
L’intervista del senatore Giovanni Pellegrino al Corriere della Sera, per la tempistica oltre che per i contenuti, fa pensare ad una sorta di pietra tombale sul trentennio ulivista, seguito, dopo la parentesi democristiana, al ventennio fascista (ogni similitudine è voluta).
Persino le date sembrano evocare parallelismi storici.
La Marcia su Roma è datata 22 ottobre 1922.
Settant’anni dopo, il 17 febbraio 1992, prende avvio quell’insieme di azioni giudiziarie che ha preso il nome di Mani Pulite, con le quali non si è solo messo in luce il sistema del finanziamento dei partiti tramite le tangenti, ma si è distrutto il sistema dei partiti che aveva dato vita alla Costituzione e alla Prima Repubblica e che aveva governato l’Italia, avendo come perno la Democrazia Cristiana, dall’immediato Dopoguerra in poi.
Pellegrino sostiene che l’azione giudiziaria rispondeva ad un teorema, ossia che il secolo che stiamo vivendo avrebbe dovuto vedere il governo della magistratura.
La democrazia parlamentare avrebbe dovuto essere sostituita da una tecnocrazia giudiziaria.
Un disegno chiaramente eversivo dei principi della Costituzione che andrebbe, se ha fondamento quanto dice Pellegrino, perseguito in quanto tradimento.
Giovanni Pellegrino non è uno qualsiasi. Senatore del Pci-Pds, presidente della Giunta delle autorizzazioni a procedere nel 1992 e presidente della Commissione stragi nel 1994.
La questione relativa a Mani Pulite per Giovanni Pellegrino non è una novità. Ne ha parlato diffusamente nel libro intervista a Giovanni Fasanella “La guerra civile” (Bur).
Dice Pellegrino nell’intervista a Fasanella: “Dall’arresto di Chiesa partì tutto, ma la data più importante secondo me è un’altra, è il 25 aprile di quello stesso anno, il giorno in cui, dopo Francesco Cossiga, eleggemmo Oscar Luigi Scalfaro alla presidenza della Repubblica. Nell’opinione pubblica montava in modo sempre più percepibile l’insofferenza verso un regime politico che tendeva a sopravvivere a se stesso a alle condizioni storiche che lo avevano determinato. E Scalfaro se ne fece interprete nel discorso d’investitura, scagliandosi contro l’istituto dell’immunità parlamentare, che secondo lui si era trasformato in una sostanziale impunità. Quelle parole suonarono come campane a morto per la prima Repubblica: erano un segnale non solo alla procura di Milano, ma a tutte le procure d’Italia”.
Scalfaro, dunque, diede il via libera, ma cosa stava dietro a quel via libera di un democristiano?
Pellegrino lo spiega poche righe dopo.
“Lei – chiede Fasanella – visse quella stagione da protagonista, alla presidenza della Giunta per le autorizzazioni a procedere del Senato. Sulla sua scrivania passarono molti dei processi a esponenti della prima Repubblica. Che idea si è fatto di Mani Pulite?”.
Risposta: “Fu la “ghigliottina italiana”, un golpe giudiziario o una provvidenziale opera di bonifica della politica italiana? Voglio ripeterlo ancora una volta, a costo di apparirle noioso: il sistema politico italiano, che era stato modellato dalla guerra fredda, non poteva sopravvivere alla fine del comunismo, andava purificato attraverso un bagno di verità e quindi profondamente riformato per passare a una fase nuova. Questa esigenza non venne avvertita e il compito, che doveva essere della politica, se lo assunse la magistratura, che perseguì con determinazione un preciso disegno strategico”.
Fasanella. “Vuol dire che i magistrati andarono oltre i loro compiti?”.
Risposta: “Voglio dire proprio questo, che perseguirono con lucidità e determinazione un loro obiettivo: colpire la politica. Non dimenticherò mai un libro che uscì all’inizio degli anni Novanta, e che io lessi in francese, parlava della giustizia o il caos ed era il condensato della nuova ideologia che si stava diffondendo nella magistratura di diversi Paesi dopo il crollo del Muro. In quel libro c’erano una serie di interventi di giudici tedeschi, francesi, portoghesi e italiani (tra cui Gherardo Colombo, uno del pool milanese, e Bruti-Liberati), che teorizzavano la necessità di un nuovo mondo in cui la politica sarebbe divenuta una categoria evanescente…”
Fasanella: “Possibile? Teorizzavano un mondo senza politica?”.
“Più o meno”.
Se contestualizziamo storicamente gli eventi nel quadro mondiale, possiamo ora ben vedere, con il senno di poi, e alla fine di un trentennio progressista e globalista, dai tratti nazisti, che quelle affermazioni rispondevano all’idea di fondo della finanza internazionale, delle multinazionali e delle élite tecnocratiche, che la democrazia andasse sostituita con la tecnocrazia.
Chiaramente la magistratura, in questa accezione, era parte integrante della tecnocrazia al servizio della finanza.
Dopo il ventennio fascista, con il Duce che era un agente degli inglesi e che, pertanto, accompagnava alla bandiera italiana quella di Sua Maestà, contestualmente con Mani Pulite è arrivata l’imbarcata sul Britannia degli italiani che hanno avuto come compito quello, ancora una volta, di accompagnare alla bandiera italiana quella di Sua Maestà.
Se l’idea di sottofondo di Mani Pulite era tecnocratica in ordine al nuovo ordine mondiale gestito dalla finanza e dagli Stati Uniti che si consideravano gli unici gendarmi del mondo, l’imbarco sul Britannia aveva come idea di sottofondo la svendita dell’Italia.
L’imbarcata avvenne il 2 giugno 1992, festa della Repubblica per fare la festa all’Italia.
Anche in questa data c’è una sorta di simbologia da capire. Con la svendita dell’Italia finiva la prima Repubblica, che aveva visto lo Stato in economia e cominciava la Repubblica nelle mani altrui: fondi, multinazionali, tecnocrati.
A dare continuità al disegno ci hanno pensato i democristiani di sinistra legati alla finanza bianca e i comunisti diventati Pds, ritenuti, come spiega bene nell’articolo pubblicato su questo stesso numero del giornale Ugo Finetti, più affidabili della Dc per gli Stati Uniti d’America.
“È significativo – scrive Finetti – come gli americani – scomparsa l’Urss e di fronte al dissolvimento dei partiti di governo – non considerassero più negativamente gli ex comunisti in scena. Per Serwer [l’incaricato d’affari dell’Ambasciata, ndr] – 7 giugno ’93 – «gli ex comunisti del Pds sono forse gli interlocutori più affidabili in questo frangente politico» e nel marzo ’94, alla vigilia delle elezioni, dall’ambasciata auspicano la vittoria di «un’alleanza di centrosinistra a guida Pds» considerandola «come partner affidabile della Nato», mentre «un esecutivo di centrodestra si caratterizzerebbe per una minore disponibilità a riconoscere la leadership americana».
Finetti si basa su documenti contenuti nel libro dello storico Andrea Spiri, The End. 1992-1994. La fine della prima Repubblica negli archivi segreti americani, Baldini&Castoldi, Milano 2022, dal quale risulta che il consolato Usa a Milano era frequentato da Borrelli e D’Ambrosio e che gli americani non digerivano l’autonomia d’azione italiana nel Mediterraneo. Ne faranno le spese nel trentennio post democristiano e ulivista, Bettino Craxi, Giulio Andreotti e Gheddafi, per la cronaca agente dei servizi italiani al tempo della rivoluzione contro re Idris.
Mani Pulite, pertanto, non nasce dall’ansia di pulizia di un pool di magistrati, ma da un disegno politico del quale, ed eccoci arrivati al punto che riguarda l’attualità, era a conoscenza Massimo D’Alema.
Pellegrino, nell’intervista al Corriere, riporta infatti un dialogo con Massimo D’Alema: “Era la primavera del 1993. Mi concesse un incontro ma dopo pochi minuti mi zittì: “Come al solito voi avvocati siete contro i pubblici ministeri. Volete capirlo che questi di Milano stanno facendo una rivoluzione? E le rivoluzioni si sono sempre fatte con le ghigliottine e i plotoni d’esecuzione. Perciò cosa vuoi che sia qualche avviso di garanzia o qualche mandato di cattura di troppo? Eppoi Luciano Violante mi ha detto che possiamo stare tranquilli, perché Mani Pulite non se la prenderà con noi”.
Dopo il 1992, anno cruciale per la fine della Prima Repubblica e l’instaurazione di governi tecnocratici, a proseguire l’opera progettata ci ha pensato l’Ulivo, costituito da Massimo D’Alema e da Romano Prodi e poi il Pd, che dell’Ulivo è figlio diretto.
Quello che fa pensare, pertanto, non è tanto la novità, che non c’è, delle affermazioni di Pellegrino sul disegno, ma la tempistica e la chiamata in causa diretta di Massimo D’Alema come colui che sapeva del disegno e che giustificava la ghigliottina che calava sulla Prima Repubblica, sui partiti, su un intero sistema che lui, insieme a Romano Prodi, si apprestava a sostituire.
In questo trentennio di progressivo tentativo di erodere la democrazia per affermare la tecnocrazia, il disturbante Silvio Berlusconi è stato massacrato giudizialmente e costretto alle dimissioni per dare spazio ad un teorizzatore della fine della democrazia come Mario Monti, chiamato sul fronte da Giorgio Napolitano. Monti non a caso ha scritto Demagonia, ossia agonia della democrazia. Monti lamenta il fatto che non ci siano politici che non hanno paura dell’impopolarità, mettendo in opera misure impopolari dettate, ovviamente, da logiche superiori, che appartengono alle élite.
E’ strano come tutto venga allo scoperto e così assuma un significato anche la frase contestata di Sergio Mattarella sulla sovranità europea.
Nella nostra Costituzione la sovranità appartiene al popolo e Mattarella dovrebbe ben saperlo.
L’Unione Europea non ha una Costituzione ed è, a tutti gli effetti, un mostro giuridico e burocratico, entro il quale il Parlamento ha poteri limitati, se non di pura formalità.
Dire che con le elezioni tra pochi giorni consacriamo la sovranità dell’Unione Europea significa, in perfetta linea con quanto è avvenuto da trent’anni a questa parte, dire che la sovranità è trasferita alla tecnocrazia, con bandiera franco tedesca.
Rimane da chiedersi, a questo punto, solo una cosa: la tempistica.
Che il trentennio ulivista sia stato un periodo di continua affermazione di logiche tecnocratiche ed elitarie è usare un eufemismo, ma quel che si capisce, dalle testimonianze, dalle carte, dai libri, è che il mondo anglosassone ha benedetto per anni il passaggio, in Italia, dalla democrazia alla tecnocrazia.
L’uscita su un giornale da sempre attento ai venti che spirano sul Tamigi di un’intervista dove, in pratica, si dice che D’Alema conosceva e condivideva il disegno, significa dire che il Pds e l’Ulivo sono stati il braccio politico di un disegno tecnocratico tendente a sostituire la democrazia, ma significa anche che, probabilmente, dal mondo anglosassone sono arrivati ora venti di tramontana sul trentennio e sui suoi protagonisti.
Se è così, ne vedremo delle belle.





