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Europa, ma noi da che parte stiamo?

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Europa

Un’Europa senza identità prende le distanze da una guerra che la tocca da vicino

«Non è la nostra guerra».

Così ha parlato, con quella sicurezza che nasce dall’assenza di responsabilità, la signora Kaja Kallas, Alto rappresentante della politica estera dell’Unione europea.

Già il titolo spiega tutto.

Che cos’è, infatti, un “Alto rappresentante”?

Non è un ministro. Non è un portavoce. È una creatura tipicamente europea: un incarico senza potere, una funzione senza Stato, una forza politica e militare priva di voce. In breve: un titolo inventato per permettere a qualcuno di parlare quando nessuno può decidere.

E la frase, infatti, è stata perfetta.

«Non è la nostra guerra».

Lo ha detto rispondendo alla richiesta degli Stati Uniti di garantire la sicurezza nello Stretto di Hormuz, dove transitano le materie prime che tengono in piedi gran parte delle economie europee. Negli Stati Uniti arriva forse l’uno per cento di quel traffico. Il resto riguarda per la gran parte noi.

E tuttavia:

«Non è la nostra guerra.»

Bene.

Nel 1917 la guerra europea non era la guerra degli Stati Uniti.
Gli americani avrebbero potuto limitarsi a osservare il Vecchio Continente mentre si dissanguava nella propria follia. E invece entrarono nel conflitto e diedero il colpo di grazia agli Imperi Centrali.

Nel 1941 la guerra in Europa non era la guerra degli Stati Uniti.
Gli americani erano stati aggrediti dal Giappone e al Giappone avevano dichiarato guerra. A Washington nessuno progettava di attraversare l’Atlantico per salvare di nuovo l’Europa dalle sue demenze politiche.

Furono Benito Mussolini e Adolf Hitler – nella loro lungimiranza da sonnambuli – a trascinare l’America nel conflitto europeo. E a guardar bene, solo Roosevelt volle prendere sul serio quelle verbose dichiarazioni di guerra che, nella zucca dei due dittatori, dovevano restare un atto politico e basta.

E quella che non era la guerra degli americani diventò innanzitutto la guerra degli americani.

Senza di loro, oggi probabilmente parleremmo tutti con l’accento di Jannik Sinner – ma non per amore del tennis – e celebreremmo in camicia bruna la memoria dell’Holodomor, mentre sugli ebrei sarebbe sceso il silenzio eterno dei cimiteri senza lapidi.

Nel 1945 gli americani avevano vinto la guerra e volevano tornare a casa.
L’opinione pubblica lo chiedeva. Le madri lo chiedevano. I soldati lo chiedevano.
Ma il presidente Harry S. Truman decise che gli Stati Uniti sarebbero rimasti in Europa.

Non per conquistarla. Per difenderla. Difenderla dall’Unione Sovietica.

Così ebbe inizio la lunga stagione della Guerra Fredda.

Gli analisti europei, alla fine della vicenda, nel 1991, e colti come al solito alla sprovvista – Giovanni Paolo II no: lui lo sapeva: forse per Grazia, certo per intelligenza – dissero che l’URSS crollò per «contraddizioni interne»: un elegante abracadabra storiografico con cui certi coglioni da salotto spiegano le vittorie ai vincitori.

Io continuo a pensare che quella guerra l’abbia vinta un uomo che i nostri intellettuali progressisti consideravano un pistolero da film di serie B: Ronald Reagan.

Ricordo ancora un mio compagno di classe – uno di quei bambocci ideologici che nascono già professorini – che il giorno della sua elezione annunciava solennemente che Reagan avrebbe scatenato la Terza guerra mondiale.

Gli risposi:

«La Terza guerra mondiale è già iniziata nel 1945, fesso. E Reagan la vincerà perché almeno lui ci crede.»

Noi, oggi, che più a nulla crediamo, diciamo che la guerra in Iran non è la guerra dell’Europa.

Non lo è anche se Israele vive sotto la minaccia nucleare degli ayatollah.

Non lo è anche se il regime iraniano opprime e stermina il proprio popolo da mezzo secolo.

Non lo è anche se i miliziani Houthi, ascari armati di Teheran, colpiscono le rotte commerciali da cui dipendono le nostre economie.

Non lo è.

E allora: ma noi da che parte stiamo?

Dalle cronache dei nostri giornali e dalle smorfie prudenti delle televisioni sembra emergere una risposta agghiacciante: da nessuna parte.

Una terzietà da spettatori.

Una neutralità da condominio.

Da una parte un regime teocratico che sogna la distruzione nucleare di uno Stato.

Dall’altra Israele e gli Stati Uniti – gli stessi Stati Uniti che, nel secolo scorso, ci hanno salvato la pelle più volte di quante la nostra memoria ingrata riesca a sopportare.

E noi?

Noi osserviamo.

Il nostro ministro degli Esteri, Antonio Tajani, invoca «diplomazia e colloqui» con la voce di Pietro De Vico quando faceva il “cacaglio” e l’aria di chi spera soprattutto che la tempesta passi come che sia.

È la diplomazia dei nani.

Quella che non media perché non ha forza, non decide perché non ha potere, non agisce perché non ha coraggio.

E ancora: noi da che parte stiamo?

La neutralità è una posizione rispettabile quando la assume un colosso politico.

Quando invece la pratica un continente che non ha esercito, non ha strategia, non ha volontà politica, diventa semplicemente vigliaccheria con la cravatta.

Questa è l’Europa di oggi.

Un continente che ha smarrito la fede.

Ha smarrito la cultura.

Ha smarrito il coraggio.

E perfino la scienza e la tecnologia sono emigrate da tempo oltre Atlantico.

Qui sono rimaste soprattutto due cose: classi politiche presuntuose e una paura monumentale di assumersi responsabilità.

Una volta l’Europa faceva la storia. Era la storia.

Oggi la guarda passare.

E mentre la guarda passare continua a ripetere – con quella voce flebile che hanno le civiltà quando stanno invecchiando:

«Non è la nostra guerra».

E allora, per l’ultima volta: ma noi da che parte stiamo?

Autore

  • Biagio Buonomo

    Biagio Buonomo, napoletano, Dottore di Ricerca in Storia e a lungo professore a contratto di Letteratura Italiana presso l'UNISOB, è stato per ventitré anni notista culturale dell'Osservatore Romano. Scrive saggi di letteratura che pubblica e romanzi che, almeno fino a ora, tiene ben chiusi nel cassetto.

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