
Piuttosto che il discutibile inno alla Gioia, dovrebbe essere il meraviglioso Magnificat vivaldiano l’inno dell’Unione europea. Un testo sacro in latino musicato magistralmente che richiama le radici multiculturali dello spazio europeo. Invece, abbiamo finanche dedicato a Carlo Magno uno dei principali immobili delle istituzioni europee. Il re dei Franchi, Carlo Magno, sepolto ad Aquisgrana, sede dove il presunto asse franco-tedesco è nato e ritualmente si rinnova, che fu nel IX secolo l’artefice di un breve impero giudaico-cristiano che intese convertire con forza inaudita i politeisti Sassoni al monoteismo cristiano per consolidare terre e ricchezze in un potere centrale simboleggiato dal suo conio, croce e delizia anche dell’attuale euro. Non fu un caso che (Enrico VIII vendicò questa storia e che sua figlia Elisabetta cercava di diventare sposa di Ivan, noto come il terribile, di quel mondo russo da cui i Sassoni provenivano.
Al tempo di Carlo Magno, i commercianti ebrei avevano accesso alle grandi rotte commerciali – la Via della Seta verso l’India e la Cina e la strada dell’incenso, che portava dal Mediterraneo fino all’Arabia meridionale (attuale Oman e Yemen) – che servivano gli interessi di dominio della Renania scambiando esotici beni preziosi con prodotti cristiani d’uso comune, e prestando denaro ad usura (attività che era interdetta ai cristiani). A quel tempo, nelle famiglie ebree lavoravano servi cristiani, medici ebrei curavano i cristiani e gli ebrei per le strade erano una vista comune. Gli ebrei, come poi più tardi furono i protestanti luterani e calvinisti, avevano come principio il perfezionamento dell’essere umano – principio comune anche alla Massoneria – attraverso il sapere e la cultura. La fake news delle radici giudaiche-cristiane dell’Europa – propagata dal “laico” Marcello Pera e dal convertito al cristianesimo Magdi Allam ma anche da Khaled Fouad Allam – fu bocciata dai referendum francesi e danesi sulla Costituzione europea (tanto cara al “socialista” Giuliano Amato) – e non trovò più riscontri nel testo finale del Trattato di Lisbona (2007) che della laicità ne fece bandiera. Possiamo anche ricordare che una importante sentenza della Corte costituzionale italiana, nel 1989, riconobbe la laicità come principio fondante dello Stato. Una secolarizzazione necessaria che ha distrutto, però, quel senso della vita e della condivisione sociale senza la quale non possono esistere né i popoli né le nazioni e gli Stati. Un meccanismo maldestro che ha amplificato il già presente nichilismo europeo (e occidentale).
In base alla fake news giudaico-cristiana e all’ascesa dell’Europa renana degli anni ’90 è stata costruita un’Unione europea distopica che non riconosce il ben più pregnante nesso che dall’VIII secolo, in contemporanea a Carlo Magno, costruiva l’unitarietà mondiale incentrata sul sapere, dai monaci benedettini che si spinsero fino alle remote terre angliche al fondante contributo universale musulmano che fu la ereditato dai falāsifa che le scienze costituiscono le vie, i percorsi attraverso i quali l’anima dell’uomo si perfeziona e si assimila all’intelletto divino.
Attraverso l’adattamento delle dottrine dei filosofi arabi – grazie all’opera di Domenico Gundisalvi – si contribuì a veicolare al mondo latino la percezione di un legame intrinseco fra la gnoseologia e l’epistemologia araba, nel contesto dell’ampia discussione sul modo in cui la nostra mente concepisce l’ente, come processo di astrazione delle forme presenti in potenza nell’uomo dai dati percettivi (si ricordi, a questo proposito, il troppo dimenticato San Tommaso, in particolare il suo “L’ente e l’essenza”). L’organizzazione gerarchica delle scienze è inestricabilmente legata al processo cognitivo, che determina i vari modi di esistenza delle forme che preesistono nell’intelletto Agente. È indubbiamente attraverso questo canale che l’epistemologia araba è stata resa compatibile con le premesse del modello conoscitivo aristotelico.
La trasmissione latina dell’”Iḥṣā al-Ulūm” di al-Fārābī e dei vari contributi di Avicenna in Andalusia fino alle terre dei Franchi, sono il cuore culturale e intellettuale dell’Europa.
Tutto ciò testimonia la connessione della letteratura alchemica, mineralogica e medica araba, diffusa a partire dalle traduzioni dall’arabo, con la filosofia naturale scolastica. Attraverso gli scritti di questi autori si può tracciare una prima via di trasmissione dei contenuti del De scientiis di Domenico Gundisalvi, da Toledo ai principali centri intellettuali dell’Europa medievale. Basandosi su ciò che dice Aristotele negli Analitici Secondi, i pensatori arabi hanno posto l’accento sul ruolo essenziale dell’induzione, dell’osservazione e della sperimentazione nella dimostrazione dei principi di una scienza. Ciò dimostra che l’impianto delineato da al-Fārābī garantisce a questa nuova concezione del sapere pratico una vasta ripercussione nella concezione di alcune discipline come l’aritmetica e la geometrica pratica, la musica, l’ottica, l’astrologia, la scienza dei pesi e la scienza dei procedimenti ingegnosi.
Senza questi pregnanti contributi non sarebbe nato l’Umanesimo.
Avere coscienza di ciò che c’era all’origine (sicut erat in principio) offre numerosi motivi d’interesse sia in chiave storica sia per una lettura di tipo speculativo. Il modello epistemologico tracciato da al-Fārābī costituisce un ponte culturale tra lingue e tradizioni diverse, che da Baġdād, attraverso la Spagna musulmana, giunge fino al mondo medievale latino.
La successiva costruzione dello Stato-nazione – figlia di un Concilio di Trento manipolato dai gesuiti e da papa Giulio II – è una deviazione dal percorso millenario dal quale doveva nascere l’Europa moderna. Il suicidio di questa Europa – una breve parentesi di qualche secolo – è avvenuto nel 1914 e le sue conseguenze continuano a ripetersi dopo il 1989 fino ad oggi.
Ri-fondare significa ripartire dalle fondamenta. Le nostre società ne hanno un urgente bisogno.





