L’Europa questa notissima sconosciuta. Notissima perché sempre di più si parla di Europa di quello che dovrebbe essere e di quello che è. Sconosciuta perché non viene riconosciuta per le sue decisioni, che si dimostrano sempre contro molti suoi cittadini. Inoltre, si sta alimentando anche una sorta di preoccupazione, perché si stanno accentuando anche conflitti in tutta l’Europa (ultima la guerra in Ucraina), che potrebbero portare al declino di questo strategico progetto dell’Europa unita.
Oggi in Europa esistono lobbies che determinano le scelte e, di conseguenza, bisogna metterle in discussione proprio in questo contesto che favorisce le grandi caste estranee alla politica e al confronto democratico, che nessuno, oltretutto, ha eletto e che, di fatto, governano al di sopra e contro la politica. A costoro che non rispondono ai cittadini, non si possono delegare decisioni che devono essere prese nell’interesse di tutti.
Questo pericoloso deficit democratico si è allargato, pertanto, diventa concreto il rischio di un’involuzione della democrazia. Varrebbe la pena rifletterci in maniera più approfondita.
Rousseau sosteneva che all’atto nel quale si realizza il contratto della società politica, dove il popolo costituisce un governo, esiste un momento anteriore che è quello in cui il popolo è popolo e questa condizione è la condizione fondamentale, che stabilisce una sovranità non trasferibile, delegabile o divisibile. Per cui, al fine di mantenere le condizioni di libertà e di uguaglianza, dove nessun cittadino perde la sua sovranità, nel processo di formazione della volontà generale, questa non può essere delegata o trasferita, per investire qualcuno ad esercitarla, senza che i mandati siano revocabili in qualsiasi momento. Per Rousseau la sovranità, l’unita della politica è immanente al popolo e consiste nell’espressione della volontà generale da parte dell’assemblea popolare (universale partecipazione alla vita dello Stato e della società, democrazia)[1].
Vale anche per noi, quindi, che chi governa non deve rispondere ad altri che al popolo che democraticamente gli ha espresso il proprio consenso, e deve praticare la cultura del confronto, anche per dimostrare, effettivamente, che lo scollamento con la società, che tutti avvertiamo, non è assoluto e può essere sanato.
Oggi sempre più spesso si parla di distacco tra politica e società, lo si vede sempre più ampiamente quando si va a votare, anche nelle votazioni europee.
Urge instaurare un agire politico il cui obiettivo consiste, innanzitutto, nella cura primaria degli interessi collettivi, coordinati in sede nazionale sulla base di una gerarchia di valori che determina quali sono quelli più urgenti e quelli rinviabili.
Non ritengo che ciò sia facile, soprattutto per le profonde trasformazioni sociali prodotte dal consumismo e dalla cultura di massa di bisogni populistici.
Ovviamente questi assunti pongono l’esigenza di valutare quale debba essere il futuro dell’Europa.
Stiamo assistendo ad una trasformazione delle democrazie europee e del cittadino, espressione del popolo sovrano che è stato sostituito da una nuova tecnocrazia. Il modello conservatore, diventato il riferimento di tutto l’Occidente, ha avviato un sistematico processo di scardinamento ideologico ed istituzionale dei valori di libertà ed uguaglianza, aggravato dalla delocalizzazione dell’apparato produttivo nazionale (globalizzazione) e dal libero operare di una speculazione finanziaria senza freni (deregulation).
È così velocemente passato il tempo in cui i paesi occidentali mostravano al mondo una democrazia incentrata sui valori laici dell’uguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge e sulla tutela delle libertà individuali; valori che erano rafforzati dal principio di solidarietà che aveva come strumento il welfare.
La classe politica europea, post 1989, purtroppo, si è adeguata al modello neo liberista ed ha sostituito il “cittadino” con il “mercato” come ispiratore del suo agire e della sua visione del mondo.
Il conflitto tra democrazia e globalizzazione è diventato più aspro nel momento in cui il processo di globalizzazione ha finito per limitare l’esercizio delle politiche preferenziali a livello nazionale senza un’espansione compensativa dello spazio democratico a livello globale/regionale.
L’Europa è già dalla parte sbagliata di questo confine. Questa non è, non può essere, la via dell’Europa.
Non si possono scindere diritti e governo dell’economia. I diritti, anche alla presenza di crisi economiche, non possono essere sacrificati impunemente senza creare tensioni sociali molto pericolose e la soluzione che tutti prospettano di “avere più Europa”, presuppone che l’Europa non sia soltanto economica.
Dell’Europa sociale, tuttavia, non c’è traccia, se non un’inapplicata Carta dei diritti e quindi, per molti Paesi, Bruxelles è diventata la ‘fonte dei sacrifici’.
Questa parabola discendente dell’Europa non è imputabile solo al declino che stiamo vivendo, perché è cominciata prima della crisi finanziaria, della Pandemia e della guerra che però l’hanno sostanzialmente peggiorata. .
Sosteneva Noam Chomsky: “Le democrazie europee sono al collasso totale, indipendentemente dal colore politico dei governi che si succedono al potere. Sono ‘finite’, le democrazie del vecchio continente – Italia, Germania, Spagna, perché le loro sorti ‘sono decise da burocrati e dirigenti non eletti, che stanno seduti a Bruxelles’. Decide tutto la Commissione Europea, che non è tenuta a rispondere al Parlamento europeo regolarmente eletto. Puro autoritarismo neo-feudale; questa rotta è la distruzione delle democrazie in Europa e le conseguenze sono dittature[2]”.
Ancor più importante ed infido, perché è attuato nel più assoluto silenzio, è il processo di trasformazione dello spazio europeo in uno spazio di sorveglianza e governance economica esente da qualsiasi controllo democratico.
Questa rivoluzione dall’alto porta la neutralizzazione della democrazia parlamentare, che si riduce anche per l’accentuazione dei controlli sul bilancio e sulle manovre di finanza pubblica da parte dell’Unione Europea, che, di fatto, non fa che rappresentare la cura estrema degli interessi economici in nome dell’ortodossia neo-liberista.
Bisogna accettare passivamente questa situazione? Finché l’economia del debito, che ormai regge le nostre società dall’alto al basso, non sarà rimessa in discussione, nessuna “soluzione” sarà possibile. Ma la governance economica attuale esclude a priori questa ipotesi e per questo è disponibile a sacrificare l’intera crescita a tempo indeterminato.
Sembra ormai che non ci sia più spazio per la sovranità nazionale come strumento per restituire alla cittadinanza la sovranità, per l’appunto, che gli appartiene e, infatti, i tentativi “riformisti” di governare la transizione europea a livello nazionale collassano inevitabilmente in una obbedienza al pensiero economico unico e le differenze fra schieramenti si limitano a un’adesione più o meno “sentita” ovvero a una leggerissima rimodulazione della ripartizione dei costi delle “riforme necessarie”.
Contemporaneamente stanno diventando sempre più estese e pressanti le richieste di un’Europa politica, perché solo nella costruzione di un vero processo costituente europeo guidato dal basso e capace di accettare cessioni della sovranità nazionale e di utilizzare questo processo per restituire ai cittadini la possibilità di decidere le proprie prospettive, vi è la possibilità di uscire dalla crisi nel segno della democrazia e della giustizia sociale.
A questo punto si pone una domanda: come cambiare l’Europa? La prima opzione implicherebbe la creazione di uno spazio democratico sovranazionale. La seconda comporterebbe, invece, di poter implementare le politiche monetarie e armonizzare quelle fiscali per favorire l’obiettivo di una ripresa di più lungo termine. Più si rimanda la scelta di una di queste opzioni, più aumentano i costi politici ed economici che dovranno in definitiva essere pagati.
L’Europa, pertanto, non può avere come bussola esclusivamente il mercato: lasciare ancora a quest’ultimo la possibilità di decidere il grado di convergenza delle condizioni di lavoro e il progresso sociale significa creare ulteriore sfiducia, povertà e malcontento.
Una comunità regge se le decisioni che si prendono sono condivise dai cittadini. È per questo importante considerare sempre la legittimità di chi le assume.
In questo senso ci deve essere, a livello europeo, un governo eletto dai cittadini, poiché, se le decisioni le prendono organismi che non hanno legittimità democratica, ma sono solo tecnostrutture economiche, diviene più difficile che tali scelte vengano condivise e accettate.
Non può essere permesso che la nostra vita sia scandita da organismi come la Bce, il FMI e la stessa Unione Europea senza affrontare il problema dell’assenza di un governo europeo che sia legittimato dal voto popolare. Questo è il problema che si deve affrontare e risolvere al più presto, per cambiare profondamente l’attuale realtà dell’Unione Europea.
[1] T. Magni (a cura di), 2002, Thomas Hobbes, Leviatano, cit. pag.37, editori Riuniti.
[2] http://www.agernova. il// G. Altieri, tratto dal newsmagazine Contropiano
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