Arabia Saudita sotto pressione dopo lo stop all’oleodotto Est-Ovest
A cura di Agenzia Nova
Il ministero dell’Energia saudita ha confermato che l’oleodotto è stato colpito il 10 settembre nelle regioni di Riad e Medina e che il flusso è stato interrotto a titolo precauzionale.
Il petrolio torna sopra i 108 dollari al barile mentre il mercato misura le conseguenze dell’escalation in Medio Oriente e, soprattutto, del fermo dell’oleodotto Est-Ovest dell’Arabia Saudita, diventato una delle principali vie alternative allo Stretto di Hormuz per le esportazioni del regno.
Questa mattina i future sul Brent sono saliti del 3,3 per cento a 108,04 dollari al barile, mentre il West Texas Intermediate (WTI) ha guadagnato il 3,5 per cento a 103,54 dollari.
Venerdì il Brent aveva chiuso a 104,61 dollari e il WTIa 100,05, al termine di una settimana di rialzi superiori all’8 per cento. L’11 settembre il Brent aveva toccato 109,97 dollari, massimo trimestrale. La pressione sui prezzi deriva dalla sovrapposizione di più fattori.
Il traffico attraverso Hormuz resta fortemente ridotto rispetto ai livelli precedenti alla guerra con l’Iran, mentre l’avanzata degli Houthi nello Yemen e i rischi per la navigazione intorno a Bab el Mandeb complicano anche la rotta del Mar Rosso.
A questo si aggiunge il fermo dell’East-West Pipeline, l’oleodotto Est-Ovest noto anche come Petroline, che collega le aree produttive dell’Arabia Saudita orientale con Yanbu, sulla costa occidentale.
Prima dello stop vi transitavano circa 4 milioni di barili al giorno, una quantità equivalente a circa il 4 per cento dell’offerta petrolifera mondiale.
Il ministero dell’Energia saudita ha confermato che l’oleodotto è stato colpito il 10 settembre nelle regioni di Riad e Medina e che il flusso è stato interrotto a titolo precauzionale per consentire le verifiche sull’infrastruttura.
Gli attacchi sarebbero stati condotti con droni provenienti dall’Iraq e avrebbero provocato feriti e danni. Finora né il governo né Saudi Aramco hanno indicato l’entità complessiva delle riparazioni necessarie o una data per la ripresa del pompaggio.
Il fattore tempo è quindi centrale. Le scorte già accumulate a Yanbu permettono a Riad di mantenere per alcuni giorni le esportazioni dal Mar Rosso, ma le valutazioni di mercato indicano un’autonomia nell’ordine di circa una settimana agli attuali ritmi.
Un ulteriore margine è offerto dalla rete logistica saudita in Egitto: il greggio può essere immagazzinato ad Ain Sukhna e trasferito attraverso l’oleodotto Sumed fino a Sidi Kerir, sul Mediterraneo.
I due terminali dispongono di capacità di stoccaggio rispettivamente di 18,4 e 19,5 milioni di barili. Sono tuttavia soluzioni temporanee, che non possono sostituire a lungo il flusso continuo proveniente dall’est saudita. Restano incerte anche le tempistiche del ripristino.
Le valutazioni tecniche circolate sul mercato vanno da una possibile riattivazione parziale in tempi relativamente brevi a interventi di diverse settimane qualora i danni interessassero componenti rilevanti.
Il Petroline ha una capacità nominale nell’ordine dei 7 milioni di barili al giorno e rappresenta la principale alternativa saudita a Hormuz: più che la quantità complessiva di greggio disponibile nel Regno, conta quindi la possibilità di trasferirlo fisicamente dai grandi centri produttivi orientali ai terminali del Mar Rosso.
Lo stop arriva inoltre in una fase già difficile per l’industria petrolifera saudita.
Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia (AIE), l’offerta di greggio del Regno è scesa in agosto a circa 6 milioni di barili al giorno, il livello più basso da oltre trent’anni e 2,3 milioni in meno rispetto a luglio.
I dati comunicati direttamente da Riad all’Opec indicano una produzione di 6,238 milioni di barili al giorno, contro i 10,9 milioni di febbraio, prima dell’inizio della guerra.
Ancora più marcata è stata la contrazione delle esportazioni. Secondo l’Aie, i carichi sauditi di greggio sono diminuiti in agosto di circa 1,1 milioni di barili al giorno, attestandosi a 3,5 milioni.
Le difficoltà a Hormuz avevano spinto Riad a trasferire volumi crescenti verso Yanbu e proprio all’inizio di settembre i carichi dalla costa occidentale avevano iniziato a recuperare.
La piattaforma di analisi di dati sull’energia Vortexa li stimava a 3,7 milioni di barili al giorno, contro 3,2 milioni in agosto, mentre Kpler indicava 2,9 milioni, quasi il doppio degli 1,5 milioni del mese precedente.
Il fermo del Petroline ha quindi colpito questa direttrice proprio mentre stava tornando centrale per le esportazioni saudite. Riad dispone comunque di un cuscinetto accumulato nei mesi precedenti.
Secondo Kpler, le scorte di greggio monitorate nel regno erano salite da circa 61 milioni di barili a giugno a 75 milioni all’inizio di agosto, un aumento di 14 milioni, pari al 23 per cento.
Nello stesso periodo il tasso di utilizzo della capacità di stoccaggio monitorata era passato dal 52 al 63 per cento.
Il margine ha però già iniziato a ridursi: secondo l’AIE in agosto le scorte saudite sono diminuite a un ritmo medio di circa 400 mila barili al giorno.
Il 63 per cento rilevato da Kpler non rappresenta quindi il livello attuale e non equivale a una riserva strategica ufficiale sul modello statunitense.
La distribuzione geografica delle scorte resta inoltre decisiva. I principali giacimenti e impianti di trattamento sauditi si concentrano nella Provincia orientale, sul Golfo, mentre il Petroline trasporta il greggio per oltre mille chilometri fino a Yanbu.
La sua interruzione compromette quindi proprio il principale sistema utilizzato negli ultimi mesi per aggirare Hormuz. Sul versante occidentale resta inoltre il rischio legato a Bab el Mandeb, mentre il trasferimento via Egitto o le rotte più lunghe intorno all’Africa comportano tempi e costi maggiori. Il quadro saudita si inserisce infine in un mercato globale con margini sempre più ridotti.
L’AIE stima che dall’inizio della guerra le scorte petrolifere mondiali osservate siano diminuite di 507 milioni di barili, di cui 95 milioni nel solo mese di agosto, pari a 3,1 milioni al giorno.
L’agenzia prevede inoltre per il 2026 una contrazione dell’offerta mondiale di 5,7 milioni di barili al giorno, circa il 6 per cento.
L’interruzione del Petroline non comporta dunque la scomparsa immediata dal mercato dei circa 4 milioni di barili al giorno che vi transitavano: per un periodo limitato Riad può ricorrere alle scorte di Yanbu, alla rete egiziana e ad altre soluzioni logistiche.
Ma più a lungo durerà il fermo, maggiore sarà il rischio che una quota di quei volumi diventi temporaneamente indisponibile.
Per questo, più ancora del superamento dei 108 dollari, il prossimo dato decisivo per il mercato sarà l’eventuale ripresa, anche parziale, del pompaggio sull’East-West Pipeline.





