un’aggressione quando l’avversario dispone del più grande arsenale nucleare del pianeta.

Una politica estera responsabile deve necessariamente tenere insieme due esigenze: il principio secondo cui i confini non possono essere modificati con la forza e il principio, altrettanto essenziale, secondo cui una guerra fra grandi potenze nucleari deve essere contenuta e condotta verso una soluzione diplomatica.

L’idea che l’incremento indefinito della pressione militare costituisca, sempre e comunque, la forma più alta di solidarietà con il popolo aggredito merita, per lo meno, una discussione molto più seria di quella consentita dal linguaggio moraleggiante della propaganda bellica.

La pace non è capitolazione. La diplomazia non è tradimento. E il realismo strategico non è necessariamente cinismo.

Il vero lascito: la trasformazione della sinistra

È forse questo il punto decisivo. Emma Bonino non è stata semplicemente una radicale che ha combattuto per alcuni diritti civili. È stata uno dei simboli di una trasformazione assai più vasta della cultura politica occidentale: quella che ha separato progressivamente la libertà individuale dalla giustizia sociale.

Nella vecchia cultura della sinistra, il diritto al divorzio poteva convivere con la tutela del lavoro; la libertà femminile con il salario; la laicità dello Stato con il welfare; la liberazione individuale con l’organizzazione collettiva.

Nella nuova cultura liberal-progressista, invece, queste dimensioni hanno cominciato a separarsi. L’individuo è stato emancipato dalla comunità, il cittadino dal lavoratore, il consumatore dal produttore, il diritto individuale dal diritto sociale.

La sinistra ha conservato progressivamente il proprio vocabolario dei diritti, mentre perdeva il proprio vocabolario della classe.

Bonino è stata una delle figure più limpide di questa trasformazione. Ed è per questo che la sua celebrazione indiscriminata dovrebbe lasciare perplesso proprio chi proviene dalla tradizione sociale della sinistra.

Se si considera un successo storico la progressiva sostituzione delle battaglie per il lavoro, il salario, la casa, la sicurezza sociale e la rappresentanza politica con una costellazione di diritti individuali separati dalle strutture economiche, allora Bonino può essere considerata una grande protagonista del progresso. Ma se si ritiene che una libertà autentica non possa prescindere dalle condizioni materiali che consentono agli uomini di esercitarla, allora il bilancio deve essere assai più severo.

Né santificazione né demonizzazione

È proprio qui che occorre fermarsi. Non c’è alcun bisogno di salutare la morte di Emma Bonino con insulti, sarcasmi o volgari allusioni. La morte di una persona non è il momento dell’oltraggio e la critica politica non guadagna nulla quando si trasforma in disumanità.

Allo stesso modo, però, il lutto non può diventare una sospensione della ragione critica.

Non è necessario chiamare Emma Bonino “serva della CIA” per criticare il suo evidente atlantismo. Non è necessario attribuirle una complicità personale con ogni decisione del governo israeliano per criticare la sua posizione sul Medio Oriente.

Non è necessario inventare rapporti di subordinazione a George Soros per rilevare la convergenza fra il suo europeismo e quello di alcune élite transnazionali.

E non è necessario negare il suo impegno nella battaglia per l’aborto per ricordare che i Radicali votarono contro la legge 194. La storia è più forte dell’invettiva, proprio perché non ne ha bisogno.

Emma Bonino fu una politica di notevole energia, di grande abilità comunicativa e di straordinaria perseveranza. Fu una protagonista autentica della cultura radicale italiana. Ma fu anche una liberale radicale, un’europeista federalista, un’esponente dell’internazionalismo occidentale ed un’interventista convinta.

Il suo profilo non coincide con quello della sinistra sociale italiana e non può essere retroattivamente assimilato ad esso soltanto perché, nel corso della sua lunga carriera, sostenne alcune battaglie che la sinistra aveva fatto proprie.

La questione storica, pertanto, non è se Emma Bonino sia stata un’eroina o piuttosto un mostro. È, semmai, capire quale mutazione della cultura politica occidentale abbia reso possibile che queste diverse cose – liberalizzazione economica, diritti individuali, europeismo tecnocratico, atlantismo e interventismo militare – venissero progressivamente percepite come parti naturali di un’unica idea di “progresso”.

È una domanda che riguarda la Bonino, ma che, allo stesso tempo, va assai oltre la Bonino. Ed è probabilmente per questo che, proprio nel momento in cui la sua morte induce alla celebrazione, vale la pena restituirla alla storia: non per denigrarla, ma per sottrarla, se non altro, alla leggenda.

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