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Conflitti e materie prime

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Conflitti e materie prime

Fondamentale il tema della stabilità

Nel dibattito pubblico si sente spesso sostenere – e sorprende che questa tesi sia stata riproposta anche in un recente articolo da un giornalista autorevole come Maurizio Molinari – l’idea che le guerre contemporanee siano determinate da una corsa alle risorse naturali, e in particolare alle cosiddette “terre rare”.

È una tesi seducente, semplice, quasi intuitiva. Ma proprio per questo profondamente fuorviante.

Partiamo da un punto tecnico che viene spesso ignorato. Le “terre rare” non sono affatto rare. Il nome è storicamente improprio. Si tratta di elementi relativamente diffusi nella crosta terrestre.

Il vero problema è un altro: l’estrazione è complessa, costosa e soprattutto la raffinazione richiede capacità industriali avanzate. Non siamo di fronte a un bene scarso come l’oro nel XVI secolo, ma a una filiera industriale difficile. Parlare di “corsa alle terre rare” come se fossero un tesoro da conquistare militarmente, come ha scritto Molinari a proposito dell’Iran, è una sciocchezza.

L’idea che le guerre siano causate dalla competizione per le risorse è, in larga misura, una lettura di matrice marxista.

Nel pensiero di Karl Marx, e soprattutto nelle elaborazioni successive sull’imperialismo, il conflitto tra Stati viene interpretato come espressione della competizione economica per materie prime e mercati.

Questa chiave di lettura aveva una sua logica nell’Ottocento, in piena epoca coloniale. Ma già allora veniva contestata da Adam Smith, che mostrava come il colonialismo fosse spesso antieconomico: costoso da mantenere, in sostanza inefficiente rispetto al commercio libero.

E, infatti, la storia successiva gli ha dato ragione.

Le grandi guerre del Novecento non sono state guerre per risorse. La Prima guerra mondiale nasce da equilibri di potenza e nazionalismi. La Seconda da un’ideologia totalitaria e revisionista.

La Guerra fredda (Corea, Vietnam), è stata uno scontro tra sistemi politici. Anche i conflitti più recenti – Afghanistan e Iraq (prima e seconda guerra del Golfo) – non si sono tradotti in appropriazione di risorse. Non esiste evidenza alcuna che gli Stati Uniti abbiano “preso il petrolio” iracheno o che ci abbiano provato.

E qui arriviamo a un punto molto concreto, che smonta definitivamente questa narrativa. Il caso di Donald Trump è infatti emblematico della confusione tra percezione e realtà. Trump sostiene da anni di essersi opposto all’invasione dell’Iraq, ma non è così. All’epoca sosteneva che l’errore non fu entrare in guerra, ma non aver “preso il petrolio”.

Lo stesso schema si ritrova in Afghanistan, dove ha insistito sull’idea di sfruttare le risorse minerarie, e più recentemente in Ucraina (terre rare) e Gaza (terreno fronte-mare adatto ad un resort).

Poco dopo il rapimento del presidente del Venezuela Maduro, Trump ha convocato alla Casa Bianca i vertici delle principali compagnie petrolifere americane proponendo un piano gigantesco: investire fino a 100 miliardi di dollari per rilanciare il petrolio venezuelano. L’idea era chiara: risorse enormi, quindi opportunità straordinaria.

La risposta dell’industria petrolifera è stata altrettanto chiara. L’amministratore delegato della ExxonMobil, la più grande al mondo, ha definito il Venezuela, senza mezzi termini, “non investibile”.

Non per mancanza di petrolio – anzi, ne ha in abbondanza – ma per l’assenza di certezza del diritto, per il rischio politico, per il fatto che in passato le compagnie sono state espropriate.

Altri grandi gruppi hanno espresso le stesse riserve.

Trump, secondo quanto riportato, si è irritato profondamente per questa risposta, arrivando a dire che avrebbe potuto escludere ExxonMobil dai progetti perché “non gli era piaciuta la risposta”.

Questo episodio è illuminante.

Da un lato, un presidente che ragiona in termini di risorse: “c’è il petrolio, prendiamolo”.

Dall’altro, le principali compagnie petrolifere che rispondono: “non basta che ci sia il petrolio, se il contesto è instabile non conviene”.

È un’altra dimostrazione che la lettura delle risorse naturali come causa dei conflitti è sbagliata.

Nel mondo contemporaneo le risorse, senza istituzioni funzionanti, valgono poco o nulla. E soprattutto, conquistarle militarmente è quasi sempre antieconomico.

Il caso del Venezuela è emblematico: enormi riserve, ma nessuna corsa delle multinazionali. Perché il problema non è la geologia, è la politica.

Lo stesso vale per l’Iran oggi. Ridurre tutto a una questione di petrolio o terre rare significa non aver capito nulla della natura reale del conflitto, che, pur avendo fortissime ricadute negative sull’economia, riguarda sicurezza (Israele, molti Paesi arabi, Europa, e, in prospettiva, anche gli USA), proliferazione nucleare, conflitti inter-religiosi ed equilibri regionali.

Autore

  • Mark Pisoni

    Mark L. Pisoni Mark L. Pisoni, traduttore e interprete professionista con una lunga esperienza nei rapporti tra istituzioni europee e nordamericane. Ha collaborato con amministrazioni pubbliche e istituzioni diplomatiche negli Stati Uniti, in Canada e in Europa.

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