Contro ogni buonsenso
Ai Pride italiani, ragazzi effeminati, ma biologicamente maschi, dichiarano davanti alle telecamere, con sicurezza assoluta, di avere le mestruazioni.
Non è una provocazione. Non è satira. Ci credono. Lo affermano come si afferma di avere il raffreddore.
Fino a qualche decennio fa, prima che la legge Basaglia chiudesse i manicomi, un’affermazione del genere avrebbe prodotto un ricovero. Oggi produce applausi.
È il principio dell’autopercezione, architrave dell’intera costruzione ideologica della sinistra.
Se dovesse valere, dovrebbe valere per tutti. Chi scrive ha più di sessant’anni, ma si percepisce ventenne: le banche mi dovrebbero concedere il mutuo agevolato riservato ai giovani. Un disoccupato che si percepisce chirurgo dovrebbe poter entrare in sala operatoria. Invece, ci riderebbero in faccia. Mentre questi obnubilati vengono presi sul serio.
Al Senato degli Stati Uniti, gennaio 2026, la ginecologa Nisha Verma viene interrogata dieci volte dal senatore Hawley: “Un uomo può restare incinto?”. Non riesce a dire no. Una specialista dell’apparato riproduttivo femminile che davanti alla più elementare domanda della biologia si blocca. Non per ignoranza. Per paura.
La parola che ha reso possibile tutto questo ha sei sillabe. In-clu-sio-ne.
Una parola nobile, nata per fare spazio al disabile, al marginalizzato, a chi il sistema esclude per difetto strutturale. Quel significato è stato sequestrato.
“Inclusione” oggi non significa più accogliere chi resta indietro. Significa abolire ogni criterio, ogni distinzione, ogni confine tra il vero e l’assurdo. È diventata un piede di porco: lo strumento con cui si forza la serratura del buonsenso per fare entrare qualsiasi aberrazione.
A Bologna, il Comune a guida PD ha inaugurato un consultorio per “persone con capacità gestante”. A Bari, l’Università ha vietato “buongiorno a tutti” perché non inclusivo, imponendo “fabbra”, “medica”, “ingegnera”. L’ateneo è sedicesimo nella classifica Censis: la priorità non è formare studenti, è declinare pronomi.
In centinaia di mense scolastiche il prosciutto è sparito per non offendere gli alunni islamici, sostituito da piatti halal. L’inclusione alimentare funziona a senso unico: non è il nuovo arrivato che si adatta alla casa. È la casa che stravolge la propria tavola.
In 322 istituti la “carriera alias” sostituisce il nome anagrafico con quello percepito. Il ministro Valditara ha dovuto emanare una circolare per vietare lo schwa nei documenti scolastici. Che un ministro della Repubblica debba intervenire con un atto formale per difendere la lingua italiana nelle scuole dice tutto sulla profondità dell’infiltrazione e della cancrena.
Per anni gli sceneggiati di Rai 1 hanno inserito sistematicamente personaggi omosessuali non perché la trama lo richiedesse, ma perché la quota lo imponeva. Il pubblico generalista ha risposto con il telecomando.
Il delirio ha investito l’immaginario collettivo. Biancaneve, che nella fiaba ha la pelle bianca come la neve, è stata affidata a un’attrice sudamericana che ha definito il classico del 1937 “sessista” e il principe “uno stalker”. Il bacio alla fanciulla addormentata è stato giudicato violenza: lei non poteva dare il consenso. Per svegliarla senza commettere reato, il principe dovrà munirsi di trombetta da stadio.
I sette nani sono stati cancellati e sostituiti da folletti digitali, togliendo agli attori affetti da nanismo l’unico ruolo scritto proprio per loro.
Risultato per la Disney: 270 milioni investiti, 115 milioni di perdite.
La Sirenetta danese dai capelli rossi è stata scurita. Anna Bolena, regina inglese del Cinquecento, è diventata nera. Cleopatra affidata a un’attrice afroamericana, con le proteste dell’Egitto.
I social offrono 70 identità sessuali modulabili in 420 combinazioni. L’eterosessualità non compare: è stata ribattezzata “cisgender”, come se la normalità biologica della specie necessitasse di un neologismo per essere nominata. L’inclusione non aggiunge. Cancella.
Nello sport, l’inclusione ha rubato 890 medaglie alle donne. Il femminismo ha taciuto.
Atleti biologicamente maschi, con struttura ossea, massa muscolare e capacità polmonare maschili, hanno gareggiato per anni nelle competizioni femminili. Bilancio certificato dalla relatrice speciale ONU: più di 890 medaglie sottratte a oltre 600 atlete in 29 discipline.
Alle Olimpiadi di Parigi, la pugile algerina Imane Khelif – cromosomi XY accertati nel 2025, biologicamente e fisicamente un uomo – ha costretto l’italiana Angela Carini al ritiro dopo 46 secondi con un destro al volto.
Carini si è inginocchiata al centro del ring e ha pianto. Per aver detto “non è giusto” è stata crocifissa e accusata di codardia e di discriminazione. Per non aver accettato di farsi pestare in silenzio.
Le aziende hanno pagato il conto. Bud Light: 26 miliardi di capitalizzazione bruciati per una lattina spedita a un personaggio transgender. Target: 15 miliardi persi in dieci giorni. Disney: vertice sostituito, ogni riferimento a “diversità e inclusione” rimosso dai bilanci. Microsoft, Meta, Ford, Harley-Davidson, Walmart: tutti in fuga.
In Europa no. Le direttive comunitarie blindano l’inclusione forzata per legge. In America si può almeno boicottare. In Italia si paga e si tace.
Ma il cuore nero dell’inclusione come piede di porco è nell’immigrazione. Il 9% della popolazione che produce il 34,7% degli arrestati, il 69% dei borseggi, il 43% delle violenze sessuali. Otto miliardi di rimesse che ogni anno lasciano il Paese.
Il 51% dei pensionati stranieri che percepisce assegni assistenziali senza aver versato un euro di contributi. Numeri pubblici, fonti Viminale e Banca d’Italia. Ma numeri indicibili. Perché citarli, nel vocabolario dell’inclusione obbligatoria, è razzismo.
Il meccanismo è la neolingua di Orwell. Così “diritti” è diventato sinonimo di “desideri”: un figlio è un desiderio, non può essere un diritto. Perché quando diventa diritto legalizza moralmente l’orrore dell’utero in affitto e della relativa compravendita di neonati.
Quindi “inclusione” è diventata sinonimo di “rinuncia a distinguere”.
Il confine del dicibile si sposta ogni giorno, sempre nella stessa direzione. Ma non serve neanche la censura: basta l’autocensura.
Milioni di persone sanno perfettamente che un uomo non può avere le mestruazioni, che i confini vanno difesi, che il merito viene prima della quota. Lo pensano. Non lo dicono. Per paura di essere chiamati razzisti, sessisti, transfobici, omofobi. La più grande vittoria dell’inclusione obbligatoria non è aver convinto. È aver zittito.
L’inclusione non include. Espelle chiunque dissenta. Una porta che non si chiude mai non è inclusiva. È sfondata. Una società che non sa più dire “no” a nulla non è aperta. È conquistata. Inclusione ha cessato di significare accoglienza. Significa sottomissione.






