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Emissioni, facciamo il punto tecnico?

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Lo svantaggio dell’Italia

L’Emission Trading System europeo nasce correttamente: chi emette anidride carbonica deve acquistare un permesso, denominato EUA, corrispondente a una tonnellata di CO₂.

Il numero delle quote diminuisce progressivamente, facendo salire il costo delle emissioni e rendendo più convenienti gli investimenti nelle tecnologie pulite.

Il problema è che il meccanismo opera in un’economia europea priva di energia abbondante, infrastrutture adeguate e alternative industriali immediatamente disponibili.

Per l’Italia esiste uno svantaggio.

La produzione elettrica dipende ancora in misura rilevante dal gas, che incorpora sia il costo del combustibile sia quello delle quote ETS.

Poiché le centrali a gas contribuiscono spesso a determinare il prezzo marginale dell’elettricità, il valore della CO₂ si trasferisce sull’intero mercato attraverso bollette più elevate.

Con una quota a 70 euro, una centrale a gas che emette circa 0,37 tonnellate di CO₂ per MWh sostiene un costo carbonico prossimo a 26 euro per MWh; per un impianto a carbone si possono superare i 60 euro.

È un differenziale enorme rispetto ai concorrenti localizzati in Paesi senza un prezzo equivalente del carbonio.

L’ETS riduce, così, le emissioni europee, ma può farlo anche trasferendo produzione, investimenti e occupazione all’estero: è il fenomeno del carbon leakage.

L’atmosfera non ne ricava benefici, mentre l’Europa perde capacità industriale.

La situazione diventa più delicata dal 2026.

Per acciaio, alluminio, cemento, fertilizzanti, idrogeno e altri prodotti interessati dal CBAM è iniziata la graduale eliminazione delle quote gratuite, destinata a completarsi nel 2034.

Il dazio climatico alle frontiere dovrebbe compensare lo svantaggio, ma protegge soprattutto il mercato interno, non le esportazioni europee, e presenta problemi di calcolo, elusione e verifica delle emissioni incorporate.

Un produttore italiano che esporta resta quindi esposto al costo ETS, mentre il concorrente extraeuropeo può non sopportare un onere analogo.

Dal 2012 al 2024 le aste ETS hanno generato per l’Italia circa 18,2 miliardi di euro, se finiscono nella spesa corrente, l’ETS diventa una tassa industriale; se finanziano reti, nucleare, cattura della CO₂, idrogeno realmente competitivo, elettrificazione e contratti energetici di lungo periodo, possono accompagnare la trasformazione produttiva.

Serve correggere l’architettura: tetto alle oscillazioni speculative, quote gratuite fino alla disponibilità di tecnologie sostitutive, compensazione piena dei costi indiretti, tutela delle esportazioni e restituzione automatica dei proventi alle imprese che decarbonizzano.

Dal 2028, inoltre, l’ETS2 estenderà il carbon pricing a combustibili per edifici e trasporto stradale, con possibili ricadute su riscaldamento e carburanti.

L’Europa rischia di contabilizzare meno emissioni semplicemente perché avrà prodotto meno: sarebbe deindustrializzazione certificata.

Autore

  • Marco Pugliese

    Marco Pugliese, docente di ruolo area STEAM, giornalista economico scientifico, analista per il CISINT, cura corsi di geopolitica, geoeconomia, politica energetica. Docente di coding, ambito didattico, e nuove tecnologie, IA applicata alla didattica. Presidente di OpenIndustria.

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