Home Opinioni Crisi del rapporto cittadini e giustizia e crisi del mondo delle toghe

Crisi del rapporto cittadini e giustizia e crisi del mondo delle toghe

0
giustizia

Verso dove stiamo andando

Lo sostengo da molto tempo che il rapporto tra cittadini e mondo della giustizia è in grave e profonda crisi.

La sacralità delle stanze dei Tribunali e delle Corti sono violate prima ancora che dagli insulti ai magistrati e agli avvocati o dalle minacce espresse a costoro da una “irrispettosa” – e molto spesso prezzolata – stampa che, invece di fare informazione sui fatti, si attarda sulla “ipotesi” di ciò che potrebbe essere accaduto e cosa no.

La mia generazione ha visto crescere nei quotidiani e in TV una “minacciosa” e, per certi versi, “patologica” attenzione di certa stampa (non tutta!) sui temi giudiziari come fossero storie di nera/rosa da rotocalchi che finiscono per attrarre lettori o telespettatori.

Prima degli anni 89/90 non vi erano che piccoli trafiletti o articoli di apertura per processi di risonanza nazionale, ma sempre con il garbo e l’attenzione del cronista e del giornalista e il rispetto delle regole e delle rispettive professionalità (Pubblici Ministeri, Difensori e Giudici).

Adesso, in realtà, grazie a trasmissioni che noi tutti conosciamo, i processi e gli esiti processuali sono “anticipati”; sono romanzati e sono posti in dubbio persino dopo sentenza passata in cosa giudicata.

Quante volte, anche di fronte a sentenze passate in giudicato si consente, senza un’approfondita conoscenza degli atti e dei fatti, di fare illazioni sugli esiti dei processi. Tutto lecito come opinione un po’ meno se senza prove si tenta di demolire il lavoro di ricostruzione processuale.

Quante volte la stampa, in particolare televisione, ma non solo, commenta esiti di processi diversi, in distinti gradi di giudizio, in modo “succulento”. E bolla queste situazioni processuali del tutto normali come “stranezze”, ma non lo sono affatto. Senza contare che si assiste a un’analisi di elementi di diritto e di fatto compiuta da emeriti profani in materia.

Non voglio demonizzare la stampa, che è un valore sacrosanto, e, quando è libera, è il termometro della democrazia di un Paese, ma, su certi temi non si può discettare, come se fosse naturale farlo senza una conoscenza e competenza della materia e delle carte processuali.

Il principio secondo cui si può tutti parlare di tutto è assolutamente errato e da osteggiare. Chi scrive non potrebbe mai sostenere conversazioni su temi di cui non conosce nulla o poco se non renderle “conversazioni da bar”. Ma a tutti è dato discutere di calcio e di giustizia.

Occorre rispetto di chi svolge la funzione di giudice, di pubblico ministero e di avvocato. Quel rispetto che, in primo luogo, parte dalla umiltà di non sapere, di non conoscere di essere competenti – se lo si è – in altro.

Ma ci rendiamo conto che queste nostre parole sono suoni che vagano nel deserto delle menti voluto dai media?

Denunciare delle situazioni anomale è la linfa vitale della stampa libera, ma anticipare con ricostruzioni del tutto fuorvianti situazioni di fatto e di diritto non è informare, ma si concretizza una “manipolazione” di massa di chi non ha gli strumenti per discernere.

Quindi, sì a una stampa che denuncia le iniquità e le ingiustizie, ma un “no” secco e deciso a una stampa che cerca di anticipare giudizi o di condizionare decisioni nell’opinione pubblica.

Vi è un limite chiaro tra informare, fare giornalismo d’inchiesta e manipolare i fatti e le circostanze. La giustizia e i magistrati sono le colonne portanti di ciò, è una cosa seria e aspra. Occorre ristabilire i parametri e gli equilibri.

Se, però, da una parte è necessario stigmatizzare una certa “informazione manipolativa”, bisogna fare una seria e severa riflessione sia sul caso Palamara sia su quanto sia libera l’avvocatura.

Non vi è alcun dubbio che il caso Palamara ha messo a nudo un “sistema” di attribuzione di incarichi e, quindi, di potere senza precedenti. Molti, leggendo queste mie parole, obietteranno: ma tutto ciò era noto.

Sì, lo era, almeno non quanto fosse strutturato, ma un conto è essere noto e un conto è capire quanto questo “sistema” fosse attivo e capace di condizionare la vita giudiziaria, e non solo, dei tribunali italiani, cosa speriamo cessata.

Anche qui, ovviamente, giova ricordare, vige la presunzione di innocenza, ma al CSM (2018/2023) era forse dovuto fare chiarezza, almeno sotto il profilo disciplinare, cosa che non ci pare si stata fatta.

I cittadini, che stupidi non sono, hanno visto che il CSM si è autoassolto o non ha trattato per nulla la vicenda. Nessuno intende interferire con quanto accaduto, ma è indubbio che tutto ciò non ha giovato all’immagine di indipendenza e autonomia della magistratura.

È impensabile – dovendo banalizzare – che l’unico “responsabile” – se lo sarà, visto che anche per lui vi è il principio di innocenza – sia il Dott. Luca Palamara. È inconcepibile che il “sistema” fosse così ben organizzato e, al tempo stesso, fosse in mano a una persona sola.

Sarebbe stato un momento di rigenerazione del sistema giustizia, mentre, invece, è stato un momento nel quale vi è stata la mera colpevolizzazione solo del Dott. Luca Palamara.

Onestamente – e lo ha detto anche il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella – la vicenda non fa onore alla stragrande maggioranza di quei magistrati che ogni giorno lavorano con abnegazione, con coscienza, con coraggio e che, in molti casi, rischiano la loro vita e quella dei loro cari.

La vicenda in se, di cui ormai non si sente più parlare, ha avuto un suo momento di clamore e poi lo strapiombo del silenzio e, soprattutto, dell’immobilismo del “sistema” di autogoverno e anche del Parlamento. Tutto questo non ha fatto bene al rapporto tra cittadini e giustizia.

La giustizia è una cosa seria e non devono esserci ombre di alcun genere. Una responsabilità – non minore – si deve intravedere nell’avvocatura frammentata e distinta che affronta i problemi delle riforme senza partecipare alle loro elaborazioni e che è sempre meno libera perché la libertà è dettata dall’indipendenza economica che c’è sempre meno.

L’avvocato “artigiano” è una figura che va a scomparire, se non è scomparsa, e gli studi più grandi non sono luoghi di esercizio della libera professione, ma vere e proprie “aziende legali”, al servizio di potenti macchine economiche: quindi non libere o quanto meno condizionabili.

Tutto viene, ormai da tempo, concentrato e ridotto a mero “prodotto”. L’avvocato, invece, non ha la funzione di dare un “prodotto”, ma di essere l’interlocuzione tra il tribunale, luogo della giustizia, e il cittadino, soggetto a cui la Giustizia va resa sia esso imputato, sia esso parte offesa.

Invece, la diffusione di studi articolati porta sempre più a mortificare la professione e a comprimere la libertà, visto il restringersi delle disponibilità dei clienti.

È davanti agli occhi di tutti il grande numero di legali che “migra” nei tribunali come cancellieri, come lo è la proliferazione di “studi fabbrica”, dove il legale non vede mai l’aula di udienza.

Tutto questo, se era possibile, ma evidentemente sì, è stato aggravato dalla riforma cosiddetta Cartabia, che ha due principi guida: a) non fare processi, ergo, velocizzare la giustizia; b) cacciare – questo è il termine esatto – gli avvocati dalle aule.

Non è questo il momento per analizzare la riforma che è stata osannata – si vedano i commenti, addirittura, dalle Camere Penali Nazionali – e ora è da (quasi) tutti criticata.

Ma il punto è un altro: l’indipendenza e la libertà dell’avvocato passano dalla sostenibilità della sua attività e dall’equo compenso che va riconosciuto e tutelato (il Parlamento sta lavorando a ciò). Non è molto, ma è qualcosa.

Se l’avvocato non ce la fa più a portare avanti lo studio non è solo un professionista in difficoltà, ma è un difensore dei cittadini che viene meno. Ed è “costretto” a piegarsi a regole che non avrebbe condiviso e avrebbe combattuto/evitato.

L’avvocatura non combatte più e, quindi, non difende più i diritti dei cittadini e, in particolare, dei più deboli, dei fragili e questo perché gli avvocati non sono più in grado di essere filantropi e il loro ruolo sociale è stato via via eroso.

Tutte queste situazioni, unitamente all’ormai diffusa idea giustizialista, fanno in modo che i cittadini si allontanino sempre più dal mondo della giustizia e lo considerino alieno.

Mi auguro solo che ci sia uno scossone e che ci si accorga, a vario titolo e a vari livelli, della deriva in cui stiamo andando e mi auguro che, ancora, non si siano superate le colonne d’Ercole.

Fulvio Croce diceva di essere un avvocato e non di fare l’avvocato e ha pagato con la vita questa sua scelta, ma è l’unica che deve essere fatta se si ritiene ancora che l’avvocato abbia un ruolo sociale e civile in questa degradata e sciatta società.

Autore

  • Massimo Rossi

    Massimo Rossi, laureato in Giurisprudenza, assistente volontario in Procedura Penale, Dottrina Generale del Processo e Teoria Generale del Processo anni 1990/2005 presso l'Università degli Studi di Siena. Dottorato di ricerca in Procedura Penale presso l'Università di Genova. Avvocato. Ha pubblicato diversi lavori giuridici in riviste specializzate e ha partecipato come autore in varie pubblicazioni giuridiche collettanee. Relatore in convegni di carattere nazionale e istituzionale anche nelle sedi parlamentari. Dal 1994 al 1997 ha svolto funzioni di Vice Procuratore Onorario presso la Procura di Siena. Già consulente della Presidenza della Prima Commissione Parlamentare sulla morte del dott. David Rossi ed estensore unitamente ad altri consulenti della relazione finale nel 2022. Attualmente è docente a contratto presso l'Università di Firenze in Procedura Penale con insegnamento presso la Scuola Nazionale dei Sottufficiali dell'Arma dei Carabinieri.

Ricevi i nostri articoli via mail!

Ogni giorno i contenuti del Nuovo Giornale Nazionale sulla tua casella di posta elettronica

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui