L’uomo è il vero campo di battaglia del XXI secolo
Ho letto con attenzione la riflessione di Laura Luigia Martini Quando AI e quantum integrano la cognitive warfare sulla cognitive warfare, sulla convergenza tra Intelligenza Artificiale e tecnologie quantistiche.
E mi sono fermato su una domanda.
E se la prossima guerra non avesse più bisogno di convincerci di qualcosa, ma soltanto di impedirci di comprendere?
È questa, forse, la frontiera più inquietante del nostro tempo.
Abbiamo conosciuto la guerra combattuta con gli eserciti, con i carri armati, con gli aerei, con i missili.
Poi è arrivata la guerra economica.
Quella energetica.
Quella cibernetica.
Oggi stiamo entrando in una dimensione diversa: la guerra per il controllo della percezione.
Non si tratta più soltanto di distruggere una città.
Si può cercare di modificare il modo in cui quella città interpreta ciò che accade.
Non è necessario censurare tutte le informazioni.
È sufficiente sommergere l’uomo di informazioni, vere, false, manipolate, contraddittorie, costruite su misura.
A quel punto non serve più impedirgli di parlare.
Gli si può lasciare la libertà di parlare mentre gli si rende sempre più difficile comprendere.
Ed è qui che l’Intelligenza Artificiale può diventare contemporaneamente una straordinaria opportunità e una straordinaria vulnerabilità.
Una macchina può conoscermi attraverso i miei comportamenti.
Può riconoscere le mie abitudini.
Può individuare ciò che mi attrae, ciò che mi spaventa, ciò che mi irrita.
Può persino prevedere quale messaggio potrebbe modificare la mia reazione.
Ma c’è una cosa che dobbiamo difendere più di qualsiasi algoritmo:
la libertà interiore dell’uomo.
Perché il problema non è che una macchina possa diventare intelligente.
Il problema nasce quando l’uomo diventa dipendente dall’intelligenza della macchina.
Quando smette di verificare.
Quando smette di dubitare.
Quando smette di confrontare.
Quando accetta come vero ciò che gli viene semplicemente presentato come vero.
La guerra cognitiva potrebbe allora raggiungere il suo obiettivo più sofisticato non quando ci ordina cosa pensare, ma quando riesce a farci credere che stiamo pensando liberamente.
È una differenza enorme.
E terribile.
Per questo credo che la risposta non possa essere soltanto militare o tecnologica.
Dobbiamo costruire una nuova cultura della comprensione.
Dobbiamo insegnare alle persone non soltanto a usare l’Intelligenza Artificiale, ma a riconoscere quando l’intelligenza viene usata per orientare la loro volontà.
Perché una democrazia non vive soltanto di elezioni.
Vive di cittadini capaci di comprendere.
E una persona non è veramente libera soltanto perché nessuno le impedisce di scegliere.
È libera quando possiede gli strumenti interiori per capire perché sta scegliendo.
È qui che tecnologia e coscienza si incontrano.
Io continuo a pensare una cosa molto semplice: l’intelligenza crea strumenti.
La coscienza crea l’uomo.
E allora la domanda che dobbiamo porci davanti all’AI, al quantum e alla guerra cognitiva non è soltanto:
«Quanto diventeranno intelligenti le macchine?»
La domanda vera è:
«Quanto saremo capaci noi di rimanere uomini?»
Perché la guerra più pericolosa potrebbe essere quella che non distrugge il mondo intorno a noi.
Potrebbe essere quella che, lentamente e senza rumore, ci convince a rinunciare alla nostra libertà di comprendere.
E, una volta perduta quella libertà, potremmo non accorgerci nemmeno di averla perduta.
Questo, per me, è il vero campo di battaglia del XXI secolo.
Non il territorio.
Non il cyberspazio.
L’uomo.





