La nuova indipendenza economica dell’America nei suoi 250 anni
I Trump Accounts probabilmente rappresentano molto più di una misura economica o di uno strumento finanziario destinato alle nuove generazioni.
Rappresentano forse il primo tentativo di tradurre il concetto politico del Make America Great Again in un progetto economico destinato a durare una generazione intera.
L’America che Donald Trump e il movimento MAGA immaginano di ricostruire non è quella della globalizzazione degli ultimi trent’anni, quella delle filiere produttive disperse nel mondo, della dipendenza industriale dall’Asia e della progressiva sostituzione del lavoro manifatturiero con la finanza e i servizi digitali.
È, invece, il tentativo di riportare al centro il nucleo originario del sogno americano che ha accompagnato la crescita degli Stati Uniti nel secondo dopoguerra e che, nella percezione di milioni di cittadini americani, si è progressivamente indebolito.
In quella visione il percorso era semplice e lineare, un lavoro stabile, un salario sufficiente per mantenere una famiglia, una casa di proprietà, la possibilità di garantire ai figli condizioni migliori rispetto a quelle ricevute dai genitori e la convinzione che impegno, sacrificio e merito potessero tradursi in mobilità sociale e prosperità diffusa.
Per il trumpismo questo meccanismo si è spezzato con la deindustrializzazione, la delocalizzazione produttiva e la finanziarizzazione dell’economia.
Intere regioni industriali hanno perso fabbriche, salari e prospettive mentre la ricchezza si è concentrata nelle grandi aree finanziarie e tecnologiche delle coste.
È da questa lettura che nasce la filosofia dei Trump Accounts, previsti dalla grande riforma fiscale approvata nel 2025 e divenuti operativi il 4 luglio 2026, giorno scelto simbolicamente per aprire le celebrazioni del duecentocinquantesimo anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza americana.
Ogni bambino americano nato tra il 2025 e il 2028 riceve un capitale iniziale di mille dollari investito nell’economia americana e destinato a crescere nel tempo grazie ai contributi delle famiglie, delle imprese e del rendimento dei mercati finanziari.
Non assistenza pubblica ma proprietà privata, non welfare permanente ma partecipazione diretta alla crescita economica nazionale, non dipendenza dal sistema sociale statale ma accumulazione di capitale individuale, non cittadino beneficiario ma cittadino investitore, non redistribuzione della ricchezza ma costruzione della ricchezza.
È una risposta conservatrice alle tradizionali proposte progressiste dei baby bonds e alle politiche fondate sull’espansione dello Stato sociale.
L’idea non è che il governo debba accompagnare economicamente il cittadino per tutta la vita, è l’offerta per un punto di partenza dal quale costruire autonomia economica, patrimonio personale e indipendenza finanziaria attraverso il mercato e la crescita americana.
Ogni bambino che riceve quel capitale iniziale diventa simbolicamente proprietario di una piccola parte dell’America stessa. L’obiettivo non è soltanto finanziario ma culturale, politico e strategico.
Creare milioni di piccoli azionisti significa creare milioni di cittadini direttamente interessati al successo delle imprese americane, alla solidità dei mercati finanziari e alla competitività dell’industria nazionale.
Il successo dell’economia americana diventa così anche il successo delle famiglie americane.
Dietro questa scelta esiste una visione geopolitica precisa. Per decenni Washington ha costruito e guidato la globalizzazione favorendo un sistema nel quale la produzione si spostava dove il costo del lavoro era inferiore e le catene logistiche diventavano sempre più lunghe e vulnerabili.
La pandemia, la competizione strategica con la Cina, la guerra tecnologica sui semiconduttori e la fragilità delle supply chain hanno cambiato profondamente questa percezione.
Il nuovo obiettivo diventa allora la ricostruzione della sovranità industriale americana, il ritorno della manifattura, la riduzione delle dipendenze strategiche esterne, il rafforzamento della classe media proprietaria e la trasformazione del risparmio nazionale in investimento produttivo interno.
Questa visione implica, però, anche l’accettazione di una fase di transizione difficile e, per molti americani, dolorosa.
Dazi, rilocalizzazione industriale, tensioni commerciali, riduzione delle dipendenze esterne e ridefinizione delle catene produttive comportano inevitabilmente costi economici e sociali nel breve periodo.
La filosofia che attraversa il pensiero economico del trumpismo può essere sintetizzata in un concetto semplice, attraversare una fase difficile oggi per tornare più forti domani.
È la stessa logica che accompagna le grandi riconversioni industriali e le trasformazioni strategiche delle potenze economiche, sacrifici nel presente per ottenere maggiore autonomia economica, sicurezza nazionale e capacità produttiva nel futuro.
I sostenitori del movimento MAGA interpretano questa fase come una cura necessaria per correggere gli squilibri prodotti da decenni di globalizzazione e deindustrializzazione.
I critici, al contrario, ritengono che questa strategia rischi di aumentare polarizzazione sociale, disuguaglianze e tensioni politiche senza alcuna garanzia che il risultato finale corrisponda alle aspettative.
È probabilmente proprio all’interno di questa frattura che si gioca oggi il dibattito sul futuro degli Stati Uniti: accettare il costo della transizione per ricostruire il sogno americano oppure preservare i benefici della globalizzazione cercando di correggerne gli squilibri senza modificarne l’impianto.
Il duecentocinquantesimo anniversario dell’indipendenza americana assume un significato che va oltre la celebrazione storica. Nel 1776 l’America cercava l’indipendenza politica dalla Corona britannica.
Nel 2026 la narrativa trumpiana propone una nuova indipendenza, questa volta economica, industriale e tecnologica dalla dipendenza produttiva esterna e dalle vulnerabilità della globalizzazione.
I Trump Accounts sono molto più di uno strumento finanziario, sono il simbolo di un nuovo contratto sociale americano nel quale lo Stato non promette protezione permanente ma la possibilità di partecipare direttamente alla ricchezza nazionale.
È il ritorno a una delle idee più profonde della cultura politica americana: non possedere soltanto un lavoro, ma possedere una parte dell’America stessa.


Elena Tempestini, giornalista, storica, speaker radiofonica, comunicazione, capo redattore di Idee di Governo.


