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Dal partito cattolico al partito dei Vescovi

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Cardinale e Arcivescovo Zuppi

Dalla Balena bianca al partito di Zuppi

Riallacciandomi agli spunti offerti per un dibattito sul tema dal direttore, Silvano Danesi, vorrei presentare al pubblico qualche riflessione sulla presenza dei cattolici in politica nell’ultimo trentennio, per capire come da un partito di cattolici si è passati a un partito di vescovi.

Com’è noto, se il Risorgimento ha fatto l’Italia a dispetto della Chiesa e dei cattolici, la Repubblica invece è stata costruita dal cattolicesimo politico e sul suo partito, la Democrazia Cristiana, si è imperniata dal 1946 al 1994, trovando soprattutto in esso, più che in qualsiasi altra istituzione, il perno della sua stabilità, a dispetto anche di lunghi periodi di incertezza nelle maggioranze di governo.

Dopo l’esperienza di un partito di cattolici fatta col PPI, quella del partito dei cattolici, tenuto unito dai pronunciamenti del magistero papale ed episcopale, ha fatto sì che l’Italia conoscesse forse la più lunga epoca di dominio incontrastato in Occidente di una formazione politica che avesse come cardine la Dottrina sociale della Chiesa e il Personalismo filosofico.

Difesa del diritto natural progresso sociale sono state le coordinate teoriche della DC, che è stata il centro del sistema in ben quattro diverse formule parlamentari: il centrismo, il centrosinistra, il compromesso storico e il pentapartito, in ognuna delle quali una delle diverse anime del partito –  moltiplicatesi sia per la necessità di tenere insieme sensibilità diverse sia per la grande massa di voti e di tesserati per forza di cose eterogenei  – ha dato un apporto alla costruzione del paese, che, con i suoi pregi e i suoi difetti, si è rispecchiato nella Balena Bianca più che in qualsiasi altro partito, esattamente come il paese si è riflesso in essa.

Purtroppo il logorio di un lungo potere avviò la DC, come scrisse Augusto del Noce, ad una decadenza culturale che fu il drammatico prodromo di quella politica, irreversibile, che ebbe una brusca accelerata con gli scandali teleguidati ma fondati di Tangentopoli.

Da allora i cattolici in politica, perduta la pregiudiziale anticomunista in seguito alla caduta del Muro e non più cementati dalle indicazioni unitarie di voto del magistero ecclesiastico e dalla conservazione del potere, si sono adattati ad una ennesima condizione operativa, ossia la presenza di più partiti cattolici.

E se la CEI e la Curia Romana degli anni novanta del secolo scorso tentarono di ricostruire l’unità politica dei cattolici attorno al Centrodestra, da un lato la refrattarietà del laicismo tecnocratico berlusconiano e della destra neogollista di AN come del regionalismo antiromano della Lega, e dall’altra lo slittamento da tempo in corso verso sinistra della base militante del laicato impegnato e delle strutture parapolitiche del mondo cattolico impedirono questo progetto.

Il grosso della sensibilità ai temi del diritto naturale del cattolicesimo politico traslocò a destra, dapprima con lo scisma del Centro Cristiano Democratico dalla Democrazia Cristiana prossima a diventare Partito Popolare Italiano, indi con la nuova scissione, che spaccò il PPI, tra Cristiani Democratici Uniti, collocatisi nel Polo della Libertà, e Popolari, accasatisi nell’Ulivo.

Il CCD e il CDU, per rendersi più forti, si fusero poi nell’Unione di Centro, che fu uno dei pilastri, anche se il più debole, del quadriforme Centrodestra, trasformatosi da duplice Polo della Libertà e del Buongoverno in Casa della Libertà, grazie alla fertile fantasia di Berlusconi, sempre pronto a ripensare il mercato dei suoi prodotti politici.

Il tentativo dei cattolici cosiddetti teodem, in alleanza con gli atei devoti, di esercitare la golden share valoriale nel Centrodestra italiano raggiunse un buon risultato tra il 2001 e il 2008, mentre la vittoria al referendum sulla fecondazione assistita nel 2005 mostrò al mondo che la Chiesa italiana era ancora in grado di esercitare una influenza determinante nel nostro paese, che si poteva arginare, come poi si fece in subiecta materia, solo con qualche golpe giudiziario, tipo la sentenza della Corte Costituzionale sulla legge 40, che venne smantellata.

E, ancora, fu il trasversalismo cattolico imperniato però sulla presenza cristiana nel centrodestra che sbarrò la strada alla legge sui DI.CO, che era targata dalla parte laica e socialista di FI, anche se fu il Governo dell’Unione a tentarne inutilmente il varo.

Nel complesso, nel centrodestra non vi fu tanto un cattolicesimo liberale o neocentrista, ma uno conservatore, che fu una delle anime, ma non la sola, del corpo elettorale di quella coalizione..

Dall’altro lato, buona parte della sensibilità sociale del vecchio mondo democristiano traslocò nel Centrosinistra. I Popolari, a cui abbiamo fatto cenno, spezzarono l’unità del vecchio PPI proprio per candidare un cattolico democratico alla guida dell’Ulivo e per insediarlo a Palazzo Chigi, ossia Romano Prodi.

Per non avviarsi all’irrilevanza, tuttavia, ben presto i Popolari dovettero fondersi nella Margherita con altri due partiti centristi di matrice cristiana, ossia i Democratici dello stesso Prodi e Rinnovamento Italiano del tecnico metamorfico Dini, e con un partito centrista laico, l’Unione di Centro di Maccanico.

La linea progressista cattolica si andava  ibridando con una più laica attraverso lo strumento della fusione partitica. Sembrava come se la matrice cattolica del riformismo dovesse essere sbiadita per lasciare il posto a un mero progressismo per così dire tecnocratico.

Questo fu l’inizio dell’eclisse del cattolicesimo democratico in Italia, ossia di quella che un tempo era stato lo spirito della Sinistra DC, pur nel pluralismo subcorrentizio che la caratterizzava.

Era un processo regressivo simile a quello parallelo del PCI, divenuto PDS  e poi DS, con la differenza che il comunismo aveva molto da guadagnare trasformandosi in socialismo e socialdemocrazia, mentre la democrazia cristiana, diventando democrazia e basta, perdeva via via la sua specificità, senza aver bisogno di espiare colpe storiche che, al massimo, erano imputabili agli uomini, e non ai programmi.

Quando nel 2008 la politica italiana passò al bipartitismo, si consumò la tragedia del cattolicesimo politico in più partiti, e si passò alla formula dei cattolici in più partiti non soltanto di ispirazione cristiana e personalista.

La stura venne dalla sinistra, con la fusione della Margherita con i DS in un Partito Democratico che portava al laburismo anglosassone sia la tradizione socialista italiana che quella democratica cristiana. Già la prima veniva così snaturata, la seconda poi venne addirittura rinnegata, senza veruna ragione.

Da quel momento la laicizzazione della sinistra cattolica e di quella parte del mondo cattolico italiano che la votava divenne irreversibile anche se apparentemente insensibile.

Dall’altra parte, la creazione ancora più artificiale del Popolo della Libertà come contenitore onnicomprensivo del moderatismo italiano e del suo conservatorismo, sulla base di una fragile assimilazione a quello anglosassone e specialmente americano, produsse dapprima la scissione dei Popolari Liberali dall’UDC e poi l’espulsione di quest’ultimo dall’alleanza.

In questo modo, anche i cattolici di centrodestra divennero sostanzialmente irrilevanti. Il crollo del sistema della Seconda Repubblica non invertì il trend: l’UDC divenne uno dei cardini di un risorto ma fragile polo centrista il cui perno era però la formazione mondialista di Mario Monti, Scelta Civica.

L’ultimo resto del cattolicesimo politico organizzato venne fagocitato dal movimento meno cristiano di tutti, con una tendenza, del resto, similare a quella del PPE, trasmutatosi da formazione cristiana a forza massonico globalista.

Nel tempo che è seguito, il voto cattolico è stato il primo protagonista di eccezionali migrazioni elettorali sovraniste, dall’M5S alla Lega a FDI, mentre molti elettori democristiani hanno fatto naufragio sui lidi dell’astensionismo.

I partiti cattolici, intesi come UDC e Noi Moderati, sono sopravvissuti ai minimi termini solo nel Centrodestra, nonostante il secondo sia la fusione di ben tre precedenti formazioni politiche, Noi con l’Italia, Coraggio Italia e Italia al Centro, delle quali due erano di ispirazione cattolica e una, addirittura, nata dalla confluenza di altri tre ulteriori micropartiti, ossia Idea, Europeisti e Italia al Centro.

La rottamazione di Matteo Renzi, ex scout diventato pretoriano dell’Internazionale Dem, fedele al magistero di Obama più che a quello papale, ha deforestato il PD delle vecchie querce della Sinistra cattolica, mentre il suo governo ha introdotto nella legislazione italica le unioni civili omo ed eterosessuali e la legge filoeutanasica sul fine vita, segnando la resa completa del mondo cattolico alle istanze della secolarizzazione.

L’avvento di Elly Schlein, già attivista sorosiana nella campagna elettorale di Obama, alla segreteria del partito ha fatto sì che i pochi superstiti del cattolicesimo democratico organizzato ne uscissero con Tempi Nuovi, che assorbì Popolari in rete, Insieme e Popolari per l’Italia, trovandosi così ad avere più componenti che voti.

Il supporto della Gerarchia ecclesiastica a questa operazione non ha dato nessun valore aggiunto, tanto più che essa aveva individuato come potenziale leader quel Mario Draghi che, più che per il suo cattolicesimo, si è distinto per neoliberismo e monetarismo, due dottrine economiche agli antipodi del magistero ecclesiastico in materia.

La presenza distinta di ottimi cattolici politici anche nell’attuale esecutivo di centrodestra, come Alfredo Mantovano, non cambia la sostanza dell’analisi fino ad ora fatta: i cattolici nella politica al massimo si distinguono personalmente, ma non più come forza organizzata.

L’unica speranza per loro è l’onda lunga restauratrice che viene da Oltremanica e Oltreoceano, due luoghi geograficamente lontani ma culturalmente in grado di influenzare il nostro paese.

In questa disintegrazione pulviscolare, si comprende come dal partito dei cattolici, ossia la DC, si è arrivati a quello dei vescovi, ossia la Conferenza Episcopale Italiana. Per capirlo, dobbiamo fare un passo indietro.

Tra le ragioni del tracollo della DC ci sono stati quattro errori del partito: aver trascurato l’approfondimento culturale, lasciando l’Italia dapprima sotto il magistero di Croce e poi sotto quello di Gramsci; non essere riuscita a coagulare attorno a sé una finanza bianca di reale rilievo e radicata come quella delle grandi famiglie che si riunivano a Mediobanca; non aver creato una rete di comunicazioni sociali amica, come invece fece Craxi con la Fininvest di Berlusconi; aver tralasciato di permeare importanti settori dello Stato – come la magistratura – e del parastato – come l’Università e la scuola.

La Chiesa italiana, finita la Balena Bianca, poteva sopperire almeno alla prima di queste carenze e in parte alla terza e alla quarta, certo non come un partito, ma con una buona efficacia.

La CEI, senza più la mediazione del partito cattolico, si rapportò essa stessa cogli schieramenti politici e ottenne molti più benefici di quanto avesse avuto in passato, perché spesso le esigenze politiche di Piazza del Gesù avevano fatto aggio sulla Via Aurelia e a volte persino sul Vaticano. Era nato il partito dei vescovi, nelle cui fila si faceva a gara per entrare, da destra a sinistra.

Gli anni di Camillo Ruini e di Angelo Bagnasco furono segnati dalla conservazione e dalla tutela del diritto naturale, senza abbracciare esclusivamente né l’interpretazione liberale né quella statalista della dottrina sociale della Chiesa, sulla quale si dividevano i cattolici dei due poli.

Il movimentismo cattolico era equamente diviso tra di essi: CL e Opus Dei a destra, AC e ACLI – sin dagli anni Settanta – a sinistra.

Quando però l’offensiva mondialista travolse il Vaticano di Ratzinger, si portò dietro anche la CEI, presa alle spalle.

L’ascesa al soglio di Francesco, che ragionava in termini di opposizione Nord-Sud e non Est-Ovest in campo sociale e che veniva da una regione del mondo dove il sincretismo cattocomunista aveva prodotto la Teologia politica della Liberazione, fece sì che anche la Chiesa italiana, già spazzata dal vento della secolarizzazione, venisse spostata verso il progressismo sociale a scapito della difesa del diritto naturale.

Ciò scompaginò il fronte cattolico, perché i conservatori e i liberali al suo interno non erano più interessati ad entrare nel partito dei vescovi, mentre questo, appiattito sulla politica di vassallaggio verso il mondialismo fatta dal Vaticano a livello globale, si è anch’esso stretto fin quasi alla simbiosi con il PD e con la galassia di poteri che ruotano attorno ad esso (ANM, MD, Confindustria, i media mainstream, CGIL, le ONG), non dopo fallimentari tentativi di emancipazione, tutti sempre fatti nell’area progressista, compreso quello di infiltrare il sovranismo pentastellato targato Grillo – Casaleggio. Questo processo si è avviato con Bassetti ed è arrivato all’apice con la presidenza di Zuppi alla CEI.

Le caratteristiche di questo partito sono la spiegazione del suo insuccesso, nonostante l’appoggio di potenti movimenti ecclesiali come la Comunità di Sant’Egidio e di influenti Ordini come quello dei Gesuiti.

Minimalismo  etico, terzomondismo globalista – ossia migrazionismo – inclusivismo neosessantottino, cattocomunismo in salsa latinoamericana – privilegiando la rozza Teologia della Liberazione a fronte delle raffinate riflessioni degli intellettuali come Franco Rodano, che si era confrontato col pensiero di Gramsci – e collateralismo con il PD e i suoi satelliti sono elementi di molto indigesti ai cattolici non partecipanti alla burocrazia ecclesiastica sinodale.

La flessione dei praticanti ha reso ancora più ininfluente l’apporto del partito dei vescovi, il quale è attirato dalle plaghe oramai desertificate della sinistra come, per usare una immagine non mia, Napoleone dalla steppa russa.

Sconfitto più volte alle politiche e ai referendum di recente tramite i suoi alleati, il partito dei vescovi non si accorge del vuoto di politica e di valori che c’è nel mondialismo, specie nella sua variante di sinistra, non si avvede di come le sue finte battaglie sociali sono funzionali all’egemonia dell’altissima finanza globalista e non certo all’emancipazione dei ceti subalterni, mentre non riesce ad essere neutrale nella disputa tra chi ancora sostiene il mondialismo e chi lo sta, vittoriosamente, smantellando.

Detesta Donald Trump, che ha posto un freno alla deriva abortista statunitense e idolatra un Macron che ha inserito l’interruzione di gravidanza in Costituzione. Persino nella polemica culturale che è collaterale alla disputa politica il partito in violetto soffre di strabismo: il suo organo di stampa, Avvenire, ha lanciato strali, in parte condivisibili, sulla teotecnocrazia di Thiel, ma non ha mai proferito verbo sulla predicazione transumanista, e quindi atea, di Harari al World Economic Forum di Davos.

È un vero peccato vedere come gli attuali presuli si attardino in soluzioni compromissorie tra una Chiesa che è in decadenza e un progressismo allo sfascio, ignorando del tutto le problematiche del presente.

In esse vi sarebbe ancora spazio per un impegno cattolico sociale e politico, che sapesse attingere alle sue radici ancora verdi. La speranza sta in quella iniziativa spontanea e autonoma dei laici che il Concilio Vaticano II, nella Gaudium et Spes, ha messo alla base dell’impegno civile dei battezzati, bypassando le formule ideologiche della sua sparuta Gerarchia.

Autore

  • Vito Sibilio

    Vito Sibilio

    Vito Sibilio, docente di storia e filosofia nei Licei, PhD in Storia Medievale, storico patrio, scrittore, saggista, co-fondatore di Christianitas, membro dei cc. sc. di Medioevo Latino, Femininum Ingenium, scrive su theorein.it, reportnovecento.com e StoriaDelMondo.

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