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Lampedusa, il Papa, la povertà e le domande che non possiamo evitare

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Papa Leone XIV a Lampedusa

Solidarietà e responsabilità doveri imprescindibili

Il Papa, a Lampedusa, ha parlato di un sistema economico mondiale che genera povertà ed esclusione.
È il suo compito: ricordare che dietro ogni numero c’è un essere umano, che nessuno deve essere abbandonato, che la sofferenza degli ultimi non può lasciarci indifferenti.

Ma la compassione non può fare a meno della realtà.

Perché la realtà ci dice una cosa straordinaria: negli ultimi due secoli il mondo, nel suo complesso, è diventato enormemente meno povero.

La povertà estrema, che nel 1800 riguardava la stragrande maggioranza dell’umanità, oggi interessa circa il 10% della popolazione mondiale.

La mortalità infantile è crollata, l’aspettativa di vita è raddoppiata, centinaia di milioni di persone sono uscite dalla miseria grazie alla crescita economica, alla medicina, alla tecnologia e al commercio globale.

Questo non significa che il mondo sia giusto.
Significa che raccontarlo come un luogo sempre più povero e disperato non corrisponde ai fatti.

Esistono ancora guerre, dittature, fame, Stati falliti e milioni di persone senza futuro. Ma, proprio perché il mondo ha fatto passi giganteschi, oggi quelle tragedie sono ancora più intollerabili.

Ed è qui che il discorso sulla povertà si intreccia inevitabilmente con quello dell’immigrazione.

Perché se milioni di persone continuano a lasciare Africa e Medio Oriente per raggiungere l’Europa, non è solo per la povertà.

Fuggono anche da guerre, persecuzioni, corruzione, assenza di libertà, sistemi politici falliti e, in alcuni casi, da società che non sono riuscite a costruire sviluppo e stabilità.

Ma anche l’Europa dovrebbe avere il coraggio di dire una seconda verità.

L’accoglienza non può significare rinunciare al governo dei confini.
L’Italia è passata in pochi decenni da Paese di emigrazione a Paese con oltre  cinque milioni e mezzo di cittadini stranieri residenti, circa il 9% della popolazione. Negli anni Novanta gli stranieri erano poco più dell’1% dei residenti.

In termini proporzionali la presenza straniera è cresciuta di molte volte rispetto a trent’anni fa.

Questa trasformazione è stata enorme, rapidissima, e spesso non accompagnata da politiche di integrazione adeguate.

Dire questo non significa accusare gli immigrati nel loro insieme.
Sarebbe ingiusto e falso.

Milioni di persone straniere lavorano, pagano le tasse, assistono i nostri anziani, fanno parte delle nostre comunità.

Ma sarebbe altrettanto sbagliato negare che esistano problemi di integrazione, aree di degrado, criminalità giovanile, marginalità sociale e fenomeni che molte città italiane conoscono molto bene, come per esempio a Milano!

Prendiamo Milano, la città più internazionale e più ricca d’Italia, quella che per anni è stata indicata come il modello dell’integrazione.

Oggi, però, Milano è anche la città dove il termine “maranza” è entrato nel linguaggio quotidiano.

Un fenomeno che non nasce dall’immigrazione in sé, ma dal fallimento di una parte dell’integrazione.

Giovani, spesso figli di immigrati o cresciuti in quartieri periferici, che si sentono estranei al Paese in cui vivono, che si aggregano in gruppi violenti, protagonisti di rapine, aggressioni, furti, intimidazioni e fenomeni di degrado urbano che hanno riempito le cronache degli ultimi anni.

Sarebbe profondamente ingiusto attribuire questi comportamenti a milioni di immigrati onesti che lavorano, studiano e rispettano le leggi. Ma sarebbe altrettanto sbagliato negare che esista un problema.

Perché quando l’immigrazione è governata male, quando si lasciano entrare migliaia di persone senza un serio percorso di integrazione, senza scuola, senza lavoro, senza prospettive e talvolta senza nemmeno un’identificazione efficace, si creano inevitabilmente sacche di marginalità che possono trasformarsi in criminalità e tensione sociale.

Milano diventa allora un esempio concreto di ciò che non dovrebbe accadere: non il fallimento dell’immigrazione, ma il fallimento della politica, che per anni ha oscillato tra due estremi ugualmente sbagliati: chi sosteneva che l’accoglienza dovesse essere senza limiti e chi, all’opposto, pensava che ogni immigrato fosse un pericolo.

La realtà è più complessa.

E la realtà ci dice che l’accoglienza, per funzionare, deve andare di pari passo con regole, controlli, integrazione e rispetto della legge.

Forse il Papa, attraversando quella porta simbolica a Lampedusa, avrebbe potuto ricordare anche questo: che la solidarietà è un dovere, ma lo è anche la responsabilità.

Perché l’abbandono degli immigrati alla marginalità non è un atto di umanità; è semplicemente un altro modo di creare nuove povertà, nuove ingiustizie e nuovi conflitti sociali.

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