Il greggio iracheno, la Siria e la nuova guerra dei corridoi
TotalEnergies investirà in due oleodotti, due progetti che disegnano due direzioni strategiche diverse per sottrarre il greggio mediorientale alla vulnerabilità di Hormuz: a est, gli Emirati potenziano la direttrice Habshan – Fujairah verso il Golfo di Oman e, quindi, verso l’Oceano Indiano; a ovest, il greggio iracheno potrebbe trovare una nuova via attraverso la Siria fino al Mediterraneo.
TotalEnergies ha confermato l’investimento in entrambe le direttrici, mentre l’attuale pipeline Habshan–Fujairah ha una capacità di circa 1,8 milioni di barili al giorno e Abu Dhabi punta a raddoppiarla.
Il 18 agosto Israele ha colpito la base siriana di Abu al-Duhur, mentre la Turchia consolidava la propria cooperazione militare con Damasco. La motivazione dichiarata da Israele riguardava il possibile dispiegamento turco nella base.
La Siria sta acquisendo un valore strategico completamente nuovo e potrebbe diventare un ponte energetico tra la Mesopotamia e il Mediterraneo.
La crisi di Hormuz ha prodotto una conseguenza che va oltre il prezzo del petrolio, ha trasformato la geografia della vulnerabilità energetica.
Per decenni il sistema energetico del Golfo ha convissuto con un paradosso, un’enorme concentrazione di risorse strategiche in un’area geografica relativamente ristretta, mentre una delle principali vie di uscita del petrolio e del gas mondiale era costretta a passare attraverso uno stretto di poche decine di chilometri.
La geografia aveva così trasformato Hormuz in una vera e propria arma geografica. Ma non c’è necessità di controllare l’intero mercato energetico mondiale se è sufficiente rendere incerta la continuità dei flussi. Questa è la vulnerabilità che sta spingendo gli Stati e le grandi compagnie energetiche a costruire nuove architetture di sicurezza.
Il progetto degli Emirati lo dimostra, la direttrice orientale porta il greggio sulla costa del Golfo di Oman senza costringerlo ad attraversare Hormuz.
La direttrice iracheno-siriana è, invece, quella occidentale, cambia la direzione geografica di una parte del petrolio mediorientale, portandolo dalla Mesopotamia verso il Mediterraneo.
Non è un semplice bypass infrastrutturale, ma la costruzione di una profondità strategica alternativa.
In questo passaggio, la Siria cambia natura strategica, perché non sarebbe più soltanto il teatro della guerra civile, della competizione tra Iran, Russia, Turchia, Israele e Stati Uniti, potrebbe diventare un territorio/corridoio, un ponte energetico tra la Mesopotamia e il Mediterraneo.
Ha stazioni di pompaggio, terminali, depositi, snodi ferroviari e stradali, sistemi di controllo, linee elettriche, impianti di sicurezza.
Però, ha bisogno di un territorio politicamente stabile e qui possiamo comprendere che la sicurezza di un corridoio energetico comincia molto prima della sua entrata in funzione, comincia dalla capacità di controllare il territorio attraverso il quale dovrà passare.
L’episodio di Abu al-Duhur assume una dimensione strategica.
Israele ha colpito la base siriana mentre la Turchia stava cercando di consolidare la propria cooperazione militare con Damasco, la motivazione israeliana riguarda la presenza militare turca e il timore che Ankara possa acquisire una capacità di proiezione troppo significativa nella Siria post-Assad.
Israele ha sostenuto che Damasco fosse prossima a consentire il dispiegamento di forze turche nella base; Turchia e Siria hanno contestato questa ricostruzione.
Washington, attraverso l’inviato speciale Tom Barrack, ha definito l’attacco un’escalation non necessaria e sta lavorando a un meccanismo di deconfliction tra Israele, Turchia e Siria.
È un punto molto sottile comprendere che la stessa geografia che oggi viene contesa militarmente, potrebbe domani diventare la geografia di un nuovo corridoio energetico; questo potrebbe cambiare completamente il valore delle basi.
Una base militare collocata lungo un futuro corridoio non è soltanto una piattaforma per operazioni militari, ma una piattaforma di controllo territoriale.
La competizione tra Israele e Turchia sulla presenza militare in Siria dev’essere osservata anche alla luce della più ampia trasformazione energetica del Medio Oriente.
La Turchia ha un interesse evidente a trasformare la Siria in una profondità strategica del proprio spazio regionale. Ankara non guarda alla Siria soltanto attraverso la lente militare, la guarda come spazio di connessione tra Anatolia, Levante, Iraq e Mediterraneo.
Israele guarda alla stessa geografia da una prospettiva completamente diversa.
Chi può acquisire capacità militari, missilistiche, logistiche e infrastrutturali lungo la frontiera settentrionale di Israele?
Chi può costruire una presenza capace di modificare l’equilibrio strategico del Levante?
Gli Stati Uniti si trovano in mezzo, Washington mantiene un interesse fondamentale nella stabilizzazione della Siria e nella prevenzione di una nuova espansione iraniana, ma deve contemporaneamente evitare che il confronto tra Israele e Turchia trasformi la Siria post-Assad in un nuovo teatro di competizione diretta tra alleati e partner americani, quindi è necessario distinguere tra coordinamento e convergenza.
Israele e Stati Uniti possono condividere obiettivi strategici senza che ogni operazione israeliana sia necessariamente ordinata o approvata preventivamente da Washington.
Distinzione fondamentale per non trasformare un’analisi geopolitica in una teoria del complotto. Ma convergenza di interessi non significa identità di obiettivi, né coordinamento operativo, è questo che rende la nuova Siria così importante.
Mentre il sistema energetico cerca di costruire vie alternative a Hormuz, il Medio Oriente sta contemporaneamente ridisegnando le proprie direttrici terrestri.
A est, gli Emirati costruiscono una via di uscita verso Fujairah e, quindi, verso l’Oceano Indiano, a ovest, l’Iraq guarda alla Siria e al Mediterraneo. Tra queste due direttrici rimane il Golfo, con Hormuz al centro della vecchia architettura ma sta perdendo progressivamente la caratteristica più pericolosa, quella di essere l’unica porta.
La rivoluzione strategica in atto non è sostituire lo Stretto, ma trasformarlo da passaggio obbligatorio a uno dei diversi punti di uscita; se ci pensiamo è una rivoluzione di alta strategia, è la capacità di scelta a dare il potere.
Energia e potenza militare diventano inseparabili e le infrastrutture energetiche devono seguire la sicurezza, ma, allo stesso tempo, la sicurezza comincia a essere costruita intorno alle infrastrutture energetiche.
È il paradosso dei corridoi; prim’ancora che venga posato il tubo, qualcuno deve decidere chi controllerà il territorio prima che arrivi il petrolio, qualcuno deve garantire la sicurezza della rotta prima che il terminale venga costruito, qualcuno deve assicurarsi che nessun avversario possa trasformarlo in una vulnerabilità.
Il Medio Oriente che sta emergendo non ricerca nuove forniture ma nuove geometrie di potere.
Quindi: Emirati verso Fujairah; Iraq verso la Siria; Siria verso il Mediterraneo; Turchia dentro la nuova architettura siriana.
Israele è impegnato a impedire che quella profondità strategica sfugga al proprio controllo e, allo stesso tempo, gli Stati Uniti sono impegnati a mantenere un equilibrio tra alleati e interessi divergenti.
L’Europa, in questo momento, ha un interesse diretto per diversificare le proprie fonti ma, soprattutto, le proprie vie di approvvigionamento.
Come ho scritto più volte, il Mediterraneo torna a essere ciò che la sua geografia gli aveva assegnato da sempre, non un margine dell’Europa, ma una delle principali piattaforme strategiche del sistema energetico mondiale.
Quindi, la partita diventa anche italiana.
Se il petrolio iracheno può arrivare al Mediterraneo attraverso la Siria, il baricentro energetico europeo può progressivamente spostarsi verso le rotte mediterranee.
La Siria, da spazio di conflitto e territorio da controllare può trasformarsi in infrastruttura geopolitica. Un corridoio da proteggere e da rendere politicamente disponibile.
Il Mediterraneo centrale, il Canale d’Otranto, l’Adriatico e i collegamenti verso l’Europa continentale tornano ad assumere un’importanza che va ben oltre la dimensione commerciale.
L’Italia si trova esattamente dentro questa geometria geografica quale territorio terminale, piattaforma logistica, sistema portuale e nodo mediterraneo.
La domanda è: come si prepara l’Italia a un nuovo equilibrio nel quale il Mediterraneo potrebbe tornare centrale e nel quale gli interessi italiani non possono essere delegati né a Washington né a Bruxelles?
Deve decidere quale ruolo vuole avere dentro quelle rotte, quali infrastrutture proteggere, quali porti rafforzare, quali alleanze costruire, quali interessi energetici difendere e quale peso politico esercitare in Europa.
La geografia sta offrendo a Roma un’opportunità, ma la geografia, da sola, non produce potenza, deve esserci la capacità di saper trasformare una posizione geografica in strategia.
Potrebbe essere questa la domanda che si nasconde dietro la frase di Giorgia Meloni quando, nell’intervista al New York Times, rivendica per l’Italia il diritto di stare «al tavolo di quelli che decidono».
Non sappiamo se quella frase alluda a questa precisa architettura, ma il problema strategico geografico c’è.
Se gli altri stanno ancora costruendo le nuove strade dell’energia, l’Italia deve decidere se limitarsi a percorrerle o contribuire a disegnarle e, questa volta, ha la possibilità di essere sulla rotta giusta.
Il prossimo equilibrio del Mediterraneo non sarà deciso soltanto da chi possiede il petrolio, né soltanto da chi possiede la forza militare, sarà deciso da chi saprà trasformare energia, sicurezza, infrastrutture, porti, diplomazia e posizione geografica in un’unica strategia.





