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ELEZIONI LIGURI, IL RISULTATO POTRA’ FAR TORNARE LA PARTITOCRAZIA A PARLARE DI POLITICA?

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di Giuseppe Augieri

Vi è uno strano – ed interessante – incrocio di giudizi in alcune testate giornalistiche di “propensione” politica diversa sulle elezioni in Liguria e sulle riflessioni da fare dopo il risultato.
Il primo punto da tener presente è che vi sono stati slittamenti di voto all’interno delle due coalizioni. Mentre quelli che hanno visto la pesante sconfitta del M5S con voti travasati verso il PD hanno una logica, lo spostamento avutosi tra FI, FdI e Lega va riesaminato con molta più attenzione. In Liguria si è votato perché una vicenda giudiziaria accompagnata da una campagna mediatica – che ha visto l’entusiasmo della sinistra e «una vigliacca acquiescenza della destra» – ha portato alle dimissioni di Toti. Se la sinistra pensava di passare all’incasso è stata sbertucciata. Ma il centro-destra ha vinto solo grazie ad una candidatura indovinata. Insomma, per una mossa azzeccata. Sullo sfondo, la considerazione che gli uni e gli altri «hanno decretato per l’ennesima volta la sottomissione della politica e della democrazia al populismo giudiziario». E qui sta il punto. Non tutto il popolo li ha seguiti su questa strada. Oltre il 50% non è andato a votare. La maggioranza non ha inteso smentire quanto fatto sinora in Regione.
«Se non avesse la paranoia della vittoria contro il Male, forse la sinistra comincerebbe a vincere»… e questa «è un’ossessione che regala un inusitato potere di veto alle componenti periferiche della coalizione». Il Riformista parte da questo. Negli appuntamenti elettorali, come nella quotidiana attività di opposizione, ogni atto da compiere va vissuto a sinistra come un giudizio di Dio. L’imperativo è vincere: «non in quanto si sostiene di poter fare meglio degli altri, ma perché loro –formalmente definiti avversari, ma si continua a pensarli nemici – si disinteressano del bene pubblico, sono incapaci e volgari, hanno le mani nel malaffare, magari sono personalmente corrotti e perché no alleati di qualche mafia….». Insomma, la tesi è che c’è un errore di gestione, di metodo, di linea.
Di parere diverso l’Unità: « il problema si chiama Giuseppe Conte, non Matteo Renzi». Assegnando così a quest’ultimo – che fa di tutto per meritarselo – la pregiudiziale ipotesi di aver chiesto ai suoi di boicottare Speranza. Non questioni di linea o questioni interne. Con Schlein «appoggiandosi anche all’istinto di sopravvivenza dei dirigenti» è stato fatto un buon lavoro e «il PD inizia a sfoggiare qualcosa che somiglia a un’identità politica». Dunque il problema sta nelle alleanze.
Una tesi che a me sembra debole. E il vituperato (anzi ex vituperato) Renzi lo mette in chiaro.
«Il veto non è una categoria della politica ma un atteggiamento tardo-adolescenziale di chi non ha mai fatto gavetta politica»: tono (solito) a parte, il concetto mi sembra giusto. Perciò la proposta è «trovare un compromesso tra la sinistra, un accordo su dieci punti di programma. Un contratto alla tedesca, o quello che Prodi chiamava Fabbrica del programma. Si individuano dieci punti e ci impegniamo tutti a realizzarli se andremo al Governo …»
Dunque non veti ma proposte, non la strada giudiziaria ma quella progettuale, non la speculazione politica ma la elaborazione. Voglio vedere che fine farà questa idea, gettata sul tavolo con la giusta tempistica. Da chi, con tutti i suoi difetti, sa fare politica. L’Unità dice che il problema non è Renzi: dunque la proposta si può discutere senza confondere il fare politica con l’essere simpatici. L’abbandono dei teologia dei veti fa perdere peso a chi sa di non essere capace né di portare idee mediabili con quelle di altre né di accettare la metodologia del confronto per giungere al compromesso: il Riformista, che pone questo problema, rappresenta l’idea di qualcuno o no?
Può succedere addirittura che si ritorni a parlare di Politica. Renzi o non Renzi, una strada diversa da quella che porta all’eterna sconfitta sembra adombrata. E’ un sogno che accarezzo da tempo.

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  • Redazione

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